Né polemiche né contorsioni nei commenti in Germania

RITAGLI   La stampa tedesca titolò:   DOCUMENTI
«L'entrata più difficile»

I giornali colpiti in particolare dalla richiesta di perdono.
Compiuto così un altro passo verso la riconciliazione.

Pierangelo Giovanetti
("Avvenire", 30/5/’06)

Nella visita di Benedetto XVI ad Auschwitz una cosa su tutte ha colpito i tedeschi: la richiesta di perdono. Il loro Papa, il Papa bavarese, pellegrino nei due principali campi di concentramento in cui la follia di Hitler aveva condotto a morte milioni e milioni di persone, per lo più ebrei, proprio come «figlio del popolo tedesco» ha interrogato Dio sui luoghi dello sterminio, supplicando la grazia del perdono e della riconciliazione. Su questo – merita rilevarlo – tutti i maggiori giornali della Germania hanno ieri titolato. Grandi foto a colori in prima pagina, con l’uomo bianco vestito che oltrepassa da solo il cancello di ferro, sopra il quale sta la scritta «Arbeit macht frei».
Nessuna polemica, né imbarazzate contorsioni, nei commenti e nelle cronache di Die Welt, Frankfurter Allgemeine, Süddeutsche Zeitung, Tagesspiegel, Berliner Morgenpost. Nessun tentativo – suona sacrosanto – di confondere discorsi e responsabilità. Piuttosto grande commozione, e pudica ma profonda partecipazione. Un forte coinvolgimento emotivo di tutta la Germania, che aveva seguito l’intero viaggio in Polonia con estrema attenzione, per il significato che rivestiva e per quanto richiama alla memoria, ma anche per il crescente affetto verso la figura di Papa Ratzinger, che sta toccando i cuori anche della sua inizialmente freddina madrepatria. Perfino la Bild Zeitung, popolare quotidiano formato tabloid, ha dedicato all’evento toccanti reportage, e ieri titolava a caratteri cubitali: «Quando il Papa parlava ad Auschwitz splendeva l’arcobaleno», giocando a tutta pagina con la foto di Benedetto XVI tra i fili spinati e la luce multicolore che illuminava il cielo. Che poi l’opinione pubblica tedesca fosse consapevole della delicatezza del viaggio, dall’evidente rilievo storico (per secoli il confine Oder Neisse ha diviso i tedeschi dai polacchi, rendendoli spesso nemici), e dall’indiscutibile portata anche religiosa, lo dimostrano proprio lo speciale interesse dedicato dai giornali, gli ampi spazi sulle prime pagine, nei commenti e nelle cronache interne. Come pure la pubblicazione per intero del discorso papale: l’hanno fatto ieri Die Welt e Frankfurter Allgemeine. Una menzione merita il tipo d’approccio che osservatori e analisti hanno riservato all’evento. Senza cercare né la spettacolarizzazione a tutti i costi, né la polemica spicciola per gonfiare il titolo di giornata, né la contrapposizione in questa o quella direzione. Andreas English sulla Bild Zeitung, testata solitamente poco avezza ad occuparsi di argomenti "impegnati", ha parlato di «momento storico». Ha riportato le voci dei sopravvissuti, come Josef Paczynski, 86 anni, profondamente impressionato dalle parole di Benedetto XVI e dal suo desiderio autentico di perdono. Ha sottolineato l’invocazione: «Dove era Dio in quei giorni? Perché ha taciuto?». Così la Süddeutsche Zeitung che ha definito quella del Papa ad Auschwitz «l’entrata più difficile», titolando «Il silenzio dell’ultima stazione». A nessuno dei giornali tedeschi è sfuggita la gravosità di quel gesto ma anche la sua forza evocativa. E su questo si sono soffermati. O hanno messo in risalto l’entusiastica accoglienza dei polacchi, pure orfani del loro Papa, che a milioni sono accorsi comunque ad abbracciarlo e ad esprimergli il loro affetto.
Un altro passo verso la riconciliazione è stato compiuto. E la stampa tedesca, sicuramente più di quella italiana, l’ha riconosciuto.