All'assise dei cattolici ci sono immigrati e nostri emigranti

RITAGLI   Il mondo entra a Verona.   DOCUMENTI
Le sorprese non finiscono mai

Ernesto Diaco
("Avvenire", 18/10/’06)

Capita di tutto al convegno della Chiesa italiana. Anche di sedersi accanto a un prete dagli occhi a mandorla o ad una colf filippina. Pure lei, per venire a Verona, ha dovuto chiedere una settimana di ferie. Nessuna meraviglia, però. Sono una trentina gli immigrati che partecipano ai lavori, in rappresentanza delle diverse comunità nazionali diffuse lungo tutto lo Stivale. Non ospiti, si faccia bene attenzione, ma delegati a pieno titolo. Se il loro passaporto è differente, la fede è la stessa, come il motivo per cui sono qui: offrire un contributo di esperienza e di idee al grande laboratorio in cui si disegna il futuro ecclesiale del nostro Paese. Una terra che adesso è anche la loro.
Senegal, Brasile, Corea del Sud, Nicaragua. È lungo l'elenco delle provenienze. Ci sono studenti e professionisti, badanti e operai. Sono pezzetti di mondo che fanno più vivo il tessuto delle nostre parrocchie, e talvolta chiudono anche qualche buco. La Chiesa italiana ha il volto che vediamo ogni giorno sul tram, al supermercato, a scuola. Ha i colori e i profumi dei cinque continenti. Non potrebbe essere altrimenti, per una comunità che da duemila anni legge nelle proprie Scritture: «Non c'è più né giudeo, né greco». Davanti al Vangelo, si sbriciolano anche gli ultimi muri: quelli innalzati dalla paura del diverso e del nuovo.
È un bel segno per un'assemblea che ha fra i suoi obiettivi quello di ridare speranza alla società italiana, di sciogliere i nodi che la tengono aggrovigliata su se stessa, incapace di investire nel futuro. Un'iniezione di fiducia e di fantasia, ecco ciò che la Chiesa può legittimamente aspettarsi da questi suoi figli approdati sui lidi nostrani, giunti fra noi proprio rincorrendo le loro speranze. La "via italiana" alla testimonianza evangelica nel villaggio globale non può che scaturire da questo mescolarsi di dialetti attorno all'unica Parola. Poco importa se l'accento cade su una sillaba diversa o se alcuni vocaboli escono più difficili, magari un po' storpiati. Nei gruppi di lavoro del Convegno, gli immigrati porteranno l'anelito delle loro terre d'origine, insieme al vissuto - non raramente tinto di martirio - delle Chiese che li hanno visti partire. Entrambi interessano ai lavori del convegno. Un incontro che vede al centro la risurrezione di Gesù non può avere orizzonti ristretti.
Il mondo entra a Verona attraverso le loro vicende: storie di fatica non meno che di accoglienza, di precarietà come di amicizia. Altra preziosa finestra sul villaggio globale in cerca di speranza sono i venti delegati venuti a rappresentare gli italiani che risiedono all'estero. E che, spesso, insieme al marchio del Belpaese, hanno esportato oltre confine anche tradizioni intrise di vangelo. È un'altra "prima volta" per un convegno ecclesiale. Queste presenze, infatti, non sono fortunate coincidenze, ma sono state desiderate e programmate. Un segno ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di come questi eventi sono luoghi aperti, in cui si guarda lontano e si leggono anche le trasformazioni sociali con gli occhi di un'altra economia. Quella, cioè, di una salvezza offerta a tutti; un dono che raggiunge anche gli angoli più dimenticati della coscienza e dell'atlante.
D'altronde, questa è la Chiesa. E il Convegno di Verona ne è un piccolo eloquente concentrato. Un'esperienza che, una volta gustata in tutti i suoi sapori, entrerà in modo stabile nel menù delle nostre comunità. Per stuzzicare il palato di quanti - e sono molti - hanno fame di una speranza vera.