Nel varcare, dopo Karol Wojtyla, il cancello di Auschwitz

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Anna Foa
("Avvenire", 28/5/’06)

Oggi pomeriggio, a chiusura del suo viaggio in Polonia, papa Benedetto XVI visiterà il campo di sterminio di Auschwitz. Non è la prima volta che un pontefice si reca in quel luogo di morte, il massimo simbolo dello sterminio nazista del popolo ebraico. Giovanni Paolo II aveva visitato il campo di Auschwitz nel 1979, nel corso della prima visita da lui compiuta in Polonia da pontefice. Papa Ratzinger si muove così nel segno della continuità con il pontificato del suo predecessore, in un viaggio nei luoghi a lui più vicini: Varsavia, il santuario mariano di Czestochova, Cracovia, i luoghi della sua nascita e della sua infanzia. E infine, a pochi chilometri dalla sua città natale, Oswiecim, cioè Auschwitz.
Con questa visita nel campo, Benedetto XVI ripropone nella maniera più forte possibile la centralità che la Shoah ha ormai assunto nella coscienza della Chiesa e del mondo. Una centralità, come rottura senza ritorno del passato e come fondamento della nostra identità di oggi, che si è affermata a fatica, lentamente ma che alla fine è diventata coscienza comune, consapevolezza condivisa dai più. E nell'attribuire alla Shoah questa dimensione di rottura epocale, molto ha concorso l'itinerario di Giovanni Paolo II, la sua insistenza su quella tragedia che aveva visto da vicino, la sua apertura al mondo ebraico, dalla visita nella Sinagoga di Roma a quel bigliettino messo in una fessura del Muro del Pianto, come un ebreo ortodosso in preghiera, come quegli ebrei ortodossi che Giovanni Paolo II aveva conosciuto da vicino nella sua Wadowice e che il nazismo aveva spazzato via come foglie secche.
Da Benedetto XVI, papa tedesco, ci aspettiamo che vada oltre. Riprendere la preoccupazione e il dolore del suo predecessore per lo sterminio nazista, infatti, vuol dire superarne la dimensione soggettiva, individuale. Papa Giovanni Paolo II ci ha tante volte parlato con tono accorato della Shoah, come un testimone che ricorda un trauma. Benedetto XVI può e saprà trasformare quell'emozione in ragione. Da lui ci aspettiamo che riconosca e sancisca quel luogo tanto carico di valore simbolico di per sé come lo spazio di un silenzio, di un'assenza di parola, di simboli, di segni di appartenenza. Che continui dall'alto della sua cattedra a porre quel luogo e la Shoah tutta alla memoria dei cattolici polacchi, una parte sia pur piccola dei quali è troppo vicina a rifiutarne la memoria, come le polemiche degli ultimi mesi hanno tristemente mostrato. Lo ha già fatto, condannando l'antisemitismo di radio Maryja, la radio diretta dal padre redentorista Tadeusz Rydzyk, e la sua visita ad Auschwitz è anche un netto segnale in questa direzione.
Ma ci aspettiamo, fiduciosamente, di più da chi, provenendo dalla Germania, regge la Chiesa di Roma e varca oggi il cancello di Auschwitz: chiudere definitivamente, senza nessuna ambiguità, senza incertezze, la tradizione dell'antigiudaismo, rompere ogni legame con le radici cristiane dell'antisemitismo. Voltare pagina definitivamente. Lo ha già cominciato a fare, con coraggio, fin dalla sua visita alla Sinagoga di Colonia, quando ha detto che ebrei e cristiani dovevano "dare insieme una testimonianza", superando così non soltanto l'insegnamento secolare del disprezzo, ma anche le ambiguità della tolleranza, in favore del pieno rispetto del percorso dell'altro. Che la visita a quel luogo di infinito dolore lo aiuti in questo percorso di rinnovamento.