QUEST'ANNO VENTIQUATTRO MISSIONARI MARTIRI

RITAGLI   Militi ignoti della fede   DIARIO
testimoni fino al sangue

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 31/12/’06)

Proprio mentre tv e pubblicità non parlano che di cenoni, botti e feste di fine anno, l’agenzia vaticana Fides ha diffuso l’elenco dei missionari (religiosi, suore, preti e laici) caduti nel corso del 2006. Il contrasto non potrebbe essere più stridente: da un lato l’idolatria dell’effimero, dall’altro la memoria di chi ha dato la vita per un Tesoro che non passa.
La lista di Fides comprende 24 nomi; sale così a 215 (ma la cifra è certo per difetto) il numero dei "testimoni della fede" uccisi dal 1° gennaio 2000 ad oggi, ossia dall’inizio del Giubileo, nel corso del quale Giovanni Paolo II avvertì che "la Chiesa è tornata nuovamente ad essere Chiesa di martiri".
Ancora una volta abbiamo conferma della "globalizzazione del martirio" in atto. Tutti i continenti, seppur in misura diversa, sono toccati dal fenomeno, a cominciare dalle cosiddette "terre di missione", il cui protagonismo nell’annuncio "ad gentes" è, anzi, un fatto nuovo da sottolineare con interesse. Ma val la pena ricordare che una religiosa sessantenne, suor Karen Klimczak, è stata uccisa a Buffalo, negli Usa. Era il 14 aprile, venerdì santo. Anche per lei c’è stato un tradimento: a ucciderla, infatti, è stato un ospite della casa di accoglienza per ex detenuti in cui lavorava.
Circostanze e luoghi dei "martiri" del 2006 non fanno che confermare alcune costanti. Da un lato l’estremismo musulmano semina morte anche tra persone che la gente – e spesso anche i musulmani moderati – considerano amiche. È il caso di
don Andrea Santoro, il sacerdote romano ucciso in Turchia a febbraio, così come di suor Leonella Sgorbati, la missionaria della Consolata trucidata insieme alla sua guardia del corpo (musulmana), in Somalia nel settembre scorso. Che se n’è andata offrendo il perdono ai suoi uccisori.
Va preso atto tuttavia che è in terre ufficialmente cristiane che si registra il più alto numero di "martiri". A riprova del fatto che vale ad ogni latitudine quanto diceva padre James Walsh, missionario americano e vescovo in Cina: "Il cristianesimo è una specie di dinamite e quando i missionari sono inviati ad annunciarlo si devono aspettare delle esplosioni". Cristiani si dichiarano il 78% dei 35 milioni di abitanti del Kenya, Paese che quest’anno registra tre sacerdoti uccisi. Cattolico è il Brasile che ogni anno vede cadere laici, suore (come
Dorothy Stang) o preti (due quest’anno, uno dei quali è italiano, monsignor Bruno Baldacci) sotto i colpi di quanti giudicano scomodi i credenti che si battono per la giustizia. Lo stesso vale per la cattolicissima Colombia, dove testimoniare la passione per la riconciliazione chiede sempre un alto prezzo.
Molti dei "militi ignoti della fede" sono stati uccisi in circostanze all’apparenza fortuite. Un esempio fra i tanti: fratel Augustine Taiwa, dei Fatebenefratelli, è stato colpito a morte la sera del 28 agosto nei pressi di Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea, da un’asta in acciaio lanciata da tre giovani ubriachi.
Eppure sbaglieremmo associando l’idea del martirio al caso o, peggio, al fallimento. Il martirio non è un incidente di percorso, tutt’altro: dall’inizio della storia cristiana la "testimonianza alta" della fede è sempre stata esposta al rischio del sangue. I "missionari martiri" del 2006 non sono che l’ultimo anello di questa infinita e mirabile catena.