La realtà e l'impegno

RITAGLI    Costruiamo un Paese meno spaesato    DOCUMENTI

Francesco D'Agostino
("Avvenire", 18/9/’07)

La prolusione che l'arcivescovo Bagnasco ha tenuto ieri davanti al "Consiglio permanente" della Cei ha il suo centro in una constatazione amara, ma lucida: nell'Italia di oggi l'unità della persona appare frantumata e smarrita, carente di criteri di interpretazione e di sintesi; la stanca, ma martellante insistenza sul nostro essere lontani dalla verità produce un'estenuazione «che vorrebbe rendere patetico qualunque richiamo alla coerenza». Il "secolarismo", che ama presentarsi come il valore fondante la modernità, anziché rafforzare le persone le «sfilaccia», esaltando la frantumazione dei «punti di vista», e le abbandona in definitiva ad un vuoto esistenziale che è arduo colmare. È un'analisi "ruvida", forse addirittura troppo poco ruvida nei confronti di una realtà che sta sotto gli occhi di tutti. Ma non si tratta di un'analisi genericamente "deprecatoria", di quelle che si compiacciono di descrivere il presente come un cumulo di macerie. Si tratta al contrario della premessa per un'indicazione estremamente costruttiva, sulla quale ci si augura che la nostra classe politica trovi il tempo di riflettere seriamente.
L'effetto più plateale della crisi "antropologica" che caratterizza in modo così vistoso l'Italia di oggi è - per usare un'espressione che non compare nel testo di Bagnasco - quello dell'«antipolitica». Le svariate e il più delle volte rozze e volgarissime forme nelle quali si sta manifestando il sentimento antipolitico della gente va di pari passo con la crisi del nostro Stato, sempre meno percepito come quel soggetto pubblico che deve «farsi promotore e garante del bene comune». Non solo oggi è in crisi l'idea che esista un imprescindibile dovere di tutti i cittadini di ubbidire allo Stato, ma è in crisi anche l'idea che questo dovere abbia profonde radici morali, perché il tema stesso del bene comune appare ormai problematico, come la stessa idea di persona.
Tutto questo non avviene per caso: il "laicismo" dominante (ne siano o no consapevoli i "laicisti") non riesce più né a vedere né a proteggere la persona come centro di valori, ma è in grado tutt'al più di percepire solo gli individui: e gli individui, a loro volta, non riescono a farsi l'idea di un bene che sia comune, perché in quanto meri individui sono solo portatori di interessi egoistici e "autoreferenziali". Gli interessi individuali possono sommarsi o escludersi a vicenda, ma non possono mai riuscire, per loro natura, a fondersi in quell' unico interesse che è di tutti e che non esclude nessuno, che chiamiamo appunto bene comune.
Nella lucida analisi di monsignor Bagnasco, in una società che si vede composta solo di individui, che non riescono a riconoscersi vicendevolmente come persone, i vincoli sociali non possono che indebolirsi e allentarsi, fino a scomparire. Non illudiamoci: questi vincoli non si riattiveranno attraverso forme di «improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale». Essi potranno essere ricostruiti solo se si saprà operare una «ricentratura profonda», che torni ad individuare il senso e le ragioni del nostro stare insieme, che torni ad attivare «quel tipo di solidarietà su cui una comunità strutturata deve fare affidamento, se vuole essere un "Paese-non-spaesato"».
Con un accenno molto rapido, il presidente della Cei allude al contributo che la religione e «la considerazione ad essa riservata» possono dare a tale «ricentratura»: un contributo per il bene comune, non per il bene della Chiesa. C'è da augurarsi che i soliti, vecchi laicisti, anziché storcere il naso o stracciarsi le vesti per questo accenno (ma speriamo che, comunque, ne apprezzino la delicatezza), ne sappiano cogliere la saggezza: nessuna comunità può sopravvivere e costruire in modo umano il proprio futuro, se i suoi membri non sono in grado di percepire la loro reciproca solidarietà come personale, cioè come fraterna.