Soprattutto fra i giovani

RITAGLI   Contagio suicidi nella Cina in transizione   SPAZIO CINA

Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 28/3/’07)

E così la nuova Cina, quella che mette in ginocchio le economie di mezzo mondo "rubando" la piazza ai mercati opulenti come a quelli poveri, quella che ha scoperto parole finora vietate come capitalismo e proprietà privata, quella che riproduce per pochi centesimi le ceramiche della ricca Faenza come le stoffe dell’indigente Mali (condannandole a morte entrambe), oggi è costretta a fare i conti con un cancro interno, che forse a tutti questi cambiamenti non è estraneo: il suicidio è la principale causa di morte per i ragazzi cinesi. In particolare – specifica il ministero della Sanità di Pechino – tra i giovani che muoiono, uno ogni quattro ha deciso di togliersi la vita.
Un dato che in percentuale sembrerebbe dire poco (in tutte le società ovviamente il suicidio è tra le principali cause di morte precoce, vista la mancanza di patologie legate alla vecchiaia), ma che in termini assoluti è spaventoso: in un solo anno più di due milioni di cinesi hanno tentato di uccidersi e oltre 250mila ce l’hanno fatta. Una piaga sociale di dimensioni apocalittiche, che gli stessi ricercatori di Pechino spiegano con «la pressione sugli individui di una società in transizione». Come a dire che la nuova Cina, quella che insegue il sogno dell’avere, non ha più la capacità dell’essere. I giovani che rifiutano la vita lamentano «la mancanza di canali attraverso i quali esplorare la propria identità»: un modo complesso per dire che non sanno più chi sono. L’ascesa economica repentina della Cina, insomma, oltre ad avere creato un divario ancora più inaccettabile che in passato tra ricchi e poveri, sta condannando un’intera generazione a non essere più se stessa: accantonate le radici culturali ormai antiquate e ingiuste dei loro padri, i giovani perseguono la (cattiva) imitazione dei costumi occidentali, senza saper distinguere il buono dal cattivo esempio. C’è da chiedersi del capitalismo quale parte abbiano preso: se il miraggio del consumismo a tutti i costi crea ad ogni latitudine uno squilibrio, tanto più ciò accade in una società che fino a ieri (anzi, per certi aspetti ancora oggi) calpesta i più elementari diritti umani, pretende cieca e acritica obbedienza dai cittadini sudditi, decide ancora al posto loro sia vietando la fede, sia legiferando la politica del figlio unico pena l’aborto obbligatorio o multe salate... I figli, in passato messi al mondo per lo più come macchine da lavoro, nella nuova Cina arricchita e ubriaca di crescita economica rischiano di diventare ancor più una fonte di reddito, un vero e proprio investimento per il futuro, e non c’è spazio per il fallimento. Piuttosto la morte. Ecco perché sono tanti i suicidi tra questi figli condannati al successo, ma tanti anche i padri che si uccidono se il livello di vita non è quello legittimamente sospirato. Succede nelle zone rurali, dove si fa ancora la fame, ma succede anche nelle avveniristiche metropoli sorte in pochi mesi sulle rovine di antichi quartieri sventrati insieme a millenarie tradizioni: 70 milioni di migranti vi sono accorsi (illegalmente) dalle campagne per guadagnarsi una fetta di ricchezza. Che però non arriva. C’è un vero "contagio" di suicidi per avvelenamento tra i padri che non possono pagare l’iscrizione all’università (640 dollari) al proprio figlio. Un disonore inaccettabile per la mentalità orientale, ancora di più oggi che la corsa è sfrenata e la competizione estrema: spesso i giovani in Cina, Hong Kong e Singapore preferiscono la morte all’umiliazione dell’insuccesso scolastico.
«Natura non facit saltus», dicevano i latini, e la storia neppure: la Cina sta vivendo un’accelerazione improvvisa dopo millenni di immobilità. Tra un vecchio educato alla pazienza confuciana e all’obbedienza maoista, e un giovane interessato solo al successo personale e a vestirsi come Madonna, non passa una generazione ma una vera eternità.