Svuota di senso la tolleranza

RITAGLI   Frutti amari del relativismo politico   DOCUMENTI

Francesco D'Agostino
("Avvenire", 1/5/’07)

Non so quale sia il rilievo propriamente criminale del moltiplicarsi delle minacce nei confronti dell'arcivescovo Bagnasco: lascio il giudizio agli esperti. Quello invece che so è che queste minacce hanno un rilievo politico e culturale.
Sotto il primo profilo, quello politico, sono il segno di un "incattivirsi" - che addolora e che non va sottovalutato - dell'atmosfera pubblica del nostro Paese. Peraltro, non vanno nemmeno sottovalutate le esplicite e ferme reazioni di condanna che si sono avute da parte di tutte le principali forze politiche italiane. È un segno, questo, che ancora non sono stati del tutto dimenticati gli anni in cui la violenza politica, dalle aule universitarie in cui veniva teorizzata da tanti "cattivi maestri", giunse a divenire, per opera di ottusi e criminali discepoli, una prassi costante che arrivò a insanguinare, quasi quotidianamente, strade e piazze del nostro Paese.
Se dunque sembra ragionevole pensare che politicamente è ancora prematuro assumere il reiterarsi di queste minacce come il segno di un radicale cambiamento di atmosfera dell'Italia di oggi, culturalmente invece è opportuno ricordare cosa c'è dietro queste aggressioni, per ora fortunatamente solo verbali, e dietro queste minacce, per ora fortunatamente solo velleitarie. Alla loro radice si colloca una specifica visione della vita sociale, che oggi assume le vesti del relativismo politico, e che non accetta l'idea che esista un bene umano oggettivo, che è compito della politica individuare e costruire con pazienza, sia pur tra mille difficoltà. Il relativista vede nella politica il luogo del conflitto anziché del dialogo, dello scontro anziché della paziente ricerca di interessi comuni e giunge quindi a convincersi che chi non è con lui, è sempre, oggettivamente, un avversario, uno che si pone e agisce contro di lui.
È inutile ricordare i nomi delle ideologie e degli ideologi che hanno contribuito a costruire questo paradigma in tutte le sue varianti, fino alle più estreme: è cosa che può interessare, al più, solo gli accademici. Ricordiamo invece, quali siano gli effetti di questa visione del mondo, che, negando una verità della politica, cioè l'esistenza di un bene comune, giunge a sostenere - a suo modo coerentemente - che la guerra è un concetto politicamente forte e la pace un concetto politicamente debole.
Il primo gravissimo effetto è quello di ridurre la politica a logica di potere. E il potere, se viene politicamente pensato, come oggi sempre più spesso succede, come un bene in sé, conta solo per quanto se ne ha. È questa la ragione per cui, più si possiede il potere, più è facile usarlo in modo aberrante. Gli esempi, anche tragici, vengono alla mente di tutti; limitiamoci a un esempio lieve, alla deliziosa satira di Lewis Carroll, in "Alice nel paese delle meraviglie" (cap. 8), quando la Regina di cuori - consapevole custode del suo sommo potere - sanziona ogni inadempienza con una frase sola: "Off with his head!" (tagliategli la testa!). Minacciare l'avversario e fargli tagliare la testa sono cose - per fortuna - ben distanti tra di loro sul piano della prassi, ma molto vicine su quello della teoria: non devono dimenticarselo coloro che, ripudiando sinceramente ogni prassi violenta, sembrano però incapaci di comprendere la violenza intrinseca, anche se inattuata, del relativismo.
Il secondo effetto del relativismo politico è quello di rendere evanescente il dialogo e di svuotare di senso l'idea stessa di tolleranza: se la verità non esiste, tollerare chi la pensa diversamente da me può dipendere dalla mia gentilezza d'animo, non da ragioni morali che me lo impongano. Mi auguro che non abbia del tutto ragione Lee Harris, quando scrive che «i relativisti tollerano soltanto culture e religioni che non hanno la pretesa di possedere una verità più ampia di quella dei relativisti stessi». Mi sembra però evidente che ciò che nelle parole di monsignor Bagnasco ha attivato la rabbia degli autori di tante minacce e tante intimidazioni è soprattutto un appello che è in esse fermamente contenuto: quello, irrinunciabile, alla verità e alla testimonianza che le dobbiamo.