DOPO IL RAPIMENTO

Una riflessione condivisa con la Chiesa locale
e gli altri istituti religiosi presenti sull’isola:
«Nessuno può permettersi di restare isolato».

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«Così restiamo a Mindanao»

Dopo la vicenda di padre Giancarlo Bossi,
i religiosi del Pime nelle Filippine riuniti
per verificare le forme della propria presenza.
Il superiore regionale padre Sandalo:
«Andiamo avanti nel nostro lavoro.
E dalla parrocchia di Payao ripartiremo,
affidando più responsabilità alla comunità».

Stefano Vecchia
("Avvenire", 10/8/’07)

La paura per padre Giancarlo Bossi - per fortuna - è passata. Ma come restare, adesso, in quello stesso ambiente in cui lui è stato rapito? È il tema di cui ha discusso in questi giorni a Manila la comunità dei missionari del Pime, l'istituto cui appartiene il religioso lombardo. Quattro giorni conclusi ieri con una concelebrazione, che inevitabilmente è stata anche un altro momento di ringraziamento per la positiva soluzione del sequestro di padre Giancarlo. A padre Giovanni Battista Sandalo, il superiore regionale del "Pontificio istituto missioni estere" nelle Filippine, abbiamo chiesto un primo bilancio delle riflessioni emerse durante l'incontro.

Padre Sandalo, quattro giorni di riunione: un'occasione prevista o decisa dopo il sequestro del vostro missionario?

«La riunione ha avuto vari temi di discussione, in buona parte operativi. Per una missione come la nostra, con una storia particolare e anche con una sua dispersione geografica, incontri periodici come questo sono fondamentali, anche in uno spirito di condivisione e di sostegno reciproco. Non sono eccezionali, anche se in questo caso ha avuto l'aspetto dell'eccezionalità».

Ovvio comunque che il sequestro Bossi suscitasse dubbi e interrogativi, in una regione delle Filippine dove il Pime e altri istituti missionari hanno già pagato un pesante tributo.

«Era inevitabile che la vicenda del rapimento di padre Bossi entrasse di diritto nella discussione ed è stata preceduta - inutile negarlo - da consultazioni tra diversi di noi. Volevamo capire che cosa fosse meglio discutere in questa sede e che cosa si potesse invece delegare a successivi incontri o azioni. Anche perché - proprio sull'onda dell'emotività della vicenda, risoltasi per fortuna bene, sia per la liberazione di padre Bossi, sia per le conseguenze che esso sembra avere avuto - c'era il rischio che il ripensamento, doveroso, portasse a un ridimensionamento del nostro impegno».

E invece?

«Prima dell'incontro avevamo concordato che si imponesse una riflessione, in sintonia con la Chiesa locale. Ma anche che la nostra missione non andava svuotata di senso, nonostante le difficoltà che nessuno nega e che ciascuno cerca anche, con il proprio impegno quotidiano, di cancellare per sé e per gli altri. Quello che è uscito in modo chiaro è stata la volontà di restare, di proseguire nel nostro lavoro di evangelizzazione e di promozione umana. L'impegno di mantenere le missioni a Zamboanga e a Ipil, tanto per restare nell'area dove è avvenuto il sequestro, è stato ribadito e condiviso. Quanto alla presenza di un nostro parroco a Payao - l'incarico affidato a padre Bossi da soli due mesi prima del sequestro - è una questione che è rimasta in sospeso. Non però per la decisione o l'intenzione di ritirarci, ma anzi per dare un senso diverso alla nostra missione laggiù».

In che modo?

«Abbiamo ritenuto che proprio da Payao, dove la popolazione è stata la prima a sentirsi tradita da questo fatto criminale e che per lungo tempo porterà dentro il rammarico di non avere saputo proteggere il loro parroco, potesse partire un diverso approccio alla presenza missionaria. Quello che auspichiamo, d'ora in avanti, è un cammino delle stesse comunità cattoliche che si prendano carico della presenza del missionario straniero, collaborino con lui, restituiscano un maggiore senso alla sua presenza e insieme lo proteggano, nei limiti in cui questo è possibile. Chiediamo una responsabilità reciproca, non un'azione di vigilanza armata, che va sempre preceduta da un attento discernimento da parte nostra rispetto ai luoghi e alle situazioni dove siamo chiamati».

Uno dei vostri impegni era valutare la vostra presenza a Mindanao anche rispetto alle necessità o le richieste della Chiesa locale. Qual è stato il risultato della riflessione?

«Siamo stati aiutati dalla presenza al nostro incontro dell'arcivescovo di Zamboanga Romulo Valles, che prima di arrivare pochi mesi fa nella nuova sede, era stato per diversi anni - come vescovo della diocesi di Kidapawan - in contatto con i nostri missionari, che in quella diocesi servono in particolare una popolazione tribale e i molti che vivono in situazione di difficoltà materiale e di ingiustizia. Con lui abbiamo intrapreso un cammino di confronto che non sarà solo nei princìpi ma anche - come già accade a Zamboanga - di reale condivisione, così da sentirci davvero tutti parte di una grande missione. Noi del Pime insieme ai missionari di altre congregazioni e al clero diocesano. Nessuno può permettersi di restare isolato».