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6 novembre 2005
XXXII Domenica T. O. A
Sap 6,12-16 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13

PORTATORI DI LUCE

Sull’altare ci sono delle lampade ad olio: prima della messa, qualcuno si preoccupa di accenderle e lo può fare perché dentro c’è l’olio. Ma se io non ce lo avessi messo e dicessi: "Ebbene, prova ad accendere lo stesso" mi sentirei dare dello ‘sciocco’ perché senza l’olio lo stoppino non prende fuoco!

Così le vergini della parabola: cinque erano ‘furbe’, cinque erano ‘sciocche’. Ma la parabola è una storia –questa sicuramente inventata- con la quale Gesù vuole mandare il suo messaggio: a un certo momento il Signore viene e ti dice: "Entra, se sei preparato, se sei una lampada accesa, se in te - nel tuo cuore, nella tua storia, nelle tue azioni, nella tua memoria - c’è qualcosa che qui viene chiamato ‘olio’, ma che nella realtà si chiama ‘fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza’.

E’ necessario che ci siano queste virtù – alcune ci collegano con il Signore, altre ci consentono di avere il dominio di noi stessi, così da sapersi comportare bene in ogni situazione con noi stessi, con il Signore, con gli altri.

Sant’.Agostino dice che quell’olio è la vita cristiana piena di carità; quella carità che se si accende, che fa luce a chi la vive e agli altri. Proprio l’amore che tu porti al Signore, al prossimo e a te stesso è quello che ti permetterà di essere accolto, perché ti presenterai al Signore con la lampada accesa.

Vivi allora la tua vita con le virtù teologali che ti avvicinano a Dio – fede, speranza e carità - con le virtù cardinali che ti permettono di essere in relazione con gli altri –la giustizia che ti permette di essere capace a dare agli altri ciò che è dovuto, a chi è più in alto ed a chi è più in basso di te: è inutile nel mondo invocare pace e non essere capaci a trattare con giustizia e pensare soltanto a se stessied al proprio benessere. La prudenza che ti permette di governare te stesso : la prudenza è quella virtù che consente a un cocchiere, dicevano gli antichi greci, di guidare un cocchio con molti cavalli, e fare in modo che nessuno vada troppo a destra o troppo a sinistra, né troppo lento, né troppo di corsa. La fortezza che ti permette di dominare te stesso in ogni momento, anche nei più difficili. La temperanza che ti permette di godere di tutti i piaceri usandoli bene per lo scopo per cui ti sono dati: quando mangi, quando bevi, quando ti diverti, nella tua vita di famiglia, comportati sempre con temperanza. Godi dell’amore degli altri, ma fallo sempre secondo lo scopo per cui i tuoi sensi sono invitati dalla natura dal creatore, dalla tua stessa ragione.

Sii sempre padrone di te stesso: allora sarai al posto giusto con la tua giustizia, la tua prudenza, la tua fortezza, la tua temperanza.

Le virtù teologali sono quelle che ci ha insegnato Gesù: abbi fede, spera nell’eternità con sicurezza, sii ricco dello stesso amore di Dio.

Le quattro virtù cardinali, invece, sono le stesse già predicate dagli antichi filosofi: proprio la figura del cocchio è stata usata da Aristotele, filosofo greco vissuto in ambiente assolutamente lontano da quello biblico tre/quattrocento anni prima di Cristo: il cocchiere rappresenta la prudenza e i cavalli che lui guida rappresentano la giustizia, la fortezza e la temperanza: si è al posto giusto soltanto se le forze, le tendenze che ci spingono sono in equilibrio.

Senza dilungarmi a fare discorsi filosofici su tutto ciò che influisce sul nostro equilibrio, siamo tutti invitati a cercarlo e a vivere la nostra vita con equilibrio e a ricorrere a consiglieri quando ci troviamo nel dubbio: possono essere amici, consiglieri della vita spirituale con i quali possiamo aprirci ed indagare se ci siamo comportati bene in quello o quell’altro caso. E’ necessario, infatti che impariamo a fare la critica a noi stessi.

Ecco l’olio di cui deve essere piena la nostra lampada per fare luce a noi stessi e agli altri.

San Giovanni Crisostomo - vescovo di Costantinopoli - commentando questa parabola , dice: "Qui ci sono tante lampade a olio, tutte piene di olio, ma una di queste non viene mai accesa, perché in quella c’è l’olio che serve per ungere coloro che sono in grande difficoltà. Di fatti c’è un sacramento – e cita le frasi di Gesù " ungete i malati e benediteli " e le frasi della lettera di SanGiacomo " se sei ammalato chiama i preti che ti ungano e allora se sei in peccato il peccato ti verrà perdonato e sarai salvo " con ciò significando che proprio la malattia servira per la salvezza perché la malattia unisce a Gesù che ha sofferto se a Lui la offriamo: è l’unzione dei malati.

È quel sacramento così difficile da far capire, perché vi sono ancora molti che pensano che sia il sacramento dei morti –mentre ormai il morto ha finito di ‘meritare’- oppure il sacramento da somministrare ai moribondi, mentre è il sacramento del malato perché attraverso quel sacramento il sofferente abbia la forza di unire la sua sofferenza a quella di Gesù e sentirsi a Lui vicino.

Sia Giovanni Crisostomo , sia Agostino ci dicono la stessa cosa: E’ necessario avere un olio che fa luce, cioè una fede dentro che attraverso i sacramenti ci permetta di vivere profondamente la vita di Gesù Cristo stesso.

Noi continuiamo a vivere la vita di Gesù; noi continuiamo a portare Gesù ora con la sua sofferenza, con la sua gioia, con le sue parole.

Quanta gente oggi crede in Gesù Cristo perché è un grande maestro, oppure crede che i cristiani siano maestri, oppure nel papa, anche lui grande maestro. Quanta gente oggi crede nei ‘discorsi grandiosi’, nei ‘maestri’, crede nelle parole umane di Gesù. Ma Gesù non è soltanto il maestro, è il redentore, è morto per salvarci, ha mandato lo Spirito Santo perché continuasse la sua presenza, la presenza di Gesù in noi e vuole che noi non ascoltiamo solo la parola,ma vuole che noi la viviamo, la portiamo visibile nel mondo.

Luce – quante volte nel vangelo si parla di luce, e in questa parabola si parla di luce: Io sono la luce, Io sono la vita. Voi che siete figli della luce, portate la luce del mondo. Siete cristofori e siete fosfoferi , portatori di luce, ma non con il vostro parlare, ma con la vostra vita: vivete la luce che avete dentro di voi.

Non pensateci, non tocca a voi mostrarla; tocca averla dentro: allora con le vostre opere, con le vostre frasi dette senza pensarci, con il vostro piangere, con il vostro sorridere, con il vostro sapervi fermare per ascoltare quella persona così noiosa, con il vostro saper avvicinare qualcuno che ha bisogno del vostro aiuto, portate la luce. Allora siete portatori di luce, portatori di Cristo, allora dimostrate che Gesù non è soltanto colui che ha parlato, non è soltanto un maestro, ma è uno che ha vissuto e dimostrate che i cristiani sono incaricati proprio di portare questo nel mondo.

Forse ci sono delle persone che si salvano -e lo dirà il Signore- purchè abbiamo fatto bene, abbiano cercato la pace attraverso la giustizia, allora il Signore dirà "quello che hai fatto tu al più piccolo dei miei fratelli lo hai fatto a me" e sarà una cosa bella; ma noi dobbiamo fare di tutto perché altri imparino quello che Gesù ha insegnato, altri ricevano la luce: Non per nulla il Signore dice che lo incontreremo come uno sposo che vi aspetta: sarà un abbraccio l’incontro con il Signore; sarà un momento di gioia l’incontro con il Dio che ci giudicherà; allora il suo giudizio non sarà un giudizio severo, sarà semplicemente il giudizio della sua bontà misericordia, del suo amore; allora ci accorgeremo che nel vivere onestamente, seriamente, con fede la nostra vita non abbiamo fatto altro che avvicinarci a lui che è un Dio innamorato di noi e che vuole che noi ci innamoriamo attraverso il nostro fare attenzione alla sua parola.

Chiediamo al Signore di aiutarci a vivere gioiosamente questa nostra attesa del suo incontro.