Come vivere una domenica speciale secondo le intenzioni del Papa

RITAGLI   La pace la facciamo noi. Siamo noi, ciascuno di noi   DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 23/7/’06)

«Ci sono situazioni in cui il conflitto, che cova come fuoco sotto la cenere, può nuovamente divampare causando distruzioni di imprevedibile vastità», scriveva Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, il primo gennaio scorso. E ora che il fuoco deflagra in Medio Oriente, nella domanda del Papa di pregare oggi, in tutte le chiese – e anche gli ebrei, e anche i musulmani – si avverte l’eco di quelle parole, come di una veglia costante e cosciente, nella consapevolezza che spesso dalla pace alla guerra c’è un nulla, solo il precipitare in poche ore di un odio radicato appena costretto in un effimero compromesso. E che non è, diceva il Papa in gennaio, «vera pace, la semplice assenza di conflitti armati»: «quando tanti popoli sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze intollerabili, come si può sperare nella realizzazione del bene?». La pace, nella visione del Papa, non è pura assenza di guerra. È qualcosa di molto più ampio, un ordine originario, la "tranquillitas ordinis" di Agostino, l’impronta di Dio sulla Città dell’uomo; a cui si oppone, già riconosciuta nella Genesi, la menzogna. «L’autentica ricerca della pace – ha scritto Benedetto XVI – parte dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo, e risulta decisivo per il futuro del nostro pianeta». Molto oltre dunque un pacifismo utopista, e, dall’altro lato, oltre la esplicita domanda di schierarsi: da una parte o dall’altra, chi sono i "buoni", e chi i "cattivi"? Ma il Papa sa che, lo scrisse Giussani in occasione della guerra in Iraq, «la spaccatura fra buoni e cattivi genera l’infinita possibilità di ribellione e di massacro». Che gli assolutamente buoni, gli assolutamente onesti non esistono; e chi ha questa pretesa ne deriva quasi sempre il pretesto per nuove, peggiori sopraffazioni. La domanda accorata di pregare, oggi, di fronte all’inasprirsi della crisi fra Israele e Libano – attorno, apparentemente immobili ma minacciosi, i grandi Paesi arabi, come ad aspettare il pretesto per intervenire – viene allora rivolta ai credenti nella accezione di una pace più grande di quella dei cannoni che tacciano. Domandare «consolazione e pace al popolo libanese, tranquillità e sicurezza a quello israeliano, serenità e libertà a quello palestinese» non è equidistanza diplomatica, ma l’unico fondamento possibile di una pace che non duri un mese o un anno – lasciando le popolazioni nell’ansia continua che la guerra ritorni, e forse non sia, in realtà, finita mai. Una pace che non viene costruita additando prima di tutto chi sbaglia, e chi è nel suo diritto, ma chiamando ognuno a comprendere che quel male che lo scandalizza non gli è in realtà estraneo, ma appartiene anche a lui, come a tutti gli uomini. Che riguarda "ogni uomo e ogni donna", come scriveva Benedetto XVI in gennaio. La pace vera la facciamo noi, siamo noi, ciascuno e tutti – noi sempre propensi a accusare, a denunciare le colpe altrui, farisei improvvisati e sicuri di sé. E dunque il Papa domanda, per la pace, preghiera e penitenza – conversione. Termini né attuali né gradevoli, parole scorrette e quasi incomprensibili nelle certezze dei "giusti". E poi, sempre le solite parole, dice qualcuno che vorrebbe sentenze, e nette divisioni fra i "buoni" e i "cattivi" di questa ora. Ma ogni guerra è anche, per i cristiani, rigurgito di un male cui nessuno è veramente estraneo. È così inaccettabile però, il sentirlo dire. Cosa dice il Papa? Le solite cose – e pochi sembrano fermarsi ad ascoltare.