TURCHIA

La «seconda culla» del cristianesimo, fiorente fino a un secolo fa,
oggi conta meno dello 0,1% di fedeli del Vangelo:
solo colpa delle persecuzioni, o anche delle divisioni interne tra le Chiese?
Il viaggio del Papa rilancia un esame di coscienza.

RITAGLI   Dietro la Sublime Porta   DON ANDREA SANTORO

L’ecumenismo però fa grandi passi: il Patriarca ortodosso Bartolomeo I
è testimone per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II.

Aldo Maria Valli
("Avvenire", 14/11/’06)

La Turchia si può considerare, dopo la Terra Santa, la seconda culla del cristianesimo. Lì Paolo e i suoi discepoli hanno camminato, hanno dialogato, si sono confrontati con le culture e la mentalità del tempo, ricevendo in cambio a volte la conversione e la nascita di comunità, altre volte indifferenza, altre volte reazioni violente. Lì il cristianesimo ha mosso i primi passi come religione giovanissima, è cresciuto, ha prodotto inestimabili tesori spirituali e artistici, ma anche dolorose divisioni che tanto pesano e incidono sulla sua credibilità.
Adesso per i cristiani la Turchia è un deserto, oppure - come abbiamo drammaticamente visto nel caso di
don Andrea Santoro, ucciso a Trebisonda, e del sacerdote francese Pierre Brunissen, ferito a Samsun - può trasformarsi in trappola micidiale. All'inizio del XX secolo qui i cristiani erano il 32%, adesso sono meno dello 0,1. Perché questo triste destino? Perché la culla, duemila anni dopo, è vuota e pericolosa?
Certo, la storia dà alcune risposte. Una è l'imponente, e sotto molti aspetti incredibile, scambio di popolazioni avvenuto alla caduta dell'impero ottomano, quando Turchia e Grecia, terminata la guerra, decisero nel 1923 un esodo forzato dai due Stati, così che più di un milione di greci e circa 400 mila turchi dovettero abbandonare rispettivamente la Turchia e la Grecia. Un'altra risposta è data dalla persecuzione degli armeni, ma sullo sfondo restano domande che interpellano la fede. Quanto, in questa desolante situazione, è il risultato del rapporto con l'islam e quanto dipende dalle divisioni interne dei cristiani? Siamo di fronte a una sconfitta o c'è forse da cogliere, in questa condizione di minorità e sofferenza, un disegno provvidenziale che consente ai cristiani di verificare meglio le ragioni della fede, nel confronto con gli altri?
Giovanni Paolo II nel 1979, come aveva fatto Paolo VI nel 1967, venne qui, e come sempre parlò a tutti, ai musulmani come ai fratelli della Chiesa greco-ortodossa, rivolgendo a entrambi pensieri di pace. Ma il significato di quei giorni sembra perdersi oggi in un passato di cui non si ha memoria e che appare molto più remoto di quanto non sia nella realtà, offuscato com'è da tanta violenza, da tanto odio e rancore seminati e diffusi negli anni, in Oriente come in Occidente, e troppo spesso proprio in nome della religione.
Papa Benedetto con la sua visita in Turchia del novembre 2006, in occasione della festa di Sant'Andrea, patrono del Patriarcato di Costantinopoli, affronta almeno tre grandi questioni: lo stato dei rapporti tra Chiesa cattolica e greco-ortodossa, il dialogo tra mondo cristiano e mondo islamico, la credibilità della Turchia come partner dell'Occidente in vista del suo possibile, ma assai controverso, ingresso nell'Unione europea. La Turchia è sotto osservazione da parte della comunità internazionale. Rispetto dei diritti umani e libertà religiosa sono due temi al centro del dibattito. Eppure dei cristiani di Turchia si parla pochissimo. Quanti sono? Come vivono? Come si rapportano fra loro e con il mondo islamico?
A Istanbul ho avuto il privilegio di incontrare e ascoltare il patriarca Bartolomeo I, uomo di fede e di cultura verso il quale ho sempre provato stima e simpatia, specialmente per il suo impegno a favore del dialogo fra le religioni e per la pace. Bartolomeo ha parlato dell'amicizia con Karol Wojtyla e ha rivelato per la prima volta che nel fascicolo che raccoglie gli atti per il processo di beatificazione del servo di Dio Giovanni Paolo II figurerà anche la testimonianza del Patriarca di Costantinopoli, interpellato da una commissione inviata da Roma. Un fatto senza precedenti nella storia delle due Chiese, ma reso possibile da quell'ecumenismo del rapporto personale e della stima che negli ultimi decenni ha permesso al dialogo di fare comunque passi avanti, nonostante le difficoltà sia giuridico-istituzionali sia legate ai nuovi assetti sociali e politici dell'Europa dopo la caduta del muro di Berlino.
Bartolomeo è oggi il pastore di un gregge assai piccolo, ma sarebbe un grave errore, oltre che una prova di superbia inaudita da parte di un cattolico, valutare la portata della missione del Patriarca di Costantinopoli in base a un calcolo numerico e secondo la logica del rapporto di forze. Oggi, sempre di più e in modo sempre più evidente per tutti, è la solidarietà il fondamento dell'ecumenismo. E il mondo, questo mondo diviso, percorso dalla follia omicida e da una suicida volontà di sopraffazione, ne ha un gran bisogno.
Ai tempi dell'impero ottomano, per designare il Ministero degli esteri e più in generale il governo di Istanbul, nel gergo della diplomazia si usava l'espressione «Sublime porta». Prendeva il nome dal portone che conduceva al quartier generale del "gran visir", dove il sultano dava il benvenuto agli ambasciatori stranieri. Oggi che l'impero ottomano non c'è più e la Turchia preme per entrare nell'Unione europea, in questo mondo che chiamiamo globalizzato, in cui le distanze si sono enormemente ridotte e la comunicazione viaggia a ritmi sempre più accelerati - e persone anche molto lontane possono facilmente entrare in contatto - , possiamo ben dire che quella che fu la «Sublime porta» è diventata per noi la porta accanto.