Reportage - Turchia

RITAGLI   Cristiani in Turchia, libertà dimezzata   DOCUMENTI

Luigi Geninazzi
("Avvenire", 26/11/’06)

La facciata in mattoni rossi, con al centro un grande rosone, è ben visibile dalla strada pedonale, nel cuore della città. Di tutte le chiese esistenti in Turchia quella di Sant’Antonio, gestita dai padri Cappuccini fin dal periodo ottomano, è l’unica a godere di un simile privilegio, le altre sono separate da un alto muro che nasconde i luoghi di culto cristiani agli occhi di una società laica di nome ma di fatto orgogliosamente islamica. Alla Messa vespertina ci sono una ventina di fedeli, stranieri ma anche turchi. Non pochi per un giorno feriale. Una ragazza, accompagnata dalla madre, mi racconta con entusiasmo di prepararsi al battesimo. Dipendesse da lei potrei scrivere il nome, non ha problemi. Questa chiesa è una specie di luogo franco dove arrivano in tanti ad accendere un cero a Sant’Antonio, considerato patrono anche dai musulmani.

«Qui non abbiamo problemi di convivenza» taglia corto padre Luigi, ottant’anni di cui quasi la metà passati in Turchia. Me lo conferma anche padre Lorenzo Piretto, superiore dei Domenicani che risiedono nei pressi della Torre Galata. Hanno aperto un centro di dialogo inter-culturale e intrattengono ottimi rapporti con la Facoltà di teologia islamica. Istanbul, città cosmopolita e moderna, mostra una faccia tollerante. Ma si sente il peso di una storia drammatica e crudele che ha ridotto Al Fanar, la sede del Patriarcato ortodosso detto anche «il Vaticano d’Oriente», ad una minuscola parrocchia di tremila fedeli. Erano 180mila quando venne proclamata la Repubblica di Turchia. In generale c’erano due milioni di cristiani nel Paese della mezzaluna fino a cento anni fa, la comunità proporzionalmente più grossa di tutto il Medio Oriente.

Oggi sono 120mila, meno dello 0,2 per cento della popolazione. Per oltre la metà sono fedeli della Chiesa apostolica armena, seguono i cattolici che sono in tutto 30mila, mentre i protestanti non superano i 20mila. La loro non è una vita facile. Nella Turchia «laica» voluta da Ataturk le uniche confessioni religiose ammesse, oltre beninteso l’islam, sono la greco-ortodossa, quella armena ed infine quella ebraica. Ma non godono di personalità giuridica, allo stesso modo di quanto accade per cattolici e protestanti, sottoposti a pesanti limitazioni.

In Turchia c’è libertà di culto ma non piena libertà di espressione religiosa. Le Chiese non hanno diritti di proprietà e solo recentemente il parlamento turco ha approvato una legge sulle fondazioni che apre la possibilità all’acquisto di immobili ma non alla restituzione di quanto è stato confiscato negli anni passati. Là dove i fedeli si riducono fino a scomparire lo Stato entra in azione prendendo possesso di chiese e monasteri. Non esistono luoghi per la formazione del clero (il Patriarcato ortodosso chiede invano la riapertura del seminario di Halki, chiuso nel 1971). E c’è una sorveglianza ferrea dell’apparato statale sull’attività di vescovi e sacerdoti. Al di là degli ostacoli giuridici preoccupa il clima decisamente anti-cristiano che si diffonde a livello sociale.

Giornali e tv descrivono i sacerdoti stranieri come propagandisti che tentano di convertire con il denaro. «È stato avvistato un prete cattolico sulle coste del mar Nero», ha scritto un quotidiano di Samsun. «Quasi si trattasse di un Ufo», commenta
Maria Grazia Zambon che riferisce l’episodio nel suo libro «La Turchia è vicina». I testi scolastici presentano un cristianesimo falsato, i talk-show alla tv ridicolizzano i non musulmani. E nell’imminenza del viaggio di Benedetto XVI in Turchia alzano la voce i fanatici che cavalcano lo spirito nazionalista e attaccano «il Papa neo-crociato».

Non mancano i casi di vera e propria persecuzione, come è successo a due turchi convertiti al cristianesimo che sono sotto processo con l’accusa di aver offeso «l’identità nazionale», in base al controverso articolo 301, per aver proposto dei corsi biblici ad amici. Tre anni fa la Conferenza episcopale turca aveva presentato al premier Erdogan una serie di richieste in materia di libertà religiosa ma non ha mai ricevuto risposta. «Speriamo che la visita del Papa possa aprire una stagione di dialogo fruttuoso tra il governo turco e la Chiesa cattolica» mi dice monsignor Louis Pelatre, vicario apostolico d’Istanbul che si prepara a ricevere il Papa nella cattedrale dello Spirito Santo per una solenne celebrazione con i fedeli. Ricorda l’ultima visita papale, quella di Giovanni Paolo II nel 1979. «Era rimasto choccato dall’imponente barriera di uomini armati che si frapponevano fra lui e la gente», racconta monsignor Pelatre. A distanza di 27 anni sono aumentati i poliziotti e diminuiti i cristiani.