Inquieta il silenzio sulla tragedia che ha colpito le Filippine

RITAGLI   Lontano dai nostri occhi   DIARIO
non c'è tifone che tenga

Marina Corradi
("Avvenire", 6/12/’06)

Il conto dei morti a Bicol, la regione delle Filippine devastata dal tifone Durian, aumenta ogni giorno. Ieri sera era a quota 1266, mille feriti, 14mila evacuati, 230mila case distrutte. Sotto al fango colato dalle pendici del vulcano Mayon ancora centinaia di corpi, che non verranno recuperati mai. Non si parla molto, sui giornali e in televisione, di questa apocalisse esplosa su villaggi di baracche agli antipodi del mondo. Dalla Croce Rossa locale, dalla Caritas si ripetono gli appelli: occorrono cibo, tende, acqua, medicine. A Legaspi, testimonia un missionario alla "Misna Agency", ci sono viveri per soli tre giorni. Le baracche del Bicol, una delle zone più povere delle Filippine, sono state spazzate via, e una folla di disperati s'è rifugiata nelle missioni rimaste in piedi. Ma di questa periferica fine del mondo c'è poca eco sui "media". Forse perché quella zona delle Filippine, alle pendici di un vulcano attivo e sulla rotta dei più devastanti tifoni asiatici, è una terra costantemente percorsa dalle catastrofi naturali. Forse perché solo i più miserabili del mondo si abbarbicano, per vivere, con baracche di lamiera sotto a un vulcano che non cessa mai la sua sorda minaccia, in un continuo eruttare di lapilli e ceneri. La catastrofe nel Bicol è pressoché abituale, e ciò che è abituale non fa più una notizia. Scarseggiano poi, sull'apocalisse lontana, le immagini: il motore potente di ogni emozione collettiva. Non c'erano nel Bicol turisti a filmare lo sfacelo, come in Thailandia sulle spiagge dello tsunami. Non c'eravamo noi, quelli del "Primo mondo", ed è come se, tacitamente, una catastrofe in cui "noi" non ci siamo fosse semplicemente una calamità naturale che ha devastato valli che non sappiamo immaginare, villaggi mai visti dove abitano, certo, degli uomini - ma di quella specie di ultimi cui per antico destino tocca di morire a migliaia, in una notte, sotto al fango. Il Fato e la Natura, insomma, intenti alla loro opera di distruzione degli alveari umani, come è dalla notte dei tempi. Uomini così lontani ai nostri occhi da non coinvolgerci; e strozzate dalle linee telefoniche interrotte, dalle strade sepolte dal fango, le voci dei missionari che da laggiù chiedono aiuto. Certo, se potessimo vedere fino a Legaspi, se le telecamere riuscissero a mostrarci le facce dei bambini che non trovano più la madre, e il rovistare tra il fango dei superstiti, là dove il giorno prima c'erano una baracca e i propri figli, ci commuoveremmo, perché non è che siamo, in fondo, cattivi. È che, mancandoci quel nesso indispensabile che è per noi il "vedere", non sappiamo partecipare di una tragedia lontana. L'immaginare, solo in base a voci stentate e deboli, ci è ormai quasi impossibile. È qualcosa di simile a quanto succede nella "forma mentis" attuale di fronte all'aborto. Di cui si può anche ammettere che sia eliminazione fisica di un principio d'uomo; ma, poiché avviene lontano dagli occhi, nel buio, ci impressiona meno di un animale morto, travolto sulla strada. È il capovolgimento moderno della frase di Saint-Exupery, nel "Piccolo Principe": "L'essenziale è invisibile agli occhi". Ciò che è invisibile agli occhi, potremmo dire noi cresciuti nella "dittatura mediatica", non è essenziale: e, forse, non esiste nemmeno.