HONG KONG metropoli post moderna

RITAGLI   La Ninive del Duemila   CINA

Sette milioni di abitanti, ipertecnologica e secolarizzata,
è la «grande città» per definizione.
Eppure anche qui il Vangelo trova casa…

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione’, Marzo 2006)

Dall’alto del Victoria Peak, la più famosa delle colline che sovrastano la città, Hong Kong di notte appare come una distesa di grattacieli che bucano il buio con le loro sagome ardite, una selva di neon e luci dai colori più disparati. Davanti a questo spettacolo mozzafiato, viene spontaneo pensare alla metropoli sottostante come a una Ninive del XXI secolo, una metropoli (circa 7 milioni di abitanti) che può permettersi il lusso di fare a meno di Dio, febbrile e ipertecnologica com’è.

A Hong Kong la proverbiale intraprendenza cinese, favorita dalle condizioni di relativa libertà e di autonomia concesse dalla colonizzazione britannica, sembra dare il meglio di sé: nei 1.100 chilometri quadrati sui quali si erge la città hanno trovato posto costruzioni avveniristiche, sedi di multinazionali, centri direzionali e così via. Scomodare Ninive non è un artificio retorico: con una media di 6.300 abitanti per chilometro quadrato (che salgono a quasi 51 mila nel distretto di Kwun Tong), Hong Kong rappresenta più di molte altre la «grande città» con la quale oggi sempre più - in Asia, ma non solo - la Chiesa deve fare i conti.

La Borsa di Hong Kong è una delle più dinamiche al mondo, il nuovo aeroporto della metropoli, un’enorme piattaforma sul mare, con i suoi 33 milioni di passeggeri l’anno (ma è stato pensato per arrivare a 80), rappresenta uno degli snodi più importanti dell’Estremo Oriente. Il tenore di vita da queste parti è fra i più alti al mondo: Hong Kong vanta un Pil pro capite pari a 34.200 dollari.

L’edificio più alto della città, sesto al mondo, è l’International Financial Center (Ifc), una torre tutta cristalli e acciaio, affacciata sul Victoria Harbour, cuore pulsante del business e del divertimento. Girandolo, capisci perché un saggista americano, George Rizter, abbia scritto un libro su «La religione dei consumi», dedicato «alle cattedrali, ai pellegrinaggi e ai riti dell’iperconsumismo».

Oltre all’Ifc, ultimo in ordine cronologico (ma già si annunciano nuovi, prepotenti concorrenti), Hong Kong vanta alcuni dei più spettacolari shopping mall dell’Asia, compreso uno a forma di gigantesca nave tutta luci, acciaio e cristalli «parcheggiata» nel cuore del quartiere di Hung Hom. Ad essere preda del vorticoso stile di vita consumistico sono soprattutto i giovani: li vedi aggirarsi estasiati tra le vetrine dei negozi hi-tech o passeggiare, l’immancabile I-Pod al collo, con in mano le borse dei negozi firmati.

Dietro la facciata di prosperità e modernità che Hong Kong trasmette, ci sono però scene che non vanno sugli opuscoli patinati, statistiche meno note perché imbarazzanti. Se con la metropolitana - veloce, pulita, un modello di funzionalità - lasci le zone in della città (Central, Causeway Bay) e ti inoltri fino a Sham Shui Po, Tsuen Wan e dintorni, hai la conferma di quanto racconta chi conosce la città: una fascia non trascurabile della popolazione vive in una situazione prossima allo sfruttamento. Molti di coloro che non hanno titolo di studio o si dedicano ai lavori più umili abitano palazzi enormi e spesso fatiscenti; famiglie di 5-6 persone vivono in micro-appartamenti di 30-40 metri quadri.

La vita frenetica della città non aiuta certo i rapporti umani: il livello di sgretolamento delle famiglie (separazioni e divorzi) conosce a Hong Kong tassi prossimi a quelli delle più secolarizzate metropoli europee. Da quando poi si sono intensificati i contatti con la vicina città industriale di Shenzhen, molti uomini d’affari hanno preso a varcare il confine e, parallelamente al pendolarismo con la Cina, si è impennato il numero di divorzi e separazioni: non è un mistero, infatti, che al di là del confine molti abbiano un’amante. Impressionante è anche la percentuale di aborti (29,2 per cento nel 2004), uno dei più alti al mondo: 20.235 aborti contro 49.144 nascite (dato a cui vanno aggiunti gli aborti illegali).

Eppure, anche in un contesto che, a prima vista sembrerebbe impenetrabile alla Buona Novella, le sorprese non mancano. Padre Renzo Milanese, missionario del Pime in Hong Kong dal 1972, addita il volontariato come un esempio di scelta controcorrente ed evangelica: «In un contesto dove regnano la logica della competitività estrema e del profitto, scegliere la strada della gratuità rappresenta un segno forte. A Hong Kong infatti è normale fermarsi un paio d’ore in più sul posto di lavoro (senza relativa retribuzione) per accattivarsi la simpatia dei dirigenti o per dimostrare dedizione all’azienda. Ricordo una mia parrocchiana che, con meraviglia mista a invidia, parlava del figlio, emigrato in Canada, che aveva la fortuna di disporre di molto tempo libero perché la sua giornata lavorativa finiva alle 17. Hong Kong è il posto al mondo in cui i genitori vedono meno i figli, qualche minuto al giorno considerando anche la domenica; se i figli sono piccoli i genitori spesso li vedono una volta la settimana. Per questo è difficile immaginare un volontariato organizzato come in Italia, ma è tanto più significativo che ci siano persone che regalano parte del tempo libero alla parrocchia o agli altri».

Chi ha il coraggio di opporsi alla deriva mercantilista è perché, di solito, ha incontrato una «perla preziosa», più preziosa della carriera o del business. Lo racconta suor Marinei Pessanha Alves, brasiliana, superiora della comunità delle missionarie dell’Immacolata: «Nella notte di Pasqua dello scorso anno, nella mia parrocchia sono stati battezzati 26 adulti e altri 9 hanno ricevuto la cresima. Anche 5 bambini hanno ricevuto il battesimo, alcuni di loro insieme ai genitori. Sei catecumeni adulti che ho seguito da vicino durante gli ultimi due anni sono stati battezzati quella notte. La chiesa era stracolma e l’atmosfera generale era di gioia e entusiasmo. Era commovente pensare, dietro ai volti felici di molti catecumeni, le loro storie di conversione e tutte le difficoltà affrontate e superate per approdare a un vero cambiamento di vita, una volta che Cristo era stato scoperto come la vera perla preziosa, colui per il quale trovi la forza di vendere tutto».

A Pasqua 2005 in tutta Hong Kong sono state circa 2.300 le persone, in maggioranza giovani adulti (tra i 30 e i 40 anni) a ricevere il sacramento del battesimo. Poche, pochissime se si considera il totale degli abitanti; molte se si pensa che ciascuna di esse ha dietro le spalle un cammino personale e una comunità che ha generato alla fede.

Questi catecumeni - così come le parrocchie che li hanno formati - sono, per certi versi, la faccia nascosta della Chiesa di Hong Kong. Molto spesso, tanto in loco quanto in Occidente, a fare notizia è il battagliero vescovo Joseph Zen, dal 2002 successore del cardinale John Baptist Wu (M.M., settembre 2002, pp. 50-53). Se Hong Kong è Ninive, Zen è il profeta scomodo: il mite salesiano, infatti, è uno che non si sottrae al dovere della parresia, della franchezza evangelica ogni volta che è in gioco la difesa della libertà e dei diritti umani, anche quando si tratta di prendere posizione contro le autorità di Pechino, la cui ombra si è proiettata in maniera via via più minacciosa in questi ultimi anni anche sull’ex colonia britannica. Il vescovo ha ripetutamente preso posizione sul «pacchetto sicurezza» voluto da Pechino per restringere le libertà fissate dall’articolo 23 della Legge fondamentale di Hong Kong; è intervenuto sulla questione del right of abode, ossia il diritto di residenza nell’ex colonia per quanti abitano nella Cina continentale ma figli di genitori di Hong Kong; ha denunciato il servilismo nei confronti di Pechino di molti membri del Parlamento della città e non ha lesinato critiche aperte alla leadership della Repubblica popolare cinese a motivo della persecuzione contro i cattolici che, anche di recente, ha conosciuto punte di preoccupante durezza. Nel 2002 tale impegno è stato premiato con la nomina a «uomo dell’anno» dai lettori dell’Apple Daily, il più popolare quotidiano cinese della metropoli. L’ultima battaglia sulla quale Zen si è buttato a capofitto, a costo di trascinare la controparte in un’aula di Tribunale, è la difesa dell’autonomia delle scuole cattoliche, insidiata da alcune recenti disposizioni governative.

Così come è noto il coraggio di monsignor Zen, è conosciuto l’impegno nel sociale della diocesi di Hong Kong, che, specie attraverso la Commissione giustizia e pace, ha ripetutamente dato prova di abbinare il discernimento evangelico e l’impegno a favore della polis.
Chi da anni è in prima linea nelle lotte per la difesa dei meno tutelati - siano essi i boat people (accadeva negli anni Settanta) o i nuovi diseredati - è padre Franco Mella, missionario del Pime, che alterna alla permanenza in Hong Kong frequenti soggiorni in Cina per insegnare inglese nelle scuole. Se a Hong Kong c’è una marcia in difesa della democrazia o un volantinaggio contro la pena di morte in Cina, padre Franco difficilmente si lascia scappare l’occasione. Ed è per questo che, nonostante l’interessato non cerchi la gloria mediatica, non di rado giornali e tv si occupano di lui, tanto che qualche anno fa l’avventurosa storia di padre Mella ha ispirato un film, dal titolo Ordinary Heroes («Eroi comuni»).

Ma «eroi comuni» sono, in qualche modo, tutti coloro che a Hong Kong lavorano a servizio del Vangelo. Perché le difficoltà ci sono e non di poco conto. Che la Chiesa cattolica goda di ampia stima a motivo della sua ramificata presenza in campo educativo ed assistenziale e del suo impegno sociale, è un fatto. Ma gestire strutture mastodontiche - coniugando efficienza del servizio e visibilità dell’ispirazione cattolica - è impresa ardua. Ne abbiamo riprova incontrando padre Michael Yeung, direttore di Caritas Hong Kong, un colosso (4600 dipendenti, al 90 per cento non cristiani), fondato nel 1953 da padre Francesco Lerda del Pime.

Discorso analogo vale per le scuole cattoliche: a Hong Kong sono oltre 300, frequentate da un quarto della popolazione scolastica dell’obbligo. «Le scuole sono ancora oggi, insieme alle parrocchie, uno dei canali privilegiati dell’evangelizzazione - spiega padre Dino Doimo, superiore della comunità Pime di Hong Kong - . Le famiglie puntano moltissimo sull’educazione e le istituzioni cattoliche sono da tempo le più apprezzate». Parte dell’élite della città è uscita di lì: l’avvocato Martin Lee, a lungo capo del Partito democratico d’opposizione, è un esempio, così come Jimmy Lai, proprietario dell’Apple Daily. Inoltre sono cattolici molti dirigenti pubblici e capi di polizia, nonché politici di primo piano, a cominciare dal capo del governo Donald Tsang e da alcuni ministri.

Detto questo, è un fatto che la Chiesa locale si misura da tempo con un problema analogo a quello di molte realtà educative cattoliche in Italia: strutture e istituzioni dalla storia gloriosa, che richiedono però un impegno notevole in termini di risorse umane ed economiche, a fronte di personale religioso anziano e sempre più ridotto sotto il profilo numerico.

Più che per la forza dei numeri o l’efficienza dei servizi, anche nella Ninive d’Asia il Vangelo passa per il contatto personale. Racconta suor Antonella D’Onofrio, delle missionarie dell’Immacolata: «Il mio lavoro di assistente spirituale in ospedale mi permette di avvicinare molti non cristiani. Tempo fa ho incontrato in ospedale una signora sui quarant’anni, seduta sul letto, che piangeva. Mi sono avvicinata e mi ha detto: "Ho letto sul foglietto che hai distribuito per Pasqua che dal buio si arriva alla luce. Io adesso sono nel buio completo. Vorrei avere un po’ di questa luce". Le ho fatto capire che ero lì per ascoltarla, ma senza dire niente, per non disturbare il suo dolore con le mie parole. Tra le lacrime, mi racconta: "Io sono qui perché ho tentato di ammazzare me e la mia bambina di quattro anni. Ora la mia piccolina è in terapia intensiva in un altro ospedale…". L’ho abbracciata forte, volevo farle sentire che capivo il suo dolore, che le ero vicina in quella grande sofferenza. L’ho seguita per più di una settimana, ho poi saputo che la sua bambina era fuori pericolo e che la situazione familiare era migliorata. Alla fine la signora mi ha detto che sapeva che ero una suora cattolica e mi avrebbe cercata ancora, una volta fuori dall’ospedale… Ora viene alla catechesi».

Accanto alla presenza nelle strutture, la «pastorale dell’occasione» sembra essere l’altra via che il Vangelo ha trovato per farsi strada tra i grattacieli. È qualcosa di lontanissimo da un fatalismo ottuso che legge nella casualità la volontà di Dio: piuttosto, si tratta di un’apertura all’imprevedibile, di una disponibilità all’incontro con l’altro, visto come una fonte di sorprese e non qualcuno da conquistare. Una delle lezioni che la Ninive-Hong Kong lascia a chi familiarizzi un po’ con la città e la sua Chiesa è quella di educarsi a leggere «le circostanze» (parola tanto cara a Madeleine Delbrel, anch’ella missionaria, a suo tempo, in una metropoli post-cristiana). Una docilità estrema allo Spirito, insomma, a quello Spirito che «soffia dove vuole». E non di rado parla per bocca di gente lontanissima dalla fede.