Il Papa sul lavoro giovanile

RITAGLI   Una generazione fiaccata dall'insicurezza   DOCUMENTI

Francesco Riccardi
("Avvenire", 31/3/’07)

È l'altra faccia della «generazione Internet». Quella più nascosta di chi non può utilizzare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e finisce egli stesso per essere poco più d'una «macchina elementare». Il volto indefinito di chi il mercato globale lo subisce sulla pelle. Più che parteciparvi ne è parte fungibile: lo si accoglie e impiega se serve, lo si sposta dove più conviene.
È il viso - lo ha tratteggiato ieri
il Papa in un messaggio al "Forum internazionale dei giovani" - di quei milioni di ragazzi e ragazze che nel mondo vivono «forme preoccupanti di emarginazione e di sfruttamento, con crescenti situazioni di disagio personale». Giovani lavoratori nell'era dell'incertezza, precari all'infinita ricerca d'una stabilità, soprattutto emigranti sbattuti sulle nostre spiagge a ondate, come naufraghi dopo uno "tsunami".
Mai come negli ultimi anni, infatti, le trasformazioni economiche, i progressi nelle tecnologie e nelle comunicazioni hanno modificato così velocemente e profondamente il mercato del lavoro, sia nell'Occidente industrializzato sia nei Paesi di più recente sviluppo. E se pure si sono accese nuove speranze e il benessere complessivo è aumentato, la sua distribuzione appare sempre squilibrata, mentre la possibilità di accesso alle diverse potenzialità resta diseguale: chi parte in svantaggio rimane indietro e a volte non finisce nemmeno la corsa. Perciò Benedetto XVI - rivolgendosi ai ragazzi che a Rocca di Papa stanno riflettendo sul tema "Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro" - ha voluto innanzitutto richiamare questo volto troppe volte "misconosciuto" della condizione giovanile. Non tacendo come «a causa del divario fra gli ambiti formativi e il mondo del lavoro sono aumentate le difficoltà di reperire un'occupazione che risponda alle attitudini personali e agli studi compiuti». Sottolineando «l'aggravio dell'incertezza circa la possibilità di mantenere nel tempo un pur modesto impiego». Richiamando in particolare la condizione dei tantissimi giovani costretti a emigrare, a vivere in quell'insicurezza che rende arduo un progetto per il futuro, l'impegno del matrimonio e del formare una famiglia.
Il Papa non ha ricette economiche "alternative" da offrire. Se non ricordare come la Chiesa abbia - tanto nei secoli scorsi quanto da ultimo - sviluppato una profonda riflessione su questi temi nella sua dottrina sociale. Riassumibile, in definitiva, nel concetto che «in un contesto di liberismo economico condizionato dalle pressioni del mercato, dalla concorrenza e dalla competitività», risulta ancora più impellente «la necessità di valorizzare la dimensione umana del lavoro e tutelare la dignità della persona». È ancora e sempre l'uomo il centro delle preoccupazioni. È quell'antropologia complessiva che il Pontefice e la Chiesa non si stancano di richiamare e che lega con un unico filo la difesa della vita in tutti i suoi momenti e condizioni, la valorizzazione dei legami a partire da quelli matrimoniali e familiari, fino alla realizzazione della personalità, lo sviluppo dei propri talenti e l'esaltazione del genio umano che (almeno potenzialmente) si realizza proprio nel lavoro. È quello che il Papa definisce «il Vangelo del lavoro» che «oggi più che mai è necessario e urgente proclamare».
Ai ragazzi, riuniti nel Forum internazionale, Benedetto XVI lascia uno "slogan" efficace: «Non conta soltanto divenire più "competitivi" e "produttivi", occorre essere "testimoni della carità"». Ma a ben guardare questa è la sfida lanciata a tutti noi e "per" noi. In un mondo globale e competitivo cos'altro c'è di più rivoluzionario della carità, dell'amore dell'uomo per suo fratello?