Una denuncia da Kimbau

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Il clima che si respira in Congo alla vigilia delle elezioni
è segnato da violenza e prepotenza.
Basta un pretesto per essere accusati ingiustamente.

Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2006)

Ieri notte finalmente papà Gasese è tornato a casa da sua moglie Denise e dai suoi bambini. L’hanno tenuto prigioniero da martedì a sabato per un atto che non costituisce reato e di cui comunque era innocente.
In realtà il vero responsabile degli abusi commessi è ancora una volta il nostro amico Amministratore del territorio aggiunto (Ata), temo con la complicità di gente di Kimbau che non ha in simpatia papà Gasese in quanto «non originario» e anche a causa del suo carattere fin troppo sincero.
L’Ata è comunque il principale responsabile, perchè ha messo dei civili nelle mani di militari. Ed è stato sempre l’Ata che era andato a chiedere malignamente a Marc Gasese e a sua moglie il loro nome di battesimo, in modo da fornire le basi a un’accusa il cui solo fine - l’ho capito dopo - era l’estorsione del salario che Aifo gli aveva appena pagato. Viceversa, è andata molto meglio per gli altri due infermieri accusati ingiustamente: la loro tenacia a non pagare, malgrado le minacce, ha fatto sì che dopo tre giorni di interrogatori e di intimidazioni siano stati rilasciati. Ma papà Gasese ha dovuto subire in carcere una vera e propria tortura psicologica.
La vicenda è cominciata nell’agosto 2004, quando uno dei soliti capetti potenti e prepotenti ha voluto vendicarsi contro i suoi fattori e gli ha scatenato contro i militari di Kenge. Ai quali non è parso vero di commettere degli abusi contro dei civili, per cui hanno confiscato il bestiame dovunque sono passati. Il bestiame, poi, stato rivenduto lungo la strada fra Matari e Kenge. I militari, poi arrestati, hanno fatto il nome di gente che avrebbe comprato le bestie, e nella lista, scritta con una penna rossa su un pezzo di carta senza timbri né altro, compaiono i nomi dei miei tre infermieri, anche se scritti in maniera scorretta.
Quando i militari sono venuti in ospedale lunedì, accompagnati dall’Ata e armati fino ai denti, li ho cacciati, facendo appello alla Convenzione di Ginevra (cosa per cui in seguito mi hanno deriso, ma che ha fatto loro capire che in ospedale comando io). La sera è pervenuta una convocazione al Poste d’Etat con i nomi storpiati dei miei tre infermieri, e senza alcuna spiegazione. Per questo ho risposto con un nuovo rifiuto, ricordando che è dovere dello Stato non ostacolare il buon funzionamento di un ospedale.
Il giorno dopo, i militari sono tornati nel mio studio, stavolta per fortuna disarmati, per cui ho accettato di riceverli. Mi hanno detto che si trattava di una semplice inchiesta. Al contrario, quando papà Mahunda e papà Gasese sono stati interrogati, i militari hanno cominciato a minacciarli dicendo loro che li avrebbero portati con la forza a Kenge se non avessero pagato il prezzo della vacca che, secondo loro, avrebbero comprato e venduto dai militari.
Papà Mahunda è stato forte e coerente: ha detto ai militari che non aveva i soldi per pagare nessuna multa ingiusta, come non ha mai avuto i soldi per acquistare delle vacche. Povero e paralizzato com’è, attualmente, vive grazie al suo lavoro di infermiere con otto figli a carico. Papà Makadi è riuscito anche lui a rispondere e a dimostrare la sua innocenza. Ma per papà Gasese non c’è stato nulla da fare, anche  perché ha ricevuto false accuse. Sin dal primo giorno lo hanno messo in cella. Sua moglie è partita per pagare una cauzione di diecimila franchi congolesi. Ma il giorno dopo è stato costretto a tornare in cella. La notte avrebbe dovuto fare la guardia in ospedale, ma quando abbiamo ricevuto un caso di meningite e ho chiesto di lui, mi hanno risposto che era ancora al Poste d’Etat. Sono diventata furiosa. Con la moto siamo andati lì, ho bussato alla porte finché non mi hanno aperto. Ho intimato ai militari di rilasciarlo immediatamente, perché avevo bisogno di lui per il bambino con la meningite visto che era lui a dirigere la pediatria.
I militari hanno rifiutato, dicendo che non sono congolese e stavo violando la legge del Congo.
Io ho risposto che il bambino con la meningite era congolese e che io avevo donato la mia vita per i malati del Congo. Mi hanno risposto che «stavo lì per i soldi» e che non avrebbero rilasciato papà Gasese e che mi sarei dovuta arrangiare. Ho fatto vedere loro il mio braccio e ho detto che sarebbe stata loro responsabilità se il bambino moriva. Quattro volte ho detto loro che erano degli assassini e ne avrebbero pagato le conseguenze. Ma papà Gasese è rimasto in cella…

* Medico missionario in Congo