Esiti d'un pericoloso individualismo

RITAGLI   Così rischiamo di congedarci   DOCUMENTI
dalla nostra storia

Francesco Botturi
("Avvenire", 26/3/’07)

Il rischio dell'uscita dell'Europa da se stessa e l'impegno per una «nuova Europa» sono le due idee forti del discorso di Benedetto XVI rivolto ai partecipanti al Congresso «I 50 anni dei Trattati di Roma - Valori e prospettive per l'Europa di domani», promosso dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). Il Pontefice ha colto l'occasione per esprimere in modo sintetico, ma sorprendentemente forte il suo pensiero sulla questione europea: Europa «lievito per il mondo intero», ma insieme Europa tentata dall'«apostasia da se stessa».
La questione europea è presentata secondo tre profili. Innanzitutto la questione di una fiducia in se stessa che l'Europa sembra aver perso; a cominciare dal proprio avvenire, come si documenta dal suo drammatico calo demografico che potrebbe portarla al «congedo dalla storia». Un rischio che ha già oggi i suoi effetti per le difficoltà che induce nelle politiche di crescita economica, nella coesione sociale e, più profondamente, con un «pericoloso individualismo» che si traduce nella carenza di «solidarietà» in particolare con le future generazioni.
Vi è, in secondo luogo, una questione di consenso nel processo stesso di unificazione europea, che dipende - secondo il Papa - da una non adeguata attenzione alle attese dei cittadini. Perché si edifichi un'autentica «casa comune» europea è necessario, infatti, che l'identità di popoli del continente sia riconosciuta e rispettata non solo nei suoi interessi economici e politici, ma anche nel suo patrimonio di valori universali, che costituiscono «l'anima del continente» e il «fermento di civiltà», col quale il vecchio continente ha svolto fino ad oggi una funzione di «lievito per il mondo intero». A tale patrimonio, d'altra parte, è strettamente congiunto il contributo del cristianesimo; per questo i governanti non possono essere davvero vicini ai loro cittadini se escludono dall'identità europea quel cristianesimo con cui ancora una vasta maggioranza dei cittadini si identifica. Vi è qui il passaggio più acuto e vibrante del discorso, in cui il Papa si domanda: «Non è motivo di sorpresa che l'Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di "apostasia" da se stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità?».
Perciò vi è, infine, una questione di certezza a riguardo di qualcosa di «stabile e permanente» (la «natura umana»), fonte di diritti intangibili per tutti gli individui, su cui si fondano lo Stato di diritto e quella dialettica giuridica interna costituita dal diritto all'obiezione di coscienza. Su questa frontiera - sembra dire il Papa - si decidono le sorti del futuro dell'umanesimo europeo. Perché l'alternativa è «un atteggiamento pragmatico […] che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l'inevitabile accettazione di un presunto male minore» e che invece «finisce per non fare il bene di nessuno», perché di nessuno riconosce la radicale e superiore identità umana.
La conclusione di Benedetto XVI non è per nulla rassegnata, bensì «realistica ma non cinica, ricca d'ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo», come la «nuova Europa» che abbiamo «il compito di contribuire a edificare con l'aiuto di Dio», valorizzando il positivo dell'odierna civiltà e denunciando con coraggio «tutto ciò che è contrario alla dignità dell'uomo».
Il magistero di Benedetto XVI sul "logos" e sulla "caritas" si precisa qui in una prospettiva storica epocale, con un discorso che va assolutamente ripreso.