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13 novembre 2005
XXXIII Domenica T.O. C
Pro 31,10-13.19-20.30-31 1Ts 5,1-6 Mt 25,14-30

I TALENTI

I talenti sono segni: qualcuno dice della grazia; qualcuno dice della natura –buon carattere, buona intelligenza, buon fisico; qualcun altro li paragona alle ‘occasioni’ che ci si presentano nella vita -quella del matrimonio, quella di avere un figlio, quella di incontrare un povero ed altre ancora. Se le sappiamo sfruttare, utilizziamo i talenti che in esse sono nascosti.

Altri invece interpretano i talenti come la situazione sociale, culturale, politica del tempo in cui siamo chiamati a vivere –diversa è la situazione del terzo millennio, rispetto ai secoli passati, rispetto ai tempi antichi, contemporanei o addirittura precedenti a Cristo e quindi non può che essere diverso il nostro modo di comportarci e di operare. In questo senso i talenti rappresentano la volontà di Dio che io sono chiamato a scorgere e a cogliere nelle diverse situazioni del tempo. Se il mio carattere e il mio temperamento ritirato e timido me ne fa scorgere soltanto qualcuna oppure la mia intraprendenza ed esuberanza me ne fa cogliere molteplici, non importa, perché non è il numero dei talenti – uno o cinque- che rileva, ma è la coscienza di essere ricco di questi doni e di farne partecipi le persone che mi sono accanto e che da me aspettano qualcosa.

Se alla fine della vita dirò "Signore mi hai dato poco e quel poco l’ho conservato" il Signore mi rimprovererà. Probabilmente non lo farà con le dure parole del vangelo, ma certo ce ne accorgeremo.

Il Signore ha creato il mondo e lo ha affidato a noi. Ci ha dato l’intelligenza per progredire –lo dice anche la Sacra Scrittura: gli uomini dei primi tempi si comportavano in un certo modo; piano piano c’è stato un progredire, hanno capito di più, hanno utilizzato meglio la natura. Oggi giorno sappiamo che ci sono tante energie, tante occasioni, tante possibilità e sappiamo anche che noi abbiamo la luce per poter vedere. La usiamo?

Molti utilizzano troppo la luce che serve per illuminare le cose e si inebriano delle cose e le usano non tanto come dimostrazione di amore, ma come fine a se stesse, come strumenti di divertimento, o per occupare il tempo. Si dice che siamo nell’era della comunicazione, ma le informazioni di cui continuiamo ad essere avidi, ci servono per crescere o solo per far sterile sfoggio di semplice sapere? Ma a che serve ‘sapere’ tutto quello che succede?

Ritorno alla parabola: quello che ha 5 talenti ne ha elaborato altri 5 - non conta il numero, quanto piuttosto il fatto che più introduzione hai nel mondo in cui vivi più devi portare in quel mondo, in quella civiltà la parola del Vangelo.

Proviamo a chiederci se abbiamo mai usato il telefonino per dire una parola del vangelo che può aiutare quel nostro amico, quel nostro vicino. Proviamo a chiederci se abbiamo mai cercato tra i programmi televisivi, magari satellitari, un programma che ci dia un’informazione cristiana – quanti di noi conoscono il satellitare ‘sat 2000’? Abbiamo mai fatto un’ora di adorazione notturna, sottraendola alla solita ‘adorazione della televisione’? Abbiamo mai detto un rosario a casa? Se non ne siamo capaci, sappiamo che c’è una radio che ne trasmette cinque o sei di giorno e altrettanti di notte? Ci interessiamo di tenerci informati sulla politica, non per brontolare, ma per ragionare e poi poter scegliere alle elezioni da chi farci rappresentare?

Ecco, io ho dato la mia interpretazione.

S.Paolo ci dice che abbiamo bisogno di luce : è lo Spirito Santo che ce la dà, tocca a noi di coglierla per fare in modo che quando ci verrà detto "Verrà il giorno del Signore" e quando ci verrà detto "Pace e sicurezza" non saremo colti all’improvviso e non saremo nelle tenebre.

Se abbiamo capito, distribuiamo questa luce: se abbiamo capito poco, sarà un talento, se abbiamo capito meglio saranno più talenti. Ma i numeri non importano: l’importante è conoscere i talenti e diffonderli, con la parola, con la vita.

Un semplice raccontino:

Un uomo riceve l’incarico di costruire uno splendido castello in cima ad una montagna. Parte con il figlio e si mette in cammino. Ma la strada è molto lunga e faticosa, così chiede al figlio di accorciarla. Il figlio si guarda intorno, non capisce come possa farlo e, deluso, torna a casa dove spiega alla mamma quello che il padre aveva a lui chiesto. La mamma, dopo aver riflettuto, trova la soluzione. Inventa insieme al ragazzo una storia da raccontare durante il cammino al padre. Il figlio, correndo, raggiunge il padre e si mette a raccontare. A metà della storia sono già arrivati alla meta. Il padre si meraviglia che la strada, tutto sommato è stata così breve!

E’ tanto noiosa la nostra vita, è tanto lunga la nostra strada. Abbiamo bisogno di qualche cosa che sia un bel racconto, una bella parola, una buona compagnia per potere veramente riuscire a capire la presenza del Signore, per potere sentire che Dio è un papà, un papà che ci vuole bene come una mamma,che Dio è una mamma che ci vuole bene come un papà.

Ce l’abbiamo tutti, sapete, i talenti nel cuore, ma li applichiamo soltanto alle piccole occasioni nelle quali veniamo provocati. Dobbiamo invece applicarli alla cultura di oggi, alla civiltà fredda, alla civiltà meccanica di oggi, cogliendo tutte le occasioni che ci sono.

Questi sono i talenti.

Tra i documenti dei primi padri della Chiesa c’è una lettera che non si sa chi l’ha scritta, ma si sa il destinatario "A Diogneto": è uno dei tre documenti principali su cui si è fondato il Concilio Vaticano II di cui si sta celebrando il 40° anno da quando è stato concluso e pubblicato. La lettera è lunga, ma la parte fondamentale che qui voglio esporvi si trova nel capitolo settimo, nel quale è detto che i cristiani non sono diversi da tutti gli altri uomini: nascono, lavorano, si sposano, fanno figli, muoiono. Quello che li distingue è la capacità di indicare una via che è al di sopra di tutte le vie di questo mondo: i cristiani sanno vivere una presenza che è presente ovunque. Si inseriscono nel lavoro, nell’amicizia, nella famiglia e sanno dare sicurezza. Sono come l’anima nel corpo: l’anima non è racchiusa in un posto particolare, l’anima è noi stessi, è la nostra vita; così i cristiani al pari dell’anima si inseriscono nella vita del tempo – al tempo in cui fu scritta la lettera si inserivano nell’impero romano, oggi nell’impero del denaro e della comunicazione, del sesso.(Se volete attirare la gente parlate di sesso, se volete far brontolare la gente, parlate di politica, se volete comandare diventate grandi manipolatori di denaro –non importa se il denaro è vostro o no, l’importante è poterlo e saperlo manovrare! Allora sarete i padroni del mondo!) In ogni epoca c’è ‘un impero’ nel quale i cristiani sono chiamati a vivere, non per servirlo ma per indicare la strada dell’incontro con Colui che ci chiederà: "Le occasioni te le ho date: ti ho dato l’occasione di parlare di me, di far vedere la mia vita. Come rispondi?

Come rispondo?

"Eccomi Signore, mi hai dato le occasioni, i talenti, le capacità, la cultura, la civiltà del mondo d’oggi. Ho risposto. Sei contento?

"Vieni; partecipa alla mia stessa gioia, alla mia stessa vita!"