Padre Giancarlo Bossi

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non pare «normale»

P. Giancarlo: sorriso e sguardo, dono di speranza!

Marina Corradi
("Avvenire", 22/7/’07)

Dopo quaranta giorni prigioniero con un fucile puntato addosso, padre Giancarlo Bossi non ci appare divorato dal desiderio di riposarsi in Italia. Tanto meno di scendere dalla scaletta di un aereo davanti alle telecamere, alzando le mani in un gesto di vittoria. Anzi, dice di avere fretta sì, di tornare, ma a Payao, il paese delle Filippine dove c'è la sua parrocchia: «Il mio cuore è lì».
Non è una cosa umanamente così normale. Normale sarebbe che chi per settimane è stato segregato da un anfratto all'altro, per niente certo di essere alla fine graziato, non veda l'ora di tornare a calpestare una terra sicura, di rientrare nel vivere della gente civile, lontano, molto lontano dal ricordo della prigionia.
Ma questo prete lombardo, non giovane, la faccia scavata di chi ha visto la morte da vicino, annuncia invece, come la cosa più ovvia, che per prima cosa deve tornare alla sua missione, ai bambini che tra quelle capanne lo seguono appena lo vedono; e ha, dunque, fretta. È una faccenda di "baricentro" del cuore: quello di padre Bossi è laggiù, e non perché non voglia bene a sua madre, ai suoi fratelli, all'Italia. Il "baricentro" di affetti, della vita stessa di quest'uomo, è in un oscuro villaggio delle Filippine dove la maggior parte di noi non andrebbe mai, e, qualora ci andasse, cercherebbe di venirne via al più presto.
Davvero, la cosa appare in termini razionali singolare. Quasi un mese e mezzo di inferno, e il liberato torna là dove l'hanno rapito, negli stessi sentieri dell'agguato. Il mio cuore è lì, dice, eppure quella non è la sua gente, non parla la sua lingua nativa, gli è in parte nemica. Per la maggior parte di noi, la sola idea di andare a vivere dall'altra parte del mondo, in un posto dimenticato e miserabile, è un incubo. E questo prete, invece, che non ne vuole sapere di tornare.
Non è, peraltro, un caso raro. Anzi, la gran parte dei missionari - strana "razza" - è così. Ne abbiamo incontrati, nei Paesi più lontani, che solo a malincuore, malati, si rassegnavano a rientrare in Italia: e soltanto, ci ha detto uno di loro nell'ospedale in cui combatteva con un cancro, «perché conciato così, laggiù sono di peso». Un altro, ottantenne, dopo una vita passata a Gulu, in Uganda, e testimone anche dell'assassinio di un compagno, ai ripetuti inviti dei superiori a tornare per curarsi "nicchiava": «Non me la fanno, voglio morire qui».
In tempi di effimere promesse, di scelte provvisorie, di brevi amori, questi uomini che partono, e restano "avvinghiati" a terre sconosciute e anche ostili, ci appaiono un mistero. Parlano di un cuore spostato dai luoghi, dagli affetti in cui sono nati. Come quando ci si innamora totalmente, e occorre lasciare ogni cosa, e seguire solo quella donna, quell'uomo.
Ma questi partono, senza apparentemente inseguire nessuno, e allora non capiamo. Un uomo che trent'anni fa era un adolescente ci ha raccontato che un giorno passò dalla sua casa a Milano un missionario, amico del padre. Era in partenza per il Paese africano in cui ripetutamente lo avevano maltrattato e chiuso in prigione; e, anche quello, non vedeva l'ora di tornare laggiù. «Dove, quanto lontano, non conta - spiegò al ragazzo sbalordito - la mia casa è dove mi manda Cristo». Legati a nulla, padroni di niente, totalmente liberi in un Dio che ritrovano ovunque vanno, nelle facce di uomini smarriti. La casa, è quella, e non la puoi lasciare. Quel ragazzo milanese, che allora aveva 16 anni e tutt'altro per la testa, è diventato un missionario. Nessuno, a scuola, nelle piazze allora gremite, gli aveva mai mostrato, dice, una vita così grande.