P. LUIGI PUSSETTO PIME

P. LUIGI PUSSETTO
di Abbadia di Pinerolo (1924-2003)
Missionario del PIME
in Bangladesh e in Guinea Bissau

  DIARIO

Ci sono missionari capaci di trasmettere tutta la ricchezza di una cultura diversa dalla propria, perché loro stessi se ne sono appassionati. P. Luigi Pussetto era un missionario di questo tipo. A testimoniarlo, dopo la sua scomparsa a frebbraio di quest'anno, è rimasto il suo libro: "I Santal del Bangladesh. Tradizioni e feste", frutto del suo lavoro di etnologo.
P. Luigi, che ha trascorso metà della sua vita da missionario in Bangladesh e l'altra metà in Guinea Bissau, era uno studioso delle culture locali. Il libro sui Santal, una popolazione tribale del Bangladesh, è rimasto come testo di riferimento per chi studia questa etnia.
In Guinea Bissau, con la tenacia di un missionario ancora giovane, si è appassionato a tal punto alla cultura dei Balanta da intraprendere la stesura di un vocabolario sulla lingua di questo popolo.
P. Angelo Rusconi, che ha condiviso con lui gli anni del Bangladesh, lo ricorda così.
«Era un uomo di preghiera, P. Luigi. Anche l'ultimo sabato si è inginocchiato per dire il rosario in comunità. Proprio il santo rosario mi sembra l'icona migliore, la sintesi della sua vita. Ha conosciuto i misteri della gioia: il gusto e il culto del creato, "lo stormire improvviso dei rami di un albero o di un cespuglio, il rinfrangersi d'un raggio di sole sull'onda mossa di uno stagno, fiori e frutti coltivati con passione, il silenzio e la pace della foresta di Dhanjuri". Quelli del dolore. Per adattarsi a un'altra cultura ha speso mente e cuore, facendo l'esperienza del salmista: "Chi porta il sacco della semente se ne va con lacrime". Scriveva nella tesi su Santal: "Quello che conta è in realtà un adattamento intelligente basato sulla conoscenza amorosa degli usi e costumi e dell'animo del popolo tra cui si vive. Ma, forse senza volerlo si continua ad imporre i propri punti di vista in ogni campo". Nel suo lavoro non sono mancati i misteri della luce.
"Canto, musica e danza possono diventare mezzo di proclamazione del vangelo - scrive nella tesi - . Non sarebbe il primo esperimento in Bengala: già furono usati efficacemente questi mezzi agli inizi della missione. È questa una stupenda possibilità che potrebbe aprire una nuova strada al messaggio di Cristo tra i Santal e gli altri popoli aborigeni". Ormai vive i misteri della gloria.
Nell'opera sui Santal conclude: "Nonostante i punti negativi, si deve dire che in Bangladesh i missionari hanno lavorato alacremente per il Regno di Cristo. Ma quello che conta è fidarci di Lui, unificare gli sforzi e lavorare in umiltà".
Anche P. Ermanno Battisti lo ricorda missionario in Guinea Bissau. «Ho conosciuto P. Pussetto all'inizio della sua misione in Guinea Bissau nel 1981, quando l'ho accompagnato a Lisbona, dove sarebbe rimasto per alcuni mesi per imparare la lingua portoghese. Era stato destinato in questa missione africana non potendo più tornare in Bangladesh, e sicuramente la nuova destinazione presentava incognite nuove, anche perché era ormai vicino ai sessant'anni e aveva non poche difficoltà di salute e alimentazione. Ma ci andava volentieri, ricordo, nella fiducia, come mi diceva, che Dio sarebbe stato la luce dei suoi passi. In Guinea ho avuto anche spesso modo di osservarlo da vicino quando volentieri veniva nella nostra chiesa parrocchiale a dare una mano nella liturgia o nelle confessioni: sempre disponibile, ma anche preoccupato di vivere con serietà tutto quello che si riferiva alla sua vita di credente, di sacerdote e di missionario. Non solo: aveva lo scrupolo di svolgere nel modo più perfetto possibile anche ogni altro suo impegno, come, ad esempio, la coltivazione, nei terreni della missione, di piante utili di ogni tipo e soprattutto nello studio di una lingua indigena per lui del tutto nuova e irta di difficoltà, ma che aveva affrontato con il coraggio e la tenacia di un missionario giovane, con la volontà di scriverne addirittura il vocabolario».
Così p. Angelo lo ricorda negli ultimi giorni: « Ultimamente erano poche le parole che ci si scambiava.Mi guardava. Sorrideva. Lo punzecchiavo: "Padre, non prega più per me: me ne accorgo". "Cosa dici. Tutti i giorni, ti ricordo con il nome"».