Intervista a monsignor Ruggero Franceschini

RITAGLI   «Un viaggio nel segno dell’ecumenismo»   DOCUMENTI

Luigi Geninazzi
("Avvenire", 28/11/’06)

Timori? «No, mi aspetto tante cose buone». Eloquio semplice e diretto, monsignor Ruggero Franceschini non nasconde di nutrire grandi speranze dalla visita che il Papa inizia oggi in Turchia. È dell’ordine dei Cappuccini, presenti in questa terra fin dai tempi dell’impero ottomano. È arcivescovo di Smirne nella cui diocesi si trova Efeso, dove Benedetto XVI farà tappa domani, pregando nella casa dove visse la Madonna. Ed è presidente della Conferenza episcopale turca, a capo di un "piccolo gregge" di fedeli che vivono nei luoghi dove il cristianesimo ebbe la sua prima grande fioritura. Ecco l’intervista che ci ha concesso alla vigilia dell’arrivo di Benedetto XVI.

Eccellenza, questo viaggio del Papa si è caricato di tanti significati e si è intrecciato con varie polemiche. Visto dalla comunità cattolica in Turchia, qual è il senso fondamentale?

La visita apostolica di Benedetto XVI in Turchia ha un carattere pastorale, non politico. È un viaggio all’insegna del  dialogo interreligioso che avrà i suoi momenti più significativi negli incontri con il Patriarca ortodosso Bartolomeo I e con i Patriarchi delle altre Chiese orientali. Ma certamente il Papa è anche un Capo di Stato che visita una nazione ed è ricevuto come tale.

E qui i problemi non mancano, vero?

Il Papa intende mantenere e intensificare le buone relazioni tra Santa Sede e Turchia, relazioni che in questi ultimi tempi possono essere sembrate un po’ meno buone ma che sostanzialmente non sono cambiate. Vede, qui siamo in stagione pre-elettorale e tante prese di posizione che ci possono apparire un po’ sgradevoli vanno collocate in questo contesto politico. È comunque un segnale molto positivo il fatto che il primo ministro Erdogan abbia deciso d’incontrare il Santo Padre intrattenendosi con lui in colloquio. Una decisione dell’ultima ora che è senza dubbio molto importante e significativa.

Sul piano religioso c’è grande attesa per la dichiarazione comune che verrà sottoscritta da Papa Ratzinger e dal Patriarca Bartolomeo ad Istanbul. Segnerà un balzo in avanti del dialogo ecumenico tra cattolici e ortodossi?

Direi proprio di sì. Lo spirito ecumenico ha già fatto notevoli passi in avanti  nella coscienza della nostra gente. Oserei dire che sono più avanti loro, semplici fedeli, di noi capi. È diventato ormai abituale che i cristiani s’invitino alle feste e le celebrino insieme. Le faccio un piccolo esempio. Quando ero vicario apostolico ad Iskenderum, nel sud della Turchia, avevo proposto che si celebrasse la Pasqua lo stesso giorno degli ortodossi. Mi fu consigliato di aspettare ma poi vidi che la gente lo faceva già spontaneamente, di sua iniziativa.

Per la piccola comunità cattolica della Turchia cosa rappresenta questa visita del Papa?

È una visita importantissima che ci riempie il cuore di consolazione.
In questi ultimi tempi si è parlato molto della situazione di difficoltà in cui vivono i nostri fedeli, ci sono state minacce e aggressioni e c’è stato il terribile omicidio di don Santoro. È stato uno "choc" tremendo per noi. Però mi lasci dire una cosa che forse la stupirà: nonostante tutto io preferisco una situazione difficile ad una di totale silenzio e indifferenza nei nostri confronti. Ben venga la discussione, il confronto, anche lo scontro. Ovviamente dentro un grande rispetto reciproco, senza odio e violenza.

Come vede il futuro della Chiesa in questo Paese: c’è il rischio di una progressiva riduzione, fino alla sparizione, o c’è la possibilità di un consolidamento?

Se non ci fosse la speranza di un consolidamento non sarei qui! C’è la grande  questione della libertà religiosa che non si limita alla libertà di culto. È un diritto fondamentale su cui l’Occidente e l’Europa, quando chiedono alla Turchia una serie di adempimenti democratici, non insistono abbastanza a mio avviso. In Turchia le Chiese non hanno personalità giuridica. Noi vogliamo che lo Stato ci conceda finalmente il riconoscimento giuridico. Spesso la giurisdizione comune dei tribunali già agisce in questo senso. Parlano di Chiesa come ente morale, una realtà che ha dei diritti. Ma manca un quadro di norme certe. Una volta riconosciuti potremmo prenderci cura dei  nostri edifici di culto, restaurarli o acquistarli. Il mio sogno è che ci sia una chiesa in  ogni città della Turchia dove, chiaramente, siano presenti dei cristiani. E potremmo formare i nostri sacerdoti senza doverli elemosinare in Italia o in Germania.

La visita del Papa può costituire una spinta in questa direzione?

Sì, è quello che spero. Vede, se molti cristiani se ne vanno è perchè non vedono rispettati  i propri diritti. Il Papa ne parlerà certamente e ci darà coraggio nel perseguire  quest’obiettivo fondamentale.

Dopo il discorso di Ratisbona Benedetto XVI viene percepito dalla maggioranza del mondo musulmano come un nemico dell’islam. Questa visita potrà cambiare l’immagine distorta che ne è stata fatta anche qui in Turchia?

Credo proprio sì, lo spero vivamente. Qui, ancor prima che diventasse Papa, lo vedevano come un uomo rigido, teutonico ed ostile. Ebbene, penso che Benedetto XVI sia davvero una persona molto diversa da questo stereotipo. Non impone nulla a nessuno, propone  con semplicità e chiarezza il messaggio evangelico mostrando la sua profonda  consonanza con la ragione umana e crede nel dialogo serio e autocritico. Mi aspetto che  l’opinione pubblica di questo Paese se ne accorga.

È preoccupato per l’eventualità di proteste e incidenti durante la visita del Papa?

No, non lo sono. Se qualcuno dovesse andare oltre le righe sono convinto che il primo a reagire sarebbe lo stesso popolo turco che ha un senso sacro dell’ospitalità. Da questa visita mi aspetto tante cose positive. Per la Turchia e per la Chiesa.