REPORTAGE DA MINDANAO

Da cinque anni la stradina
che dall’arteria principale della città sale alla chiesa
è chiamata «Giancarlo Bossi Street»,
un segno dell’affetto e della riconoscenza che ha saputo suscitare.

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A Payao tutti pregano e aspettano. Da tempo una via col suo nome.
Nella parrocchia del missionario rapito c’è fiducia in un esito positivo.
Il sacerdote che lo sostituisce si è offerto di mediare.
Il diacono Pagulong: «Ho deciso di restare, la gente ha bisogno di noi».

P. Giancarlo, un sorriso che dà vita...

Foto di gruppo con gli amici delle Filippine!

Da Payao (Filippine), Stefano Vecchia
("Avvenire", 15/7/’07)

«Io non me ne andrò. Questa vicenda mi ha confermato della necessità di restare qui, dove la gente ha bisogno di noi». Ubaldo Pagulong Jr., 25 anni, di padre Giancarlo Bossi ha la stessa corporatura, lo stesso carattere aperto ma anche il pudore di chi teme di eccedere, di disturbare. Forse non a caso il missionario rapito il 10 giugno scorso a Mindanao, grande isola meridionale delle Filippine, è stato il suo modello. Fin da quando, da bambino, veniva lanciato in aria per gioco da quell'omone barbuto con la voce tonante e la risata contagiosa. Oggi "Baldo", diacono in attesa dell'ordinazione sacerdotale nella prelatura di Ipil, ha ereditato dal destino il posto di coadiutore di padre Bossi nella parrocchia di Payao. Paura? «Tanta, come tutti quelli che, felici per il rientro di padre Bossi dopo quasi vent'anni, lo hanno visto partire una mattina sulla moto per celebrare la messa e da allora ne aspettano il ritorno, pregando e sperando per questo».
Nato a Payao da una famiglia contadina, con una sorella suora, Ubaldo ha studiato a Ipil e ha frequentato "Teologia" a Ozamis, Zamboanga del Nord. Sarebbe probabilmente entrato nel "Pontificio istituto missioni estere" (Pime), cui appartiene padre Giancarlo, se non gli avessero suggerito di restare in una diocesi che cronicamente manca di sacerdoti. La storia del diacono Ubaldo non è che una delle tante, intersecate di coincidenze, che circondano la vicenda del sequestro del missionario italiano diventata, in attesa di una soluzione che tutti auspicano veloce e positiva, uno dei tanti nodi del groviglio di Mindanao.
«Se» non vi fosse stato il trasferimento del precedente prelato apostolico alla diocesi di Cagayan de Oro, «se» non fosse tardata la nomina del nuovo, «se» i quattro diaconi che attendono da tempo - di conseguenza - l'ordinazione, fossero già sacerdoti, «se»..., forse padre Bossi sarebbe oggi a gestire il progetto di agricoltura biologica per i contadini di Sampuli, distante decine di chilometri, e non nelle mani di sequestratori i cui obiettivi restano per ora ignoti. Ma dei «se» è lastricata la storia degli ultimi anni di questa terra sfortunata - funestata dalla violenza e al centro di troppi interessi, locali e internazionali - e della sua gente.
La storia di "Baldo" non racconta solo la sofferenza dei pastori e della fede a Mindanao: è anche un esempio della violenza cieca che mette a tacere le voci - e non sono poche - levatesi a favore della pace, della riconciliazione e della giustizia. La sua famiglia ha una casa nella località dove viveva Beniño Gallega, "leader" ecclesiale ucciso dalle prime reclute di quello che sarebbe diventato il movimento più virulento e collegato al terrorismo internazionale, "Abu Sayyaf", durante uno degli eventi più sconcertanti tra quelli vissuti dalla popolazione civile dell'isola. Era il 4 aprile 1994, quando i "commando" della guerriglia presero d'assalto il centro di Ipil, uccidendo un centinaio di persone, razziando la città, prima di ritirarsi con numerosi ostaggi, in parte poi uccisi.
Altri tempi, forse, anche se a Mindanao ogni tempo sembra buono per riaccendere la tensione. Oggi la popolazione nel suo complesso ha più senso critico e nel gioco politico le idee e le parole vanno via via prendendo il posto del denaro e dei fucili. Aumentando il benessere, cambiano le regole, ma non la constatazione che qui giustizia e legalità non vanno necessariamente a braccetto, che le opportunità dipendono anche dalla prevaricazione e dalla prepotenza con cui si cercano.
«A Payao, cittadina dove il 70% della popolazione è cristiana, si ha un caso tipico di evoluzione delle condizioni in cui si trovano ad operare i nostri missionari e insieme, forse, di sottovalutazione dei rischi in nome del più puro ideale evangelico. Attualmente gli attori della partita sono meno gestibili e più imprevedibili. Un errore, anche nostro, è di considerare le Filippine ferme a vent'anni fa, ma invece c'è da togliersi il cappello per come la popolazione è cresciuta in istruzione e consapevolezza, ma pure, purtroppo, in capacità di interpretare diversamente ruoli di carnefici», dice
padre Luciano Benedetti, confratello di padre Bossi in questa parte di Mindanao, a sua volta oggetto di un sequestro nel 1998. «Oggi la situazione è più tranquilla, sindaco e vicesindaco sono cristiani, la popolazione della municipalità è in crescita, come case e strade. La gente trova di che mantenersi da una grande produzione di alghe marine e un buon settore ittico, oltre che dalle piantagioni dell'albero della gomma. Non c'è un benessere diffuso, ma neppure una povertà che giustifichi atti criminali».
Sorge allora la domanda: perché? Si sa che il gruppo responsabile del sequestro è "manovalanza" locale, ma chi è il mandante? E dove si trova ora padre Giancarlo? Se è ancora nella zona del rapimento, significa probabilmente che i responsabili hanno difficoltà a gestire la prigionia; se, come molte fonti affermano e il massacro di militari caduti in un'imboscata confermerebbe, si trovasse sulla vicina isola di Basilan, la vicenda prenderebbe un diverso significato: padre Bossi si sarebbe trasformato in un'esca, o potrebbe presto diventarlo, oppure in uno strumento di pressione nella partita che si sta giocando tra le isole meridionali e la lontana Manila. È un fatto che molte informazioni, le foto e i contatti avuti o "millantati" finora arrivino proprio da Basilan, roccaforte di "Abu Sayyaf", e da quasi un anno campo di battaglia tra ribelli assediati ma non piegati e l'esercito che non riesce a dare la "spallata" finale.
Comunque sia, nella serenità apparente di Payao, tra il mare e le verdi montagne alle spalle, i parrocchiani aspettano il ritorno di padre "Piedone" Giancarlo. E per questo pregano. Il missionario non è solo un parroco "tappabuchi", ma uno di loro, uno tra i migliori. Da cinque anni la stradina che dall'arteria principale della città sale al complesso parrocchiale ha il nome di "Giancarlo Bossi Street", un segno dell'affetto e della riconoscenza che il missionario ha saputo suscitare nella popolazione, non solo tra i cattolici, ma anche tra i musulmani di etnia "Tausug" che vivono intorno alla chiesa.
Il sacerdote che provvisoriamente ha preso il posto del missionario del Pime, padre Jonathan Kabilingga, è un giovane ordinato solo lo scorso anno. Non solo ha accettato immediatamente l'invito del prelato apostolico, monsignor Nador Jasulga, ma si è offerto come mediatore nel caso di contatti con i rapitori. La segretaria della parrocchia, invece, non conosceva padre Bossi prima del suo ultimo arrivo, sei mesi fa, ma in poco tempo ha imparato a stimarlo e a comprenderne gli slanci. A lei è toccato riconoscere il missionario nelle immagini digitali inviate dai rapitori e a fare presente che la "t-shirt" che padre Giancarlo indossa nella foto è sua, benché non la stessa che indossava al momento del sequestro, forse un cambio che aveva portato con sé sulla motocicletta quella maledetta domenica di oltre un mese fa.
Un rincorrersi, quello delle fasi del rapimento, di coincidenze e volontà. Un uomo che passa per caso sulla stradina polverosa, i sequestratori che lo fermano con le armi spianate e con lui si nascondono tra gli alberi, poi l'arrivo e la cattura di padre Bossi e la corsa verso il fiume da cui scendere verso la vicina baia di Sibugay; un altro testimone fermato e rilasciato, come il primo, al momento dell'imbarco dei rapitori in fuga. Ancora una volta, «se» una imbarcazione di pattuglia della polizia o dell'esercito fosse passata di là in quel momento, forse il missionario sarebbe libero tra i suoi parrocchiani. «Se»...