...NOI DOBBIAMO IMPARARE LA LINGUA DI DIO!    LE PORTE DELLA PASQUA    NEL BANGLADESH SI CANTA "IL ROSARIO"...

P. SILVANO GARELLO

Quest’anno ho vissuto il Triduo Pasquale nel villaggio di Dhakua, tra i Mandi della diocesi di Mymensingh. Dalla chiesetta lo sguardo si beava del verde delle risaie sul quale ochieggiavano le spighe fiorite. Nella notte la fioca luce della candela rendeva più intenso l’ascolto delle voci che emergevano dall’oscurità. Il chiaccherio proveniente dalle capanne veniva di tanto in tanto interrotto dal richiamo lontano degli sciacalli, o dallo scroscio intermittente della pioggia che portava ristoro dalla calura.

Qui ho trovato il clima propizio per riprendere la riflessione sulle omelie che avevo preparato. Mi chiedevo: come posso vivere l’annuncio pasquale assieme a questa gente che desidera, almeno vagamente, incontrare Cristo per rinnovare la propria vita? Come potere dire loro efficacemente: "Destati, o tu che dormi, e Cristo ti illuminerà"? Come disporci a fissare lo sguardo su Cristo, ad ascoltare la sua voce e rinnovare il "sì" del nostro battesimo e del nostro incontro eucaristico?

Visitando le case dei cristiani, sedendomi a parlare con loro, nella mia mente si è fatta strada una chiave interpretativa della Pasqua alla luce del tema della "porta". Gesù Cristo ha detto: "Io sono la porta", e ha anche detto: "Io sto alla porta e busso".

Il cuore dell’uomo cerca l’incontro. Ricordo le parole di una vedova: "Il momento più angoscioso della mia giornata è quando, tornando a casa la sera, apro la porta e so che nessuno mi aspetta. Al mattino, uscendo di casa, nessuno mi dice: 'Arrivederci!'. Ma la sera è più dura".

La porta della Domenica delle Palme

La Domenica delle Palme ci ha coinvolto nell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Gesù non cerca il trionfo del suo potere, ma quello del suo amore. Sulla porta della sua tomba l’uomo scrive la parola fine a tutte le sue promesse, mentre egli pone il sigillo della sua donazione. Il suo amore potrà infrangere anche i sigilli della morte.

Il tempo di Pasqua ci assicura che il cielo è la patria dei viventi, e che esso ha una porta per entravi perché Cristo ha vinto la morte anche per noi.

La porta della sua tomba è definitivamente spalancata. Perciò ci è sempre possibile incontrarlo. Egli si rende ancora ospite sulla soglia della nostra casa, in attesa che gli apriamo la porta.

La porta del Giovedì Santo

Il Giovedì Santo Gesù ci fa entrare in una sala al piano superiore, grande e addobbata. Egli l’ha presa in prestito per celebrare nell’intimità con i suoi discepoli la sua ultima Pasqua. Questo luogo sarà presto impregnato dalle sue parole di addio e dai segni imprevisti della sua amicizia.

Chi potrebbe mai immaginare che in questo raduno di amici si possano mescolare i segni di una duplice consegna? Gesù si consegna ai suoi come servo che lava i loro piedi e come vero agnello pasquale. Nel dono del suo corpo e del suo sangue egli stabilisce la nuova ed eterna alleanza. Giuda consegna Gesù ai suoi nemici in cambio di trenta denari. Duplice sorpresa! Cristo compie ciò che il suo amore ha deciso di fare per i suoi, Giuda si mette in moto per compiere ciò che la sua cecità ha deciso di fare contro il suo Maestro. Che cosa può avere spinto Guida a profanare questo luogo di intimità, e varcare la porta che si apriva nella notte del suo tradimento e dell’agonia di Gesù? Proprio in questa circostanza, Gesù esprime di nuovo la scelta radicale della sua vita: "Alzatevi, andiamo!".

Egli non esita ad abbracciare la volontà del Padre, che gli chiede di sacrificare la vita per la salvezza degli uomini.

Prima di lasciare questo luogo, egli ha offerto i segni di quel suo amore sconcertante che presto si tingerà del suo sangue. Cantando, egli scende i gradini che lo portano sulla soglia del giardino dove la sua preghiera confermerà ciò che nella Cena pasquale ha promesso di fare della sua vita. Egli varca per noi questa soglia, aldilà della quale egli si incontrerà faccia a faccia non solo con satana ma soprattutto con il Padre suo. Durante l’ultima Cena egli si è impegnato di segnare con il suo proprio sangue le porte degli eletti del Padre suo, perché siano risparmiati e perché non esitino ad iniziare nel buio il cammino della propria liberazione.

I suoi discepoli si sono dati alla fuga. Pietro si è rifiutato di riconoscersi come discepolo di un liberatore tradito, legato, messo a giudizio, beffeggiato. Ciò non impedirà a Gesù di cercare con lo sguardo chi si è tirato indietro per non coinvolgersi nel suo stesso destino.

Egli aveva detto: "Vegliate e pregate con me!". Guardando lo sparuto gruppo di cristiani seduti in preghiera per la veglia eucaristica, mi chiedo: "Su quali forze possiamo contare? Chi ci assicura che anche noi, in questa stessa notte, prima del canto del gallo, non rinnegheremo Gesù?".

La porta del Venerdì Santo

Il Venerdì Santo ci mette tutti sul percorso della Via Crucis. Ma è solo quella di Gesù, o anche la nostra?

Quest’anno il turno per organizzare la Via Crucis è toccato ad un gruppo di capanne che distano dalla chiesa circa due chilometri. Portandoci sul posto, lungo la strada, raccolgo dei fiori rossi per decorare la croce con i segni delle ferite di Gesù. La Via Crucis ci potrà muovere a versare lacrime su Gesù. Ma come possiamo dimenticare di essere proprio noi coloro che rinnovano la sua passione? Le ferite di Gesù ormai sono fiorite nella gloria della resurrezione. Esse però attendono da parte nostra un accostamento da ferita a ferita, proprio perché se la Via Crucis ci facesse fermare al Calvario o sulla soglia della sua tomba chiusa noi saremmo gente senza speranza. Forse saremmo gente consolata ma non liberata.

Durante la Via Crucis, la Croce di Gesù sosta di porta in porta. È un invito esplicito ad uscire dal guscio della propria casa per offrire ospitalità a Colui che ha preso su di sé i nostri dolori e il nostro castigo.

Vedendomi grondante di sudore, una donna mi porge un bicchiere d’acqua. Come posso rifiutarlo, con il pretesto orgoglioso di stare digiunando? Nella Via Crucis vengono drammatizzate le cadute di Gesù per incoraggiarci a diventare noi stessi oggi i cirenei per coloro che cadono. Sostando di porta in porta, la croce di Gesù apre un dialogo con il calvario di ogni famiglia, illuminandolo con la sua vittoria. Il nostro procedere suscita un arruolarsi spontaneo verso la chiesa per partecipare alla celebrazione del Venerdì santo. Ci attende il racconto della Passione secondo Giovanni, che ci condurrà fino alla contemplazione del cuore squarciato di Gesù da cui è uscito sangue e acqua. Com’è sorprendente questa porta solenne attraverso la quale entrerà fiduciosamente per primo il buon ladrone!

La sera del Venerdì Santo nel villaggio scende un silenzio quasi palpabile. Su di esso aleggia la domanda: "Gesù non ha voluto che la morte facesse per lui un’eccezione. Qual è il senso del vegliare accanto alla sua tomba? Colui che ha promesso di spalancare i nostri sepolcri, non potrà egli spalancare la porta della sua tomba?".

La porta del Sabato Santo

La mattina del Sabato Santo gli adulti del villaggio hanno voluto che predicassi loro un breve ritiro spirituale. La nostra meditazione si è concentrata sull’episodio evangelico di Zaccheo. Abbiamo cercato di entrare nello sguardo di Gesù. Lo sguardo che cercherà Pietro è lo stesso sguardo che cerca Zaccheo nascosto tra le fronde di un albero. Gesù gli ha letto nel cuore il desiderio sincero di incontrarlo. Perciò egli fa il primo passo per mostrargli che il suo desiderio di farsi suo ospite è ancora più grande. Gesù chiede a Zaccheo di aprirgli la porta della sua casa, proprio quella porta che per tanti poveri era diventata una barriera invalicabile, una porta maledetta. "Devo fermarmi a casa tua!". Sembra che Gesù voglia esercitare su Zaccheo una dolce pressione, perché rimuova le barriere che egli ha costruito attorno a sé con le sue ingiustizie e con la sua durezza di cuore. Cosa importa che ora attorno a Zaccheo altri ergano altrettante barriere, coloro che lo considerano come un caso irrimediabilmente perduto anche per la misericordia di Dio? La presenza di Gesù ha già fatto di Zaccheo un uomo nuovo, resuscitato. Sul frontone della sua porta non è più scritta la parola "perdizione", ma la parola "salvezza".

Il sacramento della riconciliazione è per noi ben più che un ordine di scarcerazione. La nostra casa viene di colpo illuminata dalla presenza di Cristo Risorto che ci dice: "Pace a voi!". Il suo perdono prende possesso della nostra casa attraverso la porta che gli apriamo.

Il gesto sorprendente di Gesù e la svolta radicale di Zaccheo saranno riusciti a spingere gli abitanti di Gerico a varcare anch’essi la porta di colui che ritenevano un peccatore inconvertibile?

La porta della Pasqua

Come sono solito fare, la Veglia di Pasqua ha avuto il suo inizio con una cerimonia che ha colto di sorpresa la gente. I fedeli sono stati divisi in piccoli gruppi e sono stati invitati a sedersi sul prato antistante la chiesa. Ogni gruppo doveva assicurarsi di avere dei bambini. Agli adulti è stato chiesto di introdurre i più piccoli al senso della celebrazione che avremmo iniziata al cadere delle tenebre.

Ancora una volta ho potuto constatare che i nostri cristiani posseggono le risorse necessarie per raccontare la Pasqua, e suscitare nei piccoli l’entusiasmo di partecipare ad un rito che li abilita a portare con maggiore senso di responsabilità il nome cristiano.

Accompagnando in processione il cero pasquale e trasmettendoci gli uni agli altri la luce di Cristo, ci sentiamo un popolo libero dalle catene della schiavitù del peccato. Ci è passata la voglia di voltarci indietro verso la terra di schiavitù, perché il sangue del vero Agnello pasquale ha consacrato le nostre case. Come popolo in pellegrinaggio verso una terra di libertà, siamo diventati protagonisti della storia della salvezza.

Ascoltando la proclamazione della Parola, ci vengono spalancate nuove porte per entrare nel cuore e nella mente di Dio e per rispondere alla scelta che lui ha fatto di noi. Nella comunione dei Santi che ci hanno preceduto, troviamo la forza per rinnovare con gioia e fiducia le promesse del nostro battesimo. Acclamando il nostro "rinuncio" e "credo", abbiamo alzato in alto la nostra candela accesa al cero pasquale.

L’entusiasmo con cui i fedeli compiono questo gesto mi ha sempre commosso profondamente. Sono passati appena cento anni dal battesimo del primo Mandi del Bangladesh.

Il mattino di Pasqua ho celebrato trentatre battesimi: tra essi trenta bambini e tre adulti. Durante la notte la mancanza di luce ci aveva convinto di svolgere la cerimonia battesimale in modo ordinato il mattino seguente.

Il rito di accoglienza dei candidati si è svolto davanti alla porta della chiesa. Invitandoli ad entrare, ho detto loro: "Chi crede in Gesù Cristo non è mai solo. Ci sono ad attendervi tanti nuovi fratelli e sorelle". Dopo l’amministrazione del battesimo, mi sono ancora rivolto ai battezzati: "Voi siete il dono di Cristo Risorto. Ora portate il sigillo della Trinità. Giorno dopo giorno imparerete a camminare come figli della luce e a tenere sempre aperta a Cristo la porta del vostro cuore".

Richiamando le parole di un canto che avevo composto per i Mandi cristiani, ho aggiunto: "Il cammino della vostra liberazione è iniziato: non fermiamoci a metà strada! Anche i non cristiani che vi stanno accanto sono ansiosi di scoprire la bellezza e la gioia di essere cristiani. Dio ha collocato ogni cristiano in un posto così nobile che non gli è lecito abbandonare. Egli propone ai suoi eletti una forma di vita meravigliosa da condividere con gli altri".

Com’è stato bello riscoprire con i cristiani del villaggio di Dhakua le meravigliose porte della Pasqua! È proprio vero che nella casa del Padre ci sono molti posti, ma che ci sono anche molte porte su ognuna delle quali è scritto il nome di Cristo. Anche la locanda di Emmaus ha preso il suo nome. Cristo vi è stato invitato come ospite e lì ha svelato la sua identità di Signore Risorto. E così egli ci ha fatto anche sapere che la porta della nostra casa fa battere di emozione il cuore di Dio, perché là dove viene accolto egli porta sempre il suo dono. Sarà per questo che i cristiani del Bangladesh, soprattutto in chiesa, con le porte spalancate dallo Spirito della Pentecoste, cantano così volentieri.

P. SILVANO GARELLO

Xaverian House
24/B Asad Avenue - Mohammedpur
1207 DHAKA ( Bangladesh )
E mail:

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TOP  Dhaka, 13 maggio 2007

Carissimo Achille, saluti!

Auguri per il vostro Capitolo!

Per una pausa ti mando la mia lettera "post-pasquale", dato che è meglio scrivere "post-factum". So che apprezzerai questa fiammella di "spirito e vita". Memento…
In giugno dovrei venire per le vacanze. Ma prima devo finire di stampare un "MANUALE DI APOSTOLATO BIBLICO" - Solo 976 pagine e solo per il Bangladesh.

Buon lavoro CON lo Spirito!

P. Silvano Garello