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22 maggio 2005
SANTISSIMA TRINITÀ A
 Es 34,4-6.8-9; 2 Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

FATTI LUCE DEL PADRE

Se consideriamo il mondo dall’esterno, attraverso le notizie che ci vengono da giornali, radio, televisione, e discorsi della gente ed attraverso i comportamenti delle persone che imponendo la propria figura e le proprie idee danno spettacolo e sottomettono l’opinione pubblica, si ha l’impressione che il mondo vada alla deriva.

Ma è una impressione. Non è questo il mondo.

L’umanità è fatta da persone singole ed ogni persona singola ha i suoi ideali, e tutti, anche quelli che sembrano guidare il mondo mirando solo all’immagine, al denaro ed al potere, presi ad uno ad uno, hanno i loro affetti, i loro momenti di dedizione, di tenerezza, di ricerca religiosa, anche se diversa dalla nostra.

La realtà bisogna saperla cogliere partendo da se stessi. Si riconosce che sempre, in ciascuno di noi, c’è qualcosa che è rappresentato anche dagli altri. L’essere umano conta, perché ogni essere umano è stato pensato da Dio come sua IMMAGINE e la LUCE di Dio pur coperta e nascosta, ma non cancellata, è stata da lui impressa nel profondo di ogni uomo.

Gregorio Nazianzeno grande e sensibilissimo Padre della Chiesa del IV secolo, in una sua omelia sulla Natività esprime in modo lirico ed incisivo questo concetto, allargando il suo pensiero al mistero della Trinità. Egli dice che Dio è LUCE ed ha voluto che questa LUCE risplendesse nel creato. Per questo ha pensato e fatto l’uomo come LUMINOSA LAMPADA la cui luce risplendesse trasmettendo la sua "ICONA" nel mondo e dandogli gloria. Ma l’umanità non ha saputo far risplendere questa LUCE. I primi uomini hanno incominciato e gli altri hanno seguitato a corrompere la bellezza e lo splendore dell’immagine di Dio, coprendola con il FANGO della terra, che è violenza e tradimento.

"L’immagine di Dio subì violenza" – egli dice – non annullando la luce, ma trasformandola in "tenebra". Così Dio ha deciso di togliere questa "tenebra". Per farlo, ha assunto la nostra umanità. Così il figlio è venuto tra noi per mostrarci come ci si può impegnare totalmente, affinché di nuovo l’ICONA di Dio possa risplendere nell’animo umano.

Poi se ne è andato ma è rimasto con il suo Spirito, cioè con quella sua energia che ci rende LUCE, capaci di operare e di far immaginare, sentire e vivere, nel mondo, l’ICONA di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: l’ICONA della Trinità.

Oggi il Vangelo di Giovanni ci presenta un breve tratto del discorso che Gesù fa a Nicodemo. E’ significativo che l’incontro con Nicodemo non avvenga, come normalmente succede con gli altri incontri di Gesù, alla luce del giorno, ma sia notturno.

Ci fa pensare ad una ricerca forse curiosa ma senz’altro profonda della LUCE vera che porta alla VERITA’.

Nella parte non riportata del discorso, Gesù invita al battesimo. E’ un annuncio del battesimo, Battesimo che sarà immersione in Dio. Chi si immerge in Dio trova salvezza e la salvezza è credere nel PROGETTO di un Dio che, per entrare in fraternità con noi, si è incarnato nel Figlio rendendoci suoi figli nel Figlio; di un Dio che vuol essere presente in noi come l’assistente, il consolatore, colui che RESPIRA in noi e ci dà FORZA, sostenendoci dal di dentro.

Il nome "TRINITA’" nel Vangelo non esiste.

L’hanno inventato, duecento anni dopo, i primi cristiani che hanno tentato di ragionare sul mistero. Ragionare è un bene, ma qualche volta qualcuno ha ragionato più che amato. Quando si ama non si sta tanto a ragionare. Ci si abbandona. Se ragioniamo soltanto arriviamo a disegnare la Trinità, la trasformiamo in un oggetto di geometria, ma a che cosa ci serve?

Gesù ha parlato di un Padre che vede tutto, che "veste i gigli e nutre i passeri", che ci aspetta nella sua CASA. Ci ha detto che suo Padre è anche Padre nostro e forma famiglia con chi crede in Lui. Ci ha insegnato che il Padre è Amore, AGÀPE", che cioè ci ama di un amore speciale, che non aspetta ritorno, che avvolge, che dona e che vuol essere ridonato; un amore che, incarnandosi in noi, in noi viene a respirare e attraverso noi, sue creature, vuole operare

E noi?

Spesso viviamo come se questo progetto di amore del Padre non ci riguardasse per niente…

Sembra che il mondo – dice Kierkegaard - sia come una nave, che va. I viaggiatori della nave non si ricordano da dove vengono, non sanno dove vanno. A bordo non si pensa al viaggio, ma solo agli avvisi che dal ponte di comando vengono dati dal cuoco e riguardano i menu dei pranzi. Solo questo interessa i viaggiatori. La vita normale di bordo si svolge, indifferente, tra un avviso e l’altro.

Povera nave con gente che non sa da dove viene e dove va! Kierkegaard parlava del suo tempo, ma anche oggi questo modo di presentare e pensare può andar bene. Allargherei la lista delle vivande a quella del modo di vestire, di apparire, di sapere… tutti modi di occuparsi che hanno come conseguenza il far dimenticare che siamo in viaggio da Dio per arrivare a Dio.

Ma qualcuno deve pur mettere in azione un modo diverso di pensare, uscendo dall’abituale immersione nelle cose pensando e aiutando gli altri a pensarci un po’: dove andiamo, perché siamo in viaggio e chi ha voluto che iniziassimo questo viaggio, che senso ha tutto questo…; non cancellando la lista delle normali attività di vita ma mettendo in evidenza il punto di partenza e ponendo in attività la speranza, la preparazione e l’attesa del porto di arrivo.

Se le apparenze a volte scoraggiano ed invitano a vivere attaccati a questo mondo senza guardare oltre, dobbiamo cercare di superarle, per scoprire il tesoro nascosto del vero significato della nostra vita e camminare, insieme agli altri, verso l’incontro autentico con Dio.

Sul giornale "Avvenire" di oggi, ho trovato un piccolo articolo di Gianfranco Ravasi, intitolato: MARTIRI.

Nove anni fa, il 21 maggio 1996, in Algeria, venivano trucidati, da un gruppo islamico armato, sette monaci trappisti. Ecco alcune frasi tratte dal diario del superiore di questo gruppo : "Se mi capitasse un giorno, e potrebbe essere oggi - in effetti è successo qualche mese dopo aver scritto queste parole – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era stata donata a Dio e a questo paese"…. "vorrei che l’attimo del dono fosse una completa consacrazione a Dio".

Poche righe dopo, dice: "Dopo la mia morte potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli, anche quelli dell’Islam, vedendoli come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, e investiti del dono dello Spirito… ".

Anche noi – come ci diceva il Nazianzeno – illuminati dalla Trinità diventiamo lampade nel mondo, potenza vivificatrice per gli altri uomini!

Lampade che hanno ricevuto la luce e che, accese, devono accenderne altre ed altre ancora, attraverso il dono della speranza,

attraverso il dono della gioia che il Signore ci dà,

attraverso il dono del saper stare insieme,

attraverso il dono della comunità e della comunione.