Ieri ucciso anche un generoso sacerdote

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per le solite rivalità tribali

Giulio Albanese
("Avvenire", 27/1/’08)

Padre Kamau Michael Ithodeka era da tutti conosciuto come uomo generoso, studioso delle "Sacre Scritture" e sempre al servizio dei più sfortunati, dei più dimenticati. La sua uccisione, avvenuta ieri nella provincia occidentale della "Rift Valley", è l’ennesimo episodio di violenza in una zona del Kenya dove, nell’arco delle ultime 48 ore, hanno perso la vita quasi una cinquantina di persone. Se da una parte il delitto è sintomatico dell’insicurezza in cui versa l’intera regione, unitamente alle grandi "baraccopoli" che costellano Nairobi, dall’altra esso impone ancora una volta l’esigenza di interpretare i "retroscena" di una situazione "socio-politica" in progressivo deterioramento in vasti settori dell’ex colonia britannica. Il fatto stesso che l’ex segretario generale delle "Nazioni Unite" Kofi Annan, impegnato in una difficile mediazione fra il presidente Mwai Kibaki e il "leader" dell’opposizione Raila Odinga, abbia denunciato «gravi e sistematiche» violazioni dei diritti umani in Kenya, dovrebbe indurre alla riflessione tutti coloro che hanno in mano le "redini" del Paese, governo e opposizione. La violenza «sarà anche partita dai risultati elettorali della consultazione del 27 dicembre scorso, ma si è trasformata – ha giustamente "stigmatizzato" Annan – in qualche cosa d’altro». Ed è proprio questo il punto: la matrice etnica di questi "efferati" crimini perpetrati contro gente innocente è la risultante di un "retaggio" storico e di un’azione "propagandistica" svolta dagli opposti schieramenti politici con l’intento di "demonizzare" l’avversario. Una strategia già attuata nel passato, fin dai tempi del "Padre della Patria" Jomo Kenyatta, che pare stia assumendo sempre più connotazioni inquietanti. Le rivalità etniche, fomentate tradizionalmente dalle "leadership" locali per scopi egemonici, "destabilizzano" il quadro istituzionale. L’ex segretario generale dell’"Onu" ha auspicato un impegno da parte delle autorità investigative per appurare le responsabilità sia dei mandanti sia degli esecutori dei tragici fatti che stanno seminando morte e distruzione nel Paese. Ma non v’è dubbio che qualora vi fosse la volontà politica di appurare fino in fondo la verità su questo terribile "bagno di sangue", sarebbero in molti tra i politici di ogni schieramento a dover rispondere per quanto sta avvenendo. Ecco perché mai come oggi è importante che la "comunità internazionale" esca allo scoperto invocando un’inchiesta mirata che possa svelare i "retroscena" di una lotta "fratricida" tra poveri. Una cosa è certa: l’opera di mediazione richiesta ad Annan dall’"Unione Africana" è un’impresa improba, che va ben oltre l’"antagonismo" personale tra i due contendenti: Kibaki da una parte e Odinga dall’altra. In gioco, è bene rammentarlo, vi sono interessi tra due opposte "oligarchie" che si contendono strenuamente il potere. In questa prospettiva è urgente proporre una riforma del "dettato costituzionale" che non solo ha una caratterizzazione fortemente "presidenzialista", ma che – più che promuovere un’autentica unificazione nazionale – concede tutto al vincitore politico di turno – gestione del potere politico, dell’economia, del mercato del lavoro – innescando un meccanismo di governo "clientelare" su base etnica, con caratteristiche "predatorie". E come affermato dal professor Alberto Parise, docente di "pastorale sociale" al "Tangaza College" di Nairobi: «Il Paese ha urgente bisogno di un sistema politico che renda possibile il superamento della logica del potere a tutti costi attraverso l’affermazione del bene comune».