IL FATTO

Il drammatico racconto dei quaranta giorni
in mano ai sequestratori delle milizie di "Abu Sayyaf".
«Dopo l’annuncio che mi avrebbero liberato,
pensavo che stessero scherzando».
Il futuro? «Vorrei restare a Mindanao».

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Bossi: così mi hanno rapito

La paura, la preghiera, la libertà

Da Manila, Stefano Vecchia
("Avvenire", 21/7/’07)

«Non speravo di essere liberato così presto. Ma le esperienze di Luciano e Giuseppe mi avevano insegnato che sarebbe successo. Speravo in Dio e dicevo ai rapitori che mi aspettavo di restare con loro due o tre mesi, ma loro erano ancora più ottimisti». Va immediatamente ai due missionari italiani - Luciano Benedetti, come lui del Pime, e il dehoniano Giuseppe Pierantoni, che lo hanno preceduto nella lunga lista dei sequestri a Mindanao - il pensiero di padre Giancarlo Bossi. Ma questa è già la rielaborazione di un'esperienza drammatica, quando comincia ad allentarsi la tensione e la sorpresa delle prime ore di libertà ritrovata dopo quaranta giorni. D'istinto, o «di pancia», come direbbe lui, il pensiero è invece corso subito alla sua Abbiategrasso, alla famiglia, alla mamma, la prima a ricevere da padre Giancarlo una telefonata, mentre era ancora in corsa dal luogo del rilascio verso Zamboanga, il maggiore centro della regione sud-occidentale di Mindanao.
Le lunghe marce notturne su montagne impervie, le giornate interminabili passate cercando di trovare una ragione di quanto gli stava succedendo e un dialogo con il gruppo dei sequestratori, la fame e i disagi sono esperienze che resteranno a lungo nella pur forte fibra fisica e nella saldezza psicologica del missionario.
Pallido, molto dimagrito, la barba lunga e incolta, padre Bossi porta i segni della sua disavventura, ma mantiene la saldezza di spirito e la vivacità che gli sono abituali, cedendo spesso all'emozione, quasi disorientato per la simpatia e la solidarietà che il suo sequestro ha sollevato in Italia e nel Paese asiatico che lo ospita da trent'anni quasi ininterrottamente.

Padre Giancarlo, come è iniziata questa brutta avventura?

Il 10 giugno, festa del "Corpus Domini", avevo detto Messa nella chiesa parrocchiale di Payao alle 7, poi avevo preso la moto per andare a Bulawan per un'altra celebrazione. Normalmente un percorso di una quarantina di minuti. A un certo punto ho visto persone in divisa. Sul momento ho pensato che fossero soldati. Subito dopo, però, ho pensato che la "frittata" era fatta… mi sono ritrovato otto fucili puntati contro. Ho cercato di tirare in lungo, con il pretesto che non riuscivo ad appoggiare la moto al cavalletto. Erano nervosi, temevano che arrivasse qualcuno. Il capo, dopo avermi ordinato più volte di sbrigarmi, mi ha strappato di mano la moto e l'ha fatta cadere, poi ha ordinato di legarmi le mani dietro la schiena. Siamo passati attraverso un acquitrino dove ho perso le ciabatte: per recuperarle mi sono liberato le mani, facendo arrabbiare ancor di più i sequestratori. Un'altra cosa: tra le mangrovie c'era un uomo che raccoglieva legna. Gli hanno puntato contro i fucili, ho avuto paura per lui.

E cosa è accaduto?

Quando, giorni dopo, ho chiesto che fine avesse fatto, mi hanno detto che era stato rilasciato. Siamo arrivati sulla costa, dove c'erano quattro barche ad aspettarci. Io e alcuni sequestratori siamo saliti su due di queste e siamo partiti. È stato qui che il capo del gruppo mi ha detto che lui e i suoi uomini erano di "Abu Sayyaf". Durante le prime ore mi avevano messo addosso un telo di plastica per nascondermi, ma attraverso un foro sono riuscito a capire dove mi stavano portando, perché conosco la zona abbastanza bene. Inizialmente, pensavo ci stessimo dirigendo a Tunawang, dove era stato tenuto Pierantoni (Giuseppe Pierantoni, rapito nel 2001, restò nelle mani dei rapitori per sei mesi, "ndr"). Invece abbiamo proseguito e alla fine ci siamo fermati. Abbiamo aspettato al largo segnali dalla spiaggia, ma non li ricevevano. Dalle conversazioni scambiate tra loro ho capito che eravamo arrivati a Karumatan, nella provincia di Lanao del Sud. Mi ha sorpreso, perché si tratta di una zona sotto il controllo del "Fronte islamico di liberazione Moro" (Milf). Scesi dalla barca, abbiamo camminato per un centinaio di metri sulla strada e poi siamo saliti sulla montagna per un'ora. Nei giorni successivi abbiamo continuato a spostarci.

Come ha riempito le sue giornate in questi quaranta giorni?

Potrei rispondere: cercando di tirare sera. Letteralmente, perché di giorno le zanzare erano un vero tormento e solo la notte ti lasciavano in pace. Dall'arrivo nel secondo accampamento sono cominciate le prime domande. Perché io pregavo, ma anche loro pregavano. La mia domanda era se stavamo pregando lo stesso Dio, o un Dio diverso. Loro pregavano, ma avevano me prigioniero alla destra e il mitra alla sinistra. La loro risposta era scontata ma io cercavo di capire il senso della preghiera, finché mi sono rivolto direttamente all'"ustad", il comandante, e la risposta è stata che io ero solo un'esca per chiedere soldi utili a proseguire il "jihad". Ma allora, ho chiesto un'altra volta, vale di più ciò che dice il Corano o ciò che dice il vostro capo? Ciò che dice il Corano - era la risposta - , ma dobbiamo comunque fare come dice il capo. Da quanto ho capito, questo capo, che loro chiamano "Supremo", è in cima a una gerarchia di tipo mafioso, in cui sono pochissimi a sapere chi sta al vertice. Quelli che mi hanno rapito erano "gregari", resi fanatici dall'indottrinamento religioso. Tornando alla preghiera, devo confessare che all'inizio c'era voglia di pregare, alla fine la preghiera era diventata quasi un dovere, ma lo spirito non c'era. Questo mi ha fatto tornare in mente un'ammalata che avevo incontrato a Lecco. Le avevo chiesto di pregare per me e lei mi aveva risposto di essere la persona meno indicata. Ora ho capito cosa volesse dire. Comunque, col rosario mi sono tenuto aggiornato sulle date, ma la conta dei giorni era estenuante.

Quale opinione si è fatto dei rapitori, che si autodefinivano membri di "Abu Sayyaf"?

Mi sono fatto l'opinione che si trattasse di gente che aveva già ammazzato, tutti giovani tra i 20 e i 30 anni, in buona parte proveniente da Jolo, isola meridionale, roccaforte musulmana. Si sono sempre mostrati rispettosi e non ho avuto problemi a comunicare con loro. La motivazione era chiara, volevano soldi per comprare armi. Anzi alcuni dicevano di essere "i piccoli fratelli della Jamaah Islamiah" (l'organizzazione radicale islamica nata in Indonesia e diffusasi nel Sudest asiatico, accusata anche dei sanguinosi attentati dinamitardi di Bali e di Jakarta, "ndr"). Cercano armi perché non hanno soltanto un conflitto in corso con il governo filippino, ma hanno anche paura di faide interne al movimento islamista. "Nelle nostre case a Jolo abbiamo vie sotterrane per sfuggire alla vendette". E mi raccontavano come esempio dell'uccisione, per vendetta "trasversale", del cugino di un loro compagno che aveva rifiutato di sposare, prima della nascita del bambino, la donna che aveva messo incinta. Anche queste violenze finiscono per trovare giustificazione in interpretazioni strumentali del Corano, tra genti dove il senso dell'appartenenza territoriale e "clanica" è ancora assai forte.
Tuttavia ciò che questo gruppo temeva di più era di essere intercettati dal Milf perché i suoi uomini, più ancora dei militari, avrebbero certamente sparato. Il Milf infatti considera "Abu Sayyaf" e le bande spesso al limite tra delinquenza comune e guerriglia come rinnegati. E non va troppo per il sottile.

Era quindi in mano a gente esterna alla regione del rapimento, ma che forse aveva contatti o supporti in "loco".

Certamente conoscevano il territorio, in particolare c'era una guida che sapeva scegliere i posti dove accamparci e forse aveva anche informazioni interne all'esercito perché sapeva aggirare posti di blocco e rastrellamenti. Infatti non abbiamo mai incontrato soldati o guerriglieri del Milf, anche se a volte ne abbiamo percepito la vicinanza, come quando abbiamo sentito degli spari nella vallata sotto il nostro rifugio.

Si è parlato dei suoi problemi di salute, si è detto e scritto che era ammalato.

Complessivamente sono stato bene, salvo l'ultima settimana in cui ho sofferto di dissenteria, probabilmente dovuta all'acqua o a pesce forse avariato. Non ho mai ricevuto medicine, neppure quelle per controllare l'alta pressione che prendevo abitualmente. Se c'è qualcosa di cui ho realmente sofferto, è stata la fame. Ma ho anche smesso di fumare: non tocco una sigaretta dal 27 giugno e spero di non ricominciare.

Può dire qualcosa delle foto e delle registrazioni che sono circolate?

Ero totalmente all'oscuro di quanto succedeva intorno a noi. A me hanno chiesto due registrazioni e un numero imprecisato di foto. Ogni tanto arrivava qualcuno e scattava delle fotografie dicendo che ne avevano bisogno. Un giorno è arrivata una copia del quotidiano "Philippine Star" dove la mia foto sulla prima pagina era firmata dal colonnello Barcena, della polizia di Zamboanga. Mi hanno fotografato col giornale in mano per dimostrare che ero vivo. Da lì l'accelerazione degli eventi. Per quanto riguarda i messaggi "sms", il primo che dovevo scrivere era da tradurre dall'inglese in italiano: "I am alive, sono vivo… I want to go home, voglio andare a casa", eccetera. Pensando alla mamma, ho risposto che se volevano potevo anche tradurre ma non lo avrei scritto io e ho iniziato a contrattare sul testo. Alla fine il messaggio che ne è uscito è stato: sto bene, sono ancora in buone condizioni e voglio tornare a casa. Il secondo messaggio è stato: ricevuto vostro messaggio, fate di tutto per la mia liberazione. E ho dovuto aggiungere: questo è l'ultimo messaggio, dicono di non rispondere.

E le due registrazioni?

Sono state inviate a distanza di una settimana (1 luglio e 7 o 8 luglio), con testi dettati dai miei sequestratori in inglese e tradotti da me in italiano (alla "Bossi"). Avevo pensato di scriverli anche in milanese: nella prima registrazione accennavo al fatto di non pagare, nella seconda… "idem". In quest'ultima mi avevano costretto a dire che volevano 50 milioni di "pesos", oltre un milione di dollari: 1 in anticipo e il resto in 7 giorni. Per questo avevo aggiunto di non mollare un "ghello" (anche perché con quei soldi avrebbero acquistato armi…).

La liberazione è arrivata improvvisamente?

Il giorno prima mi hanno detto: ci muoviamo in alto perché presto sarai liberato. Non ci credevo. Abbiamo camminato sul pendio della montagna per un'ora e ci siamo fermati presso un ruscello. La mattina del giorno dopo mi hanno detto che sarei stato liberato alla sera. Vedendo arrivare tra il gruppo una borsa di pesce secco, principale alimento insieme al riso, mi sono scoraggiato pensando che stessero scherzando. Alla sera sono andato a dormire e verso le sette e poco dopo, nel buio mi hanno svegliato e mi hanno detto di prepararmi. Con tanti dubbi mi sono vestito e avviato con il gruppo verso l'uscita. Solo allora ho capito che era vero. Siamo scesi sulla strada costiera, dove ho trovato un'auto con alcune persone a bordo. I rapitori mi hanno fatto salire e sono spariti nel buio.
Ci siamo avviati e subito sono stato chiamato dall'ambasciatore italiano, che mi ha chiesto di chiamare casa. Ma i miei parenti, ho scoperto, erano già stati informati pochi minuti prima dalla Farnesina. Dopo di che ci siamo avviati in auto verso Zamboanga. A Ipil ho saputo dei 14 morti di Basilan e sono rimasto molto colpito perché, anche un po' per come mi è stata presentata la cosa, sembra che questi soldati caduti vittima di un'imboscata stessero cercando me.

Il giorno della liberazione è coinciso con quello del compleanno di sua madre...

Una coincidenza davvero straordinaria, con un grande valore simbolico, come pure il rapimento nel giorno del "Corpus Domini", i 40 giorni di prigionia. Vorrei tornare al più presto alla mia parrocchia di Payao. A quella gente ho sempre voluto bene e loro vogliono bene a me. Il dubbio che anche qualche cristiano sia coinvolto nel mio rapimento nulla toglie a questo fatto. Durante il sequestro, a un musulmano che mi diceva che anche i cristiani avevano avuto parte nel sequestro, ho ricordato la fine che ha fatto Giuda. Non ho nessun risentimento. Anche ai miei rapitori dicevo: siamo fratelli perché figli di un Padre. Io pregherò per voi tutte le sere perché il Signore vi conceda di tornare presso le vostre famiglie e con loro di cenare in serenità. Ho sempre pregato per loro, ma ho anche detto che se dovessi incontrarli per strada non avrei alcun timore ad andare dalla polizia e denunciarli.

Quale futuro immagina?

Il cuore mi dice di tornare a Payao, ma dipenderà dal nuovo vescovo che sarà insediato tra pochi giorni. Se non potessi tornare laggiù, vorrei comunque restare a Mindanao, dove non mancano certo spazio e necessità... Ma un passo alla volta. Nei prossimi giorni sarò a Payao per portare personalmente i miei ringraziamenti e la riconoscenza ai miei parrocchiani. E poi vorrei tornare in Italia per salutare i miei e chi mi ha sostenuto.