DAL CAMERUN

RITAGLI     Come si dice "Gesù" in «giziga»?     MISSIONE AMICIZIA

Le traduzioni dei testi sacri.
Un lavoro linguistico e culturale estremamente importante.
Per fondare la Chiesa e la fede tra le popolazioni.

P. ANTONIO MICHIELAN, Missionario in Camerun.

P. Piero Gheddo
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2008)

«Quando sono giunto in Camerun nel 1970 molti sostenevano che era superfluo studiare le lingue locali perché nel giro di qualche decennio tutti avrebbero parlato francese. Invece, oggi, la Chiesa si rende conto che se non si insegna il cristianesimo nella lingua locale non scende nelle profondità della coscienza». Padre Piergiorgio Cappelletti, Missionario del "Pime", vive da oltre trent’anni a Toulum, nel Nord del Camerun, una regione arida di savana e "villaggetti" sparsi qua e là. Con lui, Padre Mario Frigerio. Entrambi si occupano della locale parrocchia e dei quaranta villaggi cristiani che vi gravitano attorno. Ma sono anche impegnati in un’opera poderosa di traduzione della Parola di Dio nella lingua locale dei "tupuri", una popolazione di circa 500mila persone. Un lavoro linguistico e culturale estremamente importante.
«Non tutti capiscono il nostro sforzo per la lingua "tupuri" - dice Padre Piergiorgio - , dicono che siamo un po’ "fanatici". Ma qui c’è un problema di identità. Vogliamo fondare la Chiesa e la fede nelle coscienze dei "tupuri", nella loro lingua e cultura».

Padre Mario Frigerio è pienamente d’accordo. «La vera inculturazione - dice - è la Parola di Dio tradotta in queste lingue e culture. Ma non è un lavoro facile. Da un lato, ci vuole uno studio fatto sui loro proverbi, dall’altro, sulla Bibbia. Io ho studiato tre anni "Sacra Scrittura" a Roma, poi sono tornato qui e con Padre Piergiorgio abbiamo continuato il lavoro. C’è già un giovane Missionario, Padre Marco Frattini, che è stato tre anni fra i "tupuri" e adesso studia "Bibbia" a Roma. Poi tornerà qui in missione, per continuare le traduzioni».
In trent’anni di lavoro, i Padri Piergiorgio e Mario hanno fatto moltissimo. Prima non c’era quasi nulla in lingua "tupuri". «Adesso - dice Padre Mario - abbiamo i testi fondamentali per insegnare il cristianesimo: il Messale, i Salmi, il Vangelo di San Marco e di San Luca, canti, preghiere e altri sussidi alla fede. Il lavoro di traduzione del Vangelo non è facile, non basta tradurre le singole parole, bisogna trasmetterne anche il significato profondo che avevano al tempo di Gesù. Sono trent’anni che lavoro con un "tupuri": io gli spiego cosa voleva dire Gesù e lui lo traduce nella sua lingua, usando i vocaboli secondo la sensibilità di quella cultura, che noi europei spesso non riusciamo ancora a capire a fondo».

Un altro Missionario del "Pime" nel Nord del Camerun, Padre Antonio Michielan, si dedica alla lingua "giziga", un’altra etnia di questa regione, che conta circa 200mila persone. È in missione dal 1991 e ha fatto il parroco di Muturwa fra i "giziga". In questa lingua non esisteva quasi niente di scritto, ma ha trovato in parrocchia tanto materiale linguistico raccolto da un Missionario francese "Oblato di Maria Immacolata" ("Omi"), a Muturwa prima dell’arrivo del "Pime". «Noi ci illudiamo - mi dice - che, parlando in francese, la gente ci capisca. Invece, molti non capiscono quasi nulla, altri poco e male, quasi nessuno sente il cristianesimo come proprio, perché non è passato attraverso l’inculturazione "giziga", cioè la loro lingua e mentalità. Uno dei problemi della Chiesa africana è di far sentire il cristianesimo non più come qualcosa di straniero, ma come la rivelazione di Dio nata qui e incarnata nel loro popolo».

Padre Antonio è un uomo molto pratico, "pastorale", di facile contatto con la gente, che non aveva mai pensato di dedicarsi a studi universitari. A metà degli anni Novanta ha detto ai Superiori che voleva approfondire la lingua del suo popolo. Così va a Parigi, prende una "licenza" in "lingue africane" e torna a Muturwa.
«Per noi Missionari - dice Padre Antonio - trasmettere il messaggio di Gesù nella loro lingua, nelle mani e nel cuore dei "catecumeni" e dei battezzati è una priorità assoluta, perché la lingua vuol dire cultura, sentimenti, affetti, ricordi, proverbi, tradizioni di famiglia e locali... Io raccolgo il "tesoro" della lingua "giziga" anche perché il "Comitato nazionale delle lingue locali" del Camerun sta cercando di cambiare la legge per dare la possibilità di introdurre nella scuola, oltre al francese, anche la lingua locale. Oggi nelle famiglie c’è un grande turbamento: i genitori non sono andati a scuola e non conoscono il francese; se i bambini imparano solo il francese, come si intendono con i genitori? La lingua nazionale è il francese e si sta diffondendo, ma per il momento, e chissà ancora per quanto tempo, quella locale è la più parlata e capita».

Padre Michielan ha cominciato a comporre il primo Dizionario di "giziga-francese", usando il materiale lasciato dal Missionario francese e da un altro Padre del "Pime", Giuseppe Malandra, che in passato è vissuto a Muturwa. E poi usa la sua esperienza "pastorale" e di studio. Nel compiere questo lavoro, ha iniziato a collaborare con i Protestanti ed oggi è il rappresentante cattolico nel "comitato ecumenico" per la traduzione della "Sacra Scrittura". Racconta: «Da alcuni anni, lavoro con i protestanti per una traduzione unitaria. Ad esempio, per dire "Spirito Santo" loro usavano la parola che indica "spirito di vita", mentre io insistevo per un altro vocabolo che significa "soffio di Dio, spirito di Dio". Siamo andati alla ricerca dei vari significati delle due espressioni e abbiamo visto che "spirito di vita" per i "giziga" significa: "respiro, forza vitale, forza sessuale, amore coniugale che genera i figli"; mentre "spirito di Dio" non si presta ad alcun equivoco, significa solo che questo misterioso Spirito viene da Dio. Per giungere a una conclusione c’è stato un lungo lavoro "ecumenico", molto utile e bello, che ci ha resi fratelli più di tutti i discorsi e i ragionamenti teologici. Il tema era delicato e decisivo. Siamo andati avanti per mesi a discutere e ad applicare le due parole in "giziga" ai passi della "Scrittura" relativi allo Spirito Santo. Decisivo è stato il passo del Vangelo in cui si dice che Maria generò Gesù "per opera dello Spirito Santo": la loro espressione significava che lo Spirito aveva reso madre Maria in un modo molto umano, diciamo coniugale; mentre la mia espressione non poteva essere intesa in altro modo che in quello "soprannaturale": Maria è diventata madre per opera del "soffio di Dio", dello Spirito di Dio, quindi in un modo misterioso ma reale che salvaguardava la sua verginità. Naturalmente, ragionando assieme da fratelli, hanno accettato il vocabolo che proponevo io».

«Questo è solo un esempio - continua Padre Antonio - . La traduzione della "Scrittura" ha aspetti molto delicati e se in una lingua circolano due traduzioni divergenti del Vangelo, la credibilità del Vangelo è minata alla radice. Quando i Missionari cattolici e protestanti annunciano Cristo a un popolo nuovo, credo che l’aspetto più importante sia proprio quello dei vocaboli che usano per i termini della Fede».
Dice ancora Padre Antonio: «Il "gruppo ecumenico" di traduzione della Bibbia, formato da vari traduttori, funziona da 25 anni. Adesso ci accorgiamo che è provvidenziale anche per altre cose. Abbiamo allacciato contatti anche con i "Battisti" e varie Chiese Protestanti e questo stare assieme ha portato a conseguenze molto positive: ad esempio, "stiliamo" documenti comuni sulle situazioni locali. Di fronte alle autorità noi ci presentiamo quasi sempre uniti e facciamo assieme alcune iniziative come il Vangelo registrato in "giziga" che poi vendiamo ciascuno nella propria Chiesa, ma l’edizione è unica. Così abbiamo venduto il "film" su "Gesù di Nazareth". Diamo ai nostri cristiani l’idea che chi crede in Cristo deve unirsi e andare d’accordo».

«Io sono il Segretario del "Comitato": non sono biblista né teologo, ma un Missionario che lavora "pastoralmente" fra i "giziga", "licenziato" in "linguistica africana" a Parigi. Così faccio da "ponte" fra i biblisti e i "giziga". Il problema principale è che bisogna far dire ai "giziga" la Bibbia; cioè devono capire cosa vuol dire la Bibbia e dirla con parole loro. Non è facile giungere a questo; in genere noi vogliamo dire la Bibbia con parole nostre, mentre bisogna giungere a farla raccontare con parole "giziga". In otto anni di lavoro abbiamo fatto un buon cammino, siamo giunti quasi alla fine della revisione dei testi della Bibbia e abbiamo già stampato alcuni Vangeli e il Libro dei Salmi, per giungere in modo graduale a pubblicare tutta la Bibbia».