PRECEDENTE  LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI  SEGUENTE

29 maggio 2005
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO A
Dt 8,2-3.14-16; 1 Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

COMUNE UNIONE IN CRISTO

Le letture di oggi ci introducono nel grande mistero eucaristico della comunione nostra con Cristo e tra noi in Cristo.

Il Vangelo ci presenta un pezzo del discorso di Gesù a Cafarnao. Siamo nel capitolo sesto di

Giovanni. Gesù, il giorno prima, aveva moltiplicato i pani e pochissimi pesci, sfamando ben cinquemila persone e lasciando ancora molte ceste di cibo avanzato. Il popolo, entusiasta, lo glorifica, ma Gesù si nasconde, si ritira per pregare. I dodici passano il lago, la gente lo cerca. Il giorno dopo, dall’altra parte del lago, dentro la sinagoga, non più le migliaia di persone ma poche centinaia, ascoltano questo discorso.

Il discorso è duro, stupisce; la gente si rattrista, non comprende:

"Siete venuti qui perché avete mangiato – dice Gesù – ma non capite i SEGNI". I segni sono sia l’aver moltiplicato pane e pesci, sia l’aver messo la gente insieme, a far UNITA’, pur trattandosi di migliaia di persone, ma i segni sono anche e soprattutto le sue PAROLE.

Dovete mangiare me; dovete bere il mio sangue; dovete vivere di me come io vivo del Padre.

Il mangiare e il bere volevano dare il senso dell’unione con Cristo, per vivere la comunione con Cristo e portare Cristo nel mondo, dopo averlo introdotto in se stessi. Il discorso è difficile, non piace: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?… questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?". Non hanno più fiducia, dopo aver avuto tanto entusiasmo prima. Succede, quando l’entusiasmo è qualcosa di superficiale e non è approfondito. La gente se ne va. Gesù si troverà così solo con i suoi dodici. Neppure loro hanno capito come sarà possibile mangiarlo. Neppure a loro Gesù risolve il problema, perché lui vuole fiducia e fede. "Volete andarvene anche voi?" egli chiede, e lo Spirito Santo che già lavora, suggerisce a Pietro: "Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna".

Un anno dopo, di nuovo a Pasqua – l’ultima sua Pasqua – farà capire ciò che aveva iniziato a spiegare: "Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue". Queste parole di Gesù nell’ultima cena vengono riferite solo dagli altri tre evangelisti, e non da Giovanni.

Voglio farvi notare una cosa, che mi sembra importante.

Nelle pagine del Vangelo di oggi, S. Giovanni, ripetendo le parole di Gesù, usa la parola greca SARX, che significa CARNE. Gli altri evangelisti, riferendo le parole di Gesù che nell’ultima cena si propone come cibo, dicono, in greco, SOMA, che vuol dire CORPO.

Sono la stessa cosa, la sua carne o il suo corpo. Però gli altri dicendo corpo intendono parlare della "cosa" che essi dovranno mangiare. S, Giovanni, invece, presentandoci Gesù che già spiega, in anticipo, ciò che dirà chiaramente solo un anno dopo, parla di CARNE, intendendo con questo termine riferirsi non solo al corpo, ma alla sua intera UMANITA’, alla sua VITA. "Chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui… la mia carne è vero cibo…". Non c’è solo il fatto di mangiarlo e nutrirsi di lui. Nella sua carne che egli ci offre, c’è la sua vita intera, comprese le sue intenzioni, la sua OFFERTA, compreso lo scopo per cui è venuto.

S. Paolo, nella seconda lettura, ci ha detto: partecipare è fare comunione con il corpo di Cristo, con il sangue di Cristo, cioè: partecipare è FARE COMUNIONE CON IL CRISTO. Non è solo il gesto rituale dell’unirci al corpo di Cristo che ci viene proposto, ma quello del diventare il corpo di Cristo, agire come lui, avere la sua stessa intenzione.

Rileggo le parole del Vangelo, quando, verso la fine del suo discorso, Gesù dice: "Come il Padre ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me". Vivrà di me. Ecco perché lo scopo per cui lui è venuto diventa lo stesso scopo per cui noi viviamo da cristiani. MISTERO di comunione e di offerta. Come Gesù non è colui che è stato umano dal Natale alla Croce ma è colui che resta salvatore del mondo, continuando a mostrare al Padre quelle sue PIAGHE che non lo fanno soffrire più, ma che sono il segno della sua offerta, così io non devo vivere solo tra la mia nascita e la mia morte: devo come lui vivere per la salvezza del mondo.

Partecipare all’Eucaristia è OFFRIRSI. Tutta la Messa è un’OFFERTA.

Mentre io vi parlo, sull’altare, nella patena, ci sono le ostie che verranno presentate al Padre, e poi consacrate. Sapete cosa vuol dire OSTIA? Il termine latino da cui deriva significa: OFFERTA. L’offerta che i fedeli offrono, è il segno dell’offerta personale di se stessi al Padre.

Un raccontino missionario del Brasile, parla della raccolta delle offerte durante la messa.

Due uomini girano tra le panche portando il grande cesto con cui raccolgono la manióca, il frutto che, seccato e pestato, diventerà la loro farina. La gente è povera, non dà soldi ma qualcosa che possa servire a chi è più povero. In fondo alla chiesa un bimbo, quasi nudo, ha un momento di sgomento: "Cosa offro?". Non ha nulla. Ma ha tutto, perché ha capito. "Io offro me stesso". Fa un salto ed entra nella cesta.

Il cristiano deve essere proprio così: colui che dona se stesso per diventare Eucaristia.

Ho parlato delle ostie e del significato del termine. Oltre che ostie, le chiamiamo particole, perché nei primi tempi del cristianesimo si consacrava in pane intero e lo si spezzava poi in tanti piccoli pezzi, le "particole" che venivano date ai fedeli. Gli orientali, che hanno riti molto suggestivi e profondi, lo fanno ancora. All’inizio della celebrazione prendono un pane, con un coltello vi incidono le iniziali delle parole che dicono chi diventerà quel pane. Lo dividono con riti e parole speciali. Quando, dopo la consacrazione, la gente prende quel pezzetto di pane consacrato, capisce sensibilmente cosa vuol dire particola: non più solo piccola parte di un grande pane, ma piccola parte di quello che è il grande Cristo.

Cristo si lascia dividere per farci particole del suo Corpo, riunendoci nel suo Corpo. L’Eucaristia ci fa UNITA’.

S. Agostino ripetutamente dice che noi formiamo un uomo solo, il Cristo, il Corpo totale di Cristo. Anche se siamo piccole parti di questo Corpo totale, insieme lo completiamo. Cristo non sarebbe completo se non ci fossi anch’io, se non ci fossi anche tu. Perché lui vuol essere un UOMO fatto dall’umanità di ieri, di oggi, dall’umanità che poi verrà. Quando commenta il Vangelo di Giovanni ha espressioni intense al riguardo "…non solo siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso, capite?... Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo, e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi".

Per farci UNITA’, Cristo ci dona se stesso Eucaristia. Il pane che spezziamo e di cui ci nutriamo è "comunione", cioè "unione con" il Corpo di Cristo.

Contemporaneo di Agostino, in Oriente, S. Giovanni Crisostomo dice che la nostra unione con Cristo non è solo unità, ma identità. Di fronte al Padre noi mostriamo la faccia di Gesù Cristo. Lui vede me e vede, in me, il suo Figlio. Per questo, se Cristo ha servito, diventare CORPO è anche SERVIRE. Se Cristo è venuto per farsi accogliere ed accoglie tutti in se stesso, diventare CORPO è anche ACCOGLIERE, cercando l’unione con chi ci sta vicino, e cementando, con l’accoglienza, il Corpo di Cristo.

L’accoglienza di Cristo continua, oggi, attraverso la nostra accoglienza. La nostra manifestazione è la sua stessa accoglienza. Essere accoglienti è il modo migliore di rendere il Signore presente FACENDO COMUNIONE CON LUI, ricevendo quel pezzetto di pane consacrato per diventare noi consacrati; per metterci davvero a disposizione, per poter essere accoglienti come vuol esserlo lui.

Questo è il MISTERO della COMUNIONE.

E’ un fare non per dovere, ma per "essere".

Se sono Cristo Gesù, mi comporto come Cristo Gesù.

Signore correggimi! Perdonami! Donami il tuo aiuto, la tua misericordia per essere capace a vivere così.