RITAGLI  Suor Maria Xaveria Bertola
Siamo il "Gruppo dei Mosè",
quinta colonna della missione

Suor Maria Xaveria Bertola, direttrice del Centro Missionario di Alba, ha fondato qualche anno fa un'associazione che si prefigge un compito prezioso: cooperare attraverso la preghiera all'opera dell'evangelizzazione, offrendo al Signore la propria sofferenza.

Gerolamo Fazzini

MONDO E MISSIONE - FEBBRAIO 2002 - www.pimemilano.com

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Un "polmone spirituale" per la missione. Anzi: un motore che, sebbene immobile, alimenta e sostiene i passi di chi annuncia il Vangelo in frontiera nei diversi continenti. Così suor Maria Xaveria Bertola definisce il "Gruppo dei Mosè", partito da qualche anno in diocesi di Alba (CN), all'interno del quale ogni componente offre quotidianamente la sua sofferenza e la sua preghiera per i missionari.
Del Centro Missionario di Alba, suor Maria Xaveria - 69 anni, delle suore Luigine - è diventata direttrice nel 1999, un anno dopo il rientro dalla missione, ed è tuttora una delle poche religiose in Italia ad avere assunto tale responsabilità.
"Al momento di avviare il lavoro in diocesi - racconta - insieme con i miei collaboratori ho avvertito la necessità che, accanto ai progetti e alle iniziative concrete, fosse resa sempre più esplicita la ragione del nostro impegno e il riferimento trasparente a Dio come primo protagonista della missione. Perché la missionenon è un lavoro sociale, anche se operiamo nel sociale, ma un'opera di Dio e pregare è il primo passo per annunciare il Vangelo".
Da lì all'idea di costituire il Gruppo il passo è breve: "Ci siamo ricordati del passo biblico che narra di Mosè sul monte in preghiera, mentre gli altri sono immersi nella quotidianità e l'abbiamo scelto come icona del nostro gruppo. Un gruppo di gente assolutamente normale votato alla preghiera, intesa innanzitutto come stare davanti a Dio in gratuità".
Se state pensando a derive spiritualiste o ad atteggiamenti rinunciatari, quasi un riflusso nel silenzio e nella contemplazione in tempi difficili e complessi per la missione, siete fuori strada. Suor Maria Xaveria, schiva di natura e tutt'altro che incline a mettersi in mostra, abbiana in sé la concretezza di chi ha provato sulla pelle la fatica dell'inculturazione e la durezza della missione (per una trentina d'anni, a partire dal 1958 quando ancora era Pakistan orientale, ha operato in Bangladesh, con una parentesi in Italia come formatrice in noviziato internazionale) alla lucida consapevolezza che, proprio alla luce delle difficoltà, "pensare di farcela da soli è un'illusione: se Dio non accompagnasse i nostri passi, vano sarebbe il nostro impegno".
Racconta: "In Bangladesh, lavorando a contatto con una miseria scandalosa, a fianco degli intoccabili o di donne la cui dignità e i cui diritti erano calpestati, ho percepito distintamente che c'era qualcuno - per così dire - alle mie spalle che mi dava la forza. Ed era la gente che, sapevo, pregava per me; questa vicinanza mi ha dato coraggio e mi ha sostenuto nei momenti difficili".
Rientrata ad Alba, Suor Maria Xaveria ha dovuto procedere - per sua stessa ammissione - ad una "seconda inculturazione". Non è stato un processo indolore, anzi: la nostalgia per il Bangladesh non è del tutto svanita. "Ma se ho gradualmente compreso che c'è uno stile di operare a livello missionario comune a qualsiasi latitudine - sottolinea lei - è proprio in virtù del sostegno spirituale che ogni giorno riceviamo da parte di persone che hanno a cuore la missione".
Il popolo silenzioso dei Mosè è nato giorno dopo giorno, soprattutto in base a contatti personali. "Abbiamo offerto la possibilità di entrare a far parte del gruppo a gente che conoscevamo nelle parrocchie, persone motivate cristianamente ma, in alcuni casi, in ricerca, in genere malati che avevano bisogno di dare una motivazione al loro soffrire".
Con delicatezza suor Maria Xaveria e i suoi collaboratori si sono accostati a gente ferita e, in alcuni casi, sulla soglia della disperazione (persone con tumori, malati garvi) alle prese con l'urgenza di dare un senso al loro calvario. "A tutti costoro offriamo la possibilità di stare misteriosamente, per fede, accanto a coloro che in missione operano, diventandone per così dire alleati silenziosi con la oreghiera e l'offerta della malattia.
Ciò ha dato a molti un senso al soffrire, hanno cominciato a leggere il loro vissuto in modo più sereno, sono entrate in una strategia di missione diversa".
L'identikit del gruppo è quanto mai vario e differenziato. C'è la madre di famiglia giovane e la figlia adolescente che con entusiasmo hanno aderito alla proposta e pregano soprattutto per un missionario di Alba in Bolivia che conoscono, un religioso che opera in piccoli Paesi dispersi a 4000 metri d'altezza, tra minatori che hanno perso il lavoro e poveri incerca di futuro.
C'è una mamma, alla quale è stato diagnosticato un tumore, che dopo un incontro con padre Alex Zanotelli ha deciso di affiancarsi spiritualmente al suo lavoro nella baraccopoli di Korogocho. Una comunità di monache ha scelto di associarsi in preghiera e adorazione, un'altra comunità di suore anziane si è detta disponibile. Ma non mancano pensionati, anche uomini. In totale le persone che gravitano sull'iniziativa e fanno riferimento al Centro Missionario di Alba sono una quarantina: ciascuno è idealmente associato a un misionario o un "fidei donum".
Ma - ci tiene a precisare suor Maria Xaveria - non si tratta di un'adozione a distanza di tipo spirituale, è qualcosa di diverso da un semplice gemellaggio : "entrare nel Gruppo dei Mosè significa accettare di vivere una forma inedita di corresponsabilità, entrare in una comunione più grande qualcosa che ha a che fare col mistero del Corpo Mistico di Cristo". Tant'è che i membri del Gruppo fra loro non si conoscono, "né potremmo organizzare incontri perché molti degli aderenti sono ammalati o anziani. Eppure desideriamo conoscerci, non a livello fisico ma spirituale e lo facciamo attraverso una circolare mensile, oltre che col contatto personale, le visite a casa o una semplice telefonata".
Da come ne parla, si intuisce che suor Maria Xaveria crede e investe molto sul Gruppo dei Mosè. Ma non ama chiamarlo suo progetto. Anzi - come lei stessa racconta - "pensavamo di essere gli unici, mentre, di recente, in un convegno nazionale ho scoperto iniziative analoghe sul territorio in giro per l'Italia". Gelosi della primogenitura? "Nient'affatto, ce ne rallegriamo".