Argomento di "attualità"

RITAGLI    Il "burqa" nega i diritti della donna    DIARIO

Carlo Cardia
("Avvenire", 12/10/’07)

Come altri Paesi europei, anche l’Italia si trova a dover affrontare uno dopo l’altro i problemi della "multiculturalità". È naturale che sia così, perché il livello dell’immigrazione è ormai prossimo a quello di altri Stati. La questione del "burqa" (abbigliamento che cela integralmente la persona della donna) emersa in questi giorni, non è quantitativamente rilevante, ma diviene emblematica per ciò che evoca e per la concezione della donna che lascia trasparire, quindi richiede chiarezza di principi e saggezza di comportamento.
C’è un elemento giuridico che ha il suo peso, perché il burqa impedisce la "riconoscibilità" della persona, richiesta dalla legge in vista di tante situazioni che possono verificarsi: nei rapporti tra privati, con le istituzioni e gli uffici pubblici, in circostanze delicate o potenzialmente pericolose. Parlare con una persona di cui non si conosce l’identità è difficile, sconcertante, può provocare tensioni. Sostenere che basta essere disponibili al riconoscimento non risolve il problema, perché l’individuazione della persona deve essere effettiva, non potenziale. In luogo pubblico possono darsi eventi particolari, nasce diffidenza in chi viene a contatto con persone "blindate" nel burqa, possono crearsi pericoli anche per la donna che lo indossa.
Tuttavia, il problema non si esaurisce nella dimensione dell’ordine pubblico, perché il burqa altera i rapporti interpersonali. La donna è isolata dal mondo esterno, la sua identità è nascosta e negata agli altri, essa appare quasi una "non-persona" nei rapporti più elementari della vita quotidiana, nella scuola, negli uffici pubblici, con i bambini e con gli adulti, nelle relazioni con chiunque le è dato incontrare. Anche per questo una legge del 1975 e la "Carta dei valori" emanata di recente dal Ministro dell’Interno considerano non accettabile la copertura integrale del volto. Si potrebbe dire che la laicità dello Stato non è chiamata in causa, dal momento che il burqa è il frutto di tradizioni culturali o nazionali, e non è un simbolo confessionale né oggetto di prescrizioni religiose. Però, non si può dimenticare che lo Stato "laico" coincide in parte con lo Stato "di diritto", e che il burqa è spesso sollecitato da gruppi vicini all’integralismo che negano i diritti delle donne. Quindi, è coinvolta anche la concezione laica e accogliente dello Stato.
Accettare il burqa non vuol dire essere accoglienti, ma porre le basi per una divisione e separazione tra le persone nei momenti di più naturale socializzazione. Vuol dire ridurre l’immagine femminile ad una presenza nascosta, "mimetizzata", negare la libera e piena espressione della personalità individuale. La persona che indossa il burqa non viene accolta per ciò che è ma per ciò che non è, per ciò che non si vede e non si sa di lei. È l’inizio di nuove forme di discriminazione della donna che la società combatte da tempo. Sta qui il motivo più "intimo" del rifiuto di una pratica che può avere effetti negativi. Essa provoca sconcerto e diffidenza, proprio quando occorre incentivare l’apertura verso chi viene da altri Paesi e tradizioni. Introduce nuovi "stereotipi" negativi della donna contrapposti a quelli consumistici presenti in Occidente. La figura femminile non può essere chiusa tra gli estremi del puro consumismo o della negazione totale. Se questi principi sono fatti valere, è necessario poi che l’accoglienza si esprima in altro modo. Spiegando le motivazioni del divieto del burqa, aiutando le singole persone, le famiglie, o le comunità interessate, a superare una tradizione che appartiene al passato, che nega alla donna di essere se stessa, di vivere con pienezza i rapporti personali e sociali. In una accoglienza che non punta soltanto sul divieto, ma sull’argomentazione e sul convincimento, che tende a far evolvere invece che regredire, sta il significato più autentico di una scelta coerente con i principi cristiani ed umanistici cui si ispira la nostra società.