IL PAPA E "LA SAPIENZA"

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Chi non vuole misurarsi con l’altro

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Francesco Paolo Casavola:

«Si sperava che fossero passati i tempi bui
del "pensiero unico"»

La libertà di espressione dei «contestatori»
nessuno l’ha toccata o messa in discussione.
Il problema è che per loro il Papa non dovrebbe parlare.

Da Roma, Giovanni Grasso
("Avvenire", 17/1/’08)

«Un brutto precedente, figlio dei tempi, non belli, che stiamo vivendo».
Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della "Corte Costituzionale", non esita a esprimere tutto il suo «sconcerto» per l’esito della contestazione a Benedetto XVI, che ha portato alla cancellazione della sua partecipazione all’inaugurazione dell’Anno Accademico alla "Sapienza".
«Stiamo assistendo da qualche anno a questa parte – spiega il giurista cattolico – a una sorta di "imbarbarimento" nei rapporti politici, sociali e civili, che producono spesso un linguaggio e delle manifestazioni inaccettabili.
Basta vedere quello che si sente e si vede nelle nostre televisioni. Però si poteva sperare che almeno il mondo dell’Università rimanesse immune da queste forme di intolleranza: prendiamo atto che, almeno per quanto riguarda questa vicenda, così non è stato.
Con grande rammarico».

Professor Casavola, insomma, non le è piaciuta l’iniziativa degli scienziati dell’Università romana...

No e soprattutto perché proveniente da illustri "cervelli" accademici. L’Università è da sempre il luogo deputato della cultura, del "pluralismo", dove si può e si deve ascoltare di tutto da tutti, "argomentando" criticamente, stimolando la riflessione, il dibattito e il confronto. Mi illudevo che l’intolleranza, le affermazioni "unilaterali" e, in fondo, autoritarie fossero state bandite per sempre dalle aule universitarie. Non abbiamo avuto nella nostra storia esempi positivi del "pensiero unico" nelle Università; quando ci sono stati è perché c’era privazione di libertà in tutto il Paese: si sperava che quei tempi bui fossero tramontati.

Le motivazioni addotte dai contestatori si muovono su due piani: il primo è la pretesa condanna che il Papa avrebbe fatto a Galileo Galilei...

Questa è una motivazione "pretestuosa", che in altre circostanze farebbe persino sorridere per la sua inconsistenza.

Il secondo è che anche loro, dicono, difenderebbero la propria libertà di pensiero...

La loro libertà di espressione nessuno l’ha toccata o messa in discussione. Qua nessuno sta dicendo: ascoltate il Papa e conformatevi al suo pensiero.
Il problema è che per loro il Pontefice non dovrebbe parlare e basta. Viene la voglia di citare loro Voltaire: «Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò sino alla morte perché tu possa esprimerle». I rischi storicamente vengono dai "pensieri unici", non dal dialogo o dal confronto. Ma c’è anche un’altra questione...

Quale?

Mi hanno colpito anche i modi della protesta: "ultimativa", prepotente. Una volta si poteva dire che questo modo di comportarsi apparteneva alle fasce emarginate o poco istruite.
Oggi sembra che abbia contagiato anche gli strati intellettuali. Il Papa è il Capo della Chiesa cattolica, era stato invitato per parlare di "diritti umani", in particolare dell’impegno per l’abolizione della "pena di morte". Si può anche essere in disaccordo con lui, ma non si ha il diritto di farlo tacere.

Rimane comunque il fatto che una minoranza, per quanto "chiassosa", ha impedito a tutti gli altri di ascoltare le parole del Papa...

Questo è un "nervo scoperto" delle moderne democrazie. Le minoranze hanno il diritto di esistere, di parlare, di esprimere liberamente il loro pensiero.
Ma se pretendono di ergersi a interpreti dell’intera comunità, impedendo fisicamente alla maggioranza di esprimere le proprie scelte, compiono un atto profondamente "antidemocratico".

Dopo tanti anni, tornano gli antichi "steccati" tra laici e credenti?

Intanto bisogna intendersi sul significato della parola "laicità", che viene troppo spesso fraintesa. Ho l’impressione che se fosse usata come fanno gli scienziati firmatari del Documento, si verificherebbe l’equazione «laicità uguale difesa dello Stato contro la religione». Così arriveremmo a una scienza dello Stato laico: e mi piacerebbe proprio vedere di quale libertà essa vivrebbe.
Credo che qui ci sia per certi aspetti ancora un "nodo" irrisolto, che affonda le radici nei secoli scorsi e che riguarda ancora il tema delle due "culture". Senza contare, inoltre, che fenomeni di questo genere rischiano di alimentare da parte cattolica fenomeni di reazione. E una nuova guerra tra "clericali" e "anticlericali" è esattamente quello di cui non solo la comunità scientifica, ma tutto il Paese ha in questo momento meno bisogno.