L’obiezione di coscienza

RITAGLI   Un atto estremo   DOCUMENTI
all’altezza anche dei magistrati

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 24/3/’07)

È inutile illudersi: il tema dell’obiezione di coscienza, quando sia preso sul serio, è lacerante. Ogni essere umano, infatti, è vincolato da una duplice ubbidienza, quella nei confronti della comunità civile cui egli appartiene e quella che lo vincola al rispetto dei valori fondamentali che danno senso alla sua vita.
Ordinariamente le due ubbidienze convergono o almeno non si presentano come conflittuali. In qualche caso può manifestarsi un contrasto tra le due, ma può anche apparire evidente che nel concreto non rispettare le leggi della comunità civile, per seguire le diverse indicazioni della coscienza, può di fatto produrre più male che bene. In casi estremi, però, la coscienza comprende di non avere alternative; accondiscendere al dettato ingiusto di una legge significherebbe introdurre nel mondo un’ingiustizia intollerabile; dire di no alla legge è in questi casi l’unico modo per dire di sì alla giustizia e renderle testimonianza.
Quale sarà il destino dell’obiettore? Spesso è quello, consapevolmente previsto e accettato, della persecuzione, che rende tragicamente attuale una delle più dure beatitudini evangeliche (beati i perseguitati a causa della giustizia). Sempre più spesso, però, nelle società ad alta complessità, per casi formalmente "tipicizzati", è lo stesso sistema normativo che assume nei confronti degli obiettori un atteggiamento di comprensione, giungendo fino ad autorizzarli alla non ubbidienza pur di evitare lacerazioni nel tessuto sociale della comunità. In queste ipotesi l’obiettore non viene costretto a cooperare ad una ingiustizia, ma questa forma di esenzione legale da un dovere legale di cui egli viene a godere toglie indubbiamente alla sua scelta il carattere di una testimonianza.
È possibile richiedere anche ai magistrati l’obiezione di coscienza? Certamente sì, sostiene la "Dichiarazione finale" della XIII Assemblea generale della
Pontificia Accademia Pro-vita (Pav): è la stessa richiesta che viene mossa a medici, infermieri, farmacisti, personale amministrativo, parlamentari, quando si trovino coinvolti in situazioni che concernono «la vita umana individuale, laddove le norme legislative prevedessero azioni che la mettono in pericolo». Altissimi rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati hanno fatto subito sentire le loro proteste, quasi che la "Dichiarazione finale" dell’assemblea generale della Pav fosse stata stesa pensando unicamente al "caso Italia" e avesse come obiettivo quello di distogliere i magistrati della loro doverosa subordinazione alle leggi del nostro Paese: ipotesi ovviamente senza fondamento, come ha sottolineato un comunicato della stessa Pav.
Il punto è che non appare chiarissimo cosa trovino di strano i magistrati nel richiamo della "Dichiarazione" alla difesa della vita. «È la Costituzione - hanno scritto i magistrati - la tavola dei valori cui un magistrato deve fare riferimento nell’esercizio delle sue funzioni». Non c’è dubbio; ma la difesa della vita non è forse un valore costituzionale fondamentale? Cosa temono i nostri magistrati? Forse che, facendo un semplice, ma rigoroso ragionamento, qualcuno possa arrivare a concludere che alcune leggi vigenti nel nostro ordinamento (vedi la legge sull’aborto) e altre leggi che potrebbero entrare a farne parte (ad es. una legge sull’eutanasia) appaiano in contrasto con la Costituzione? Se così fosse, fare obiezione a queste leggi - anche da parte di un magistrato, una volta espletati tutti i possibili ricorsi di costituzionalità che gli sono concessi - equivarrebbe a dare testimonianza sia di coscienza che di supremi valori costituzionali e questo anche nel caso in cui, per una singolare cecità (per così dire) della Corte Costituzionale, tali leggi avessero ottenuto da questa un indebito e formalistico avallo. Una simile obiezione non sarebbe di certo gratuita, anzi avrebbe un prezzo altissimo, in senso sia professionale che umano.
Ma solo quelli che in passato hanno avuto il coraggio di pagare un simile prezzo hanno meritato ammirazione e riconoscenza.