SCIENZIATI

Amaldi: c’è rischio. Anche la gente giudichi la ricerca.

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«I cittadini perdono fiducia:
spesso non sono chiare le relazioni con gli interessi industriali.
E ci si fa usare dalla politica».
«Servono luoghi di confronto,
in cui scienziati di diverso indirizzo filosofico e religioso
vengano invitati a colloquiare».
«Ci si deve preoccupare fin dall’inizio
delle ricadute delle scoperte sui valori etici fondamentali,
anche se non li si condivide».

Da Milano, Viviana Daloiso
("Avvenire", 11/10/’07)

Dai progressi nel campo della clonazione alla creazione di "chimere" e di embrioni umani "ibridi", passando per la recente e controversa "sintetizzazione" di un cromosoma artificiale. Negli ultimi mesi la ricerca scientifica, forte di un certo "sensazionalismo mediatico", ha saputo stupire con clamorose scoperte: a cadenza quasi quotidiana siamo stati informati sull’assalto e la conquista dei segreti della vita, sull’imminente, presunta cancellazione delle malattie più temibili, sulla pretesa di alcuni scienziati di sostituirsi a Dio nella creazione di organismi viventi... Ma abbiamo anche assistito a smentite e infuocate "controversie" sulla reale portata di quelle scoperte e sul modo in cui sono state comunicate (si pensi alla polemica innescata dall’annuncio di Craig Venter sulla creazione di "vita artificiale", dato con un’intervista a un quotidiano prima della pubblicazione sulle riviste scientifiche). A volte, insomma, sembra affiorare una certa confusione sui metodi e sui risultati. Con scienziati che, nella corsa ai finanziamenti e alla fama, rischiano di sacrificare il rigore necessario alla loro disciplina. E la scienza, invece che ispirare fiducia, può creare perplessità. Se non veri timori. Di questo abbiamo discusso con un protagonista da trent’anni del panorama scientifico internazionale, il fisico Ugo Amaldi. Che sul ruolo della ricerca nella società, e sulle responsabilità etiche e civili degli scienziati, ha molto da dire.

Professore, partiamo dall’ultimo, eclatante successo della ricerca: l’annuncio del genetista americano Venter, che ha sintetizzato il primo "genoma artificiale". Perché tante polemiche nella comunità scientifica?

Craig Venter è uno scienziato, ma soprattutto un grande uomo di affari, e come tale ha "amministrato" la sua scoperta a scopi meramente commerciali. Lo segnala la decisione di dare l’annuncio in "pompa magna" sul quotidiano britannico "The Guardian" prima di confrontarsi col resto dei colleghi. E lo dimostra, ancor di più, il tentativo di rivestire il suo risultato di significati che dal punto di vista scientifico, a mio giudizio, non ha affatto.
Qui non si tratta di saper creare un essere artificiale, come è stato dichiarato dal genetista, ma di sostituire il "Dna" in un microrganismo appena più grande di un "virus" con una tecnica nuova, originale, ma che non differisce di molto da modifiche del "Dna" che si fanno da tempo in altri contesti. Un passo in avanti ma non certo rivoluzionario.

Interessi economici, affari, a volte risultati "truccati": cosa c’entrano queste cose con la scienza?

Non dovrebbero entrarci per nulla, e invece proliferano. Determinando il verificarsi di quello che da tempo preoccupa molti scienziati, tra cui il sottoscritto: la rottura del rapporto tra scienza e società. Oggi il pubblico non ripone più la sua fiducia nella scienza: negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di ricercatori "corrotti", mentre molti non hanno chiarito le loro relazioni con la grande industria, relazioni che, nel caso di Venter, sono perlomeno esplicite. Senza contare l’affermarsi – lo vediamo anche in Italia – di un modo di fare politica che cerca di coinvolgere gli scienziati autorevoli non in quanto portatori di conoscenze utili alle decisioni che riguardano il bene di tutti, ma in quanto possono sostenere la tesi che di volta in volta interessa. Così abbiamo scienziati "buoni" e "cattivi" per un sistema, non semplicemente scienziati. Sono questi i motivi per cui la gente sta smettendo di dare credito alla scienza. E, quel che è peggio, anche alla politica.

Come rompere questo "circolo vizioso"?

Lo sostengo da tempo: creando "luoghi della fiducia" nei quali scienziati, scelti per competenza e serietà, possano essere considerati testimoni credibili di quello che sanno.

Che cosa intende?

Penso a circoli, piazze, giornali e anche luoghi concreti, o figurati, in cui la gente possa "entrare", partecipare. In cui la scienza e i suoi progressi cessino di essere considerati alla stregua di "magie". In cui scienziati di diverso indirizzo filosofico e religioso vengano invitati a colloquiare con coloro che scienziati non sono. E gli scienziati dovrebbero essere scelti sulla base di due criteri: il primo, che nel tempo si siano dimostrati obiettivi nel definire i lati positivi e negativi della loro ricerca; il secondo, che sappiano ascoltare e rispondere in modo semplice, affinché anche chi non ha cultura scientifica specifica possa afferrare l’essenza dei concetti. Credibilità e chiarezza, ecco quello che dovrebbe distinguere gli scienziati, ecco le fondamenta di un nuovo dialogo. Lo sostengo dalla "Settimana Sociale" di Bologna: i movimenti cattolici dovrebbero essere i promotori più attivi di questi "luoghi della fiducia".

Recentemente il principale consulente scientifico del governo britannico, Sir David King, ha presentato un "Codice etico universale per gli scienziati", che va nella stessa direzione dei suoi "luoghi della fiducia". Perché questa priorità? Ci siamo abituati a una scienza padrona di se stessa e delle proprie scoperte, "autoreferenziale", chiusa nei propri laboratori...

Ebbene, questa scienza non può che fallire. Non intendo "finire", attenzione: nei laboratori la scienza continuerà a fare scoperte, queste porteranno alla creazione e allo sviluppo di nuove tecnologie (macchinari, terapie, farmaci), le tecnologie a loro volta stimoleranno nuove ricerche e scoperte.
Questo moto a spirale "scienza-tecnologia-scienza-tecnologia" – su cui si è costruito nel corso dei secoli e continua a svilupparsi il sapere scientifico e lo sviluppo economico – non può interrompersi o esaurirsi. Il problema, oggi, è il modo in cui "controllare" questo ciclo, usarlo correttamente.

Eticamente...

Esatto. Si può sperare di controllare le parti tecnologiche del ciclo con commissioni di esperti e con regolamenti. Ma è necessario introdurre un meccanismo adatto alle fasi scientifiche del ciclo, quello delle scoperte fatte nei laboratori che possono influenzare, magari in un futuro lontano, la vita degli individui e la loro visione del mondo. Questo controllo non può essere fatto che dagli stessi scienziati, i quali devono preoccuparsi sin dall’inizio delle conseguenze delle loro scoperte anche nei riguardi dei valori etici che sono alla radice della società in cui vivono, e questo indipendentemente dal fatto che possano personalmente non condividerne alcuni...

La maggioranza degli scienziati "laici" obietterebbe: «Perché mai dovrei preoccuparmi dei valori etici della società in cui vivo? Io faccio scienza, la scienza dà tutte le risposte».

Come scienziato, io ritengo che ciò non sia vero. Proviamo a pensare alle domande generali e condivise che gli uomini si sono posti nella storia: da dove viene l’Universo? Cos’è la materia? Qual è il senso della vita? Cos’è la giustizia? Queste domande possono essere suddivise in tre gruppi: scientifiche, filosofiche e religiose. Ebbene, la razionalità scientifica potrà rispondere con pertinenza e univocità solo alle prime: è l’essenza stessa della descrizione scientifica del mondo, i cui grandi successi nella storia si sono verificati proprio in seguito alla voluta limitazione del campo di indagine al mondo naturale. È in base a questo metodo che tutti gli scienziati, nel tentativo di rispondere ad una domanda scientifica, danno la stessa risposta e costruiscono un sapere che è sostanzialmente unico. La stessa cosa non succede quando oltrepassano la linea di confine e con la razionalità scientifica cercano di rispondere alle altre domande. Qui le risposte degli scienziati partono dal mondo naturale ma lo "trascendono". E guarda caso sono diverse tra loro, ognuno la pensa a modo suo.

Dunque?

Dunque gli scienziati, per essere tali e come tali credibili agli occhi della società, devono continuamente interrogarsi sulle possibili conseguenze delle loro scoperte, accettando il fatto che le scelte etiche "trascendono" il sapere scientifico e che nella società coesistono scelte etiche diverse dalla loro, tutte da rispettare. Ci vuole un accordo, quella che io chiamo una nuova clausola del "patto sociale": noi scienziati dobbiamo informare preventivamente delle potenziali conseguenze (positive e negative) di quello che facciamo i colleghi, i politici e, se il tema è molto rilevante, il pubblico; in cambio, i cittadini devono prendere l’impegno di informarsi, di ascoltare e capire la scienza, in modo che sappiamo che le nostre idee saranno esaminate con correttezza, senza pregiudizi "antiscientifici" e non solo sulla base di criteri "esterni".

A questo proposito, qual è la sua opinione sul conferimento del "Nobel" per la Medicina alla "triade" di scienziati che ha compiuto passi da gigante nel campo della ricerca genetica? Può esserci il sospetto che sia stata premiato – quasi ideologicamente – un "filone" preciso della scienza, ovvero quella che pretende di utilizzare le "cellule staminali embrionali"?

Non lo credo, anche se la biologia non è il mio campo. Che ci fosse bisogno di un "Nobel" che premiasse i passi da gigante fatti nelle ricerche sugli animali – sottolineo: sugli animali – e i meccanismi di funzionamento delle loro cellule embrionali era naturale. Ma questa non è, a mio avviso, una scelta ideologica. Quello che mi preme ribadire è che le scelte etiche vanno fatte separatamente dalla ricerca scientifica, con il contributo di tutti, scienziati e cittadini.