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14 novembre 2004
XXXIII Domenica T.O.C

 Ml3,19-20; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

GLORIA A DIO E PACE AGLI UOMINI

In ogni tempo della storia capitano situazioni disastrose nelle quali si può riconoscere il tempo predetto da Gesù: sono 2000 anni che il cristiano sa di vivere in attesa. Questa pagina del vangelo, insieme ad altre, dice con chiarezza che tutto il mondo conoscerà la parola del Signore; gli apostoli hanno detto con chiarezza che anche il popolo che attende sempre la venuta del Signore accetterà la venuta di Gesù; l’Apocalisse conclude dicendo che nella gioia la Chiesa dirà, unita allo Spirito: "Vieni Signore Gesù".

Sembrano contraddittorie queste predizioni perché annunciano al tempo stesso che la fede deve essere testimoniata con gioia e con sofferenza, che la fede cristiana stessa sarà ora accettata, ora contraddetta, contemporaneamente, o a fasi alterne: Cristo è vivo oggi come era vivo allora; è cambiata solo la sua visibilità, perché ora sulla terra c’è la Chiesa che è il suo corpo.

A volte qualcuno mi lusinga dicendomi che è bello il paragone che ho fatto o che è lucida la presentazione di un fatterello; è rarissimo che mi dicano che hanno capito la pagina del vangelo, o l’annuncio contenuto nella lettera dell’apostolo. Questo può essere un incoraggiamento per chi ha predicato, ma la spiegazione della parola del Signore non vale niente se rimaniamo legati alla ‘spiegazione’ anziché alla Parola stessa. Qualcuno dice che una bella presentazione del vangelo serve per cucire addosso il vangelo secondo la statura o lo stato d’animo di chi ascolta: se nel mondo fa freddo bisogna che il vangelo ci sia cucito addosso in modo da scaldare il nostro cuore; se noi siamo freddi bisogna che il vangelo ci aiuti ad avvicinarci di più al fuoco; se noi stiamo scoppiando di entusiasmo il vangelo ci deve insegnare a parlare ad altri di questo entusiasmo, per comunicare questa fede. Il Signore dice che niente può togliere di mezzo la sua fede e noi che la portiamo. Bella la conclusione: "Nemmeno un capello del vostro capo perirà", ma aggiunge "con la vostra perseveranza" salverete la vostra vita, dando alla vita un senso. Ma per poter perseverare dobbiamo sapere stare sull’onda alta, così come sull’onda bassa.

Dobbiamo vivere queste parole del vangelo: se qualche volta è difficile capirle, studiamole, scegliamo le parole che più ci servono –non tutte sono state scritte per tutti- Scegliamole, non per escludere le altre, ma per farle nostre affinchè ci siano di stimolo: teniamole presente nel cuore e nella nostra vita.

Gli angeli, quando è nato Gesù, hanno saputo esprimere il suo programma in due parole:"Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra tra gli uomini". Questo è il programma del cristiano: siamo stati creati per dare gloria a Dio, fatti voce di ogni creatura per dire "Santo, santo santo sei tu o Signore" : si chiama preghiera, adorazione, contemplazione di Dio – questo è il primo scopo per cui siamo stati creati. Il secondo è realizzare. Se la nostra predicazione fosse soltanto invito alla pratica e alla carità assistenziale sarebbe monca perchè prima ci deve essere la preghiera che poi deve diventare pratica nella vita, nella famiglia, nel lavoro.

E’ facile dare gloria a Dio personalmente, mentre è difficile il vivere pratico della testimonianza, ma se non ci sforziamo di farlo, ci dimenticheremo presto anche di dare gloria a Dio, di chiedere il suo aiuto. Ecco perché secondo Gesù dobbiamo essere lieti di essere perseguitati, perché soltanto nelle difficoltà si sente forte lo stimolo di chiedere aiuto a Dio. "Non temete, io vi suggerirò quello che voi dovrete dire e se non lo direte con la bocca, lo direte con i vostri fatti"

Mi piace il cardinale Martini che usa l’esempio dei due polmoni, riprendendo l’immagine dei due polmoni –quello della Chiesa di occidente e quello della Chiesa di oriente- con i quali, secondo il papa, respira la Chiesa. Martini, da biblista, applica la figura alla vita del cristiano che deve vivere con due polmoni: lodando Dio e facendo le opere buone: lode a Dio per avere il suo aiuto e per occupare bene il nostro posto e pratica ricevendo l’aiuto di Dio che ci viene incontro dicendo: "Quello che hai fatto al più piccolo dei tuoi fratelli lo hai fatto a me".

Come il programma degli angeli sulla capanna di Betlem: Gloria a Dio e pace in terra all’umanità.

Per aiutare la memoria, l’apologo dei due monaci tibetani che camminano lungo il fiume in piena lodando Dio e pregando. A un guado del fiume, nascosto dalle acque in piena, incontrano una ragazza. Uno dei due si offre generosamente di aiutarla: la fa salire sulle sue spalle e la porta dall’altra parte, poi la fa scendere, riattraversa il fiume e riprende il cammino con il compagno, continuando la preghiera. Passato parecchio tempo, il compagno lo rimprovera perché portando la ragazza sulle spalle ha tradito la professione monastica che impedisce di toccare una donna. Ma l’altro, dopo aver riflettuto, risponde: "Io la donna l’ho presa e l’ho lasciata oltre il fiume, mentre tu te la stai portando ancora nel cuore".

Non bisogna confondere le cose, bisogna farle bene, nella consapevolezza che due sono gli scopi per cui dobbiamo portare avanti Gesù Cristo vivo oggi e dobbiamo viverli entrambi.

Verrà un momento in cui sarà tutto distrutto: non preoccupiamoci; è un problema che riguarda il Signore. In questa pagina un po’ confusa, perché è usato lo stile apocalittico dove le immagini si sovrappongono l’una all’altra, si parla della morte personale: tutto finirà; si parla della fine di Gerusalemme che sarebbe avvenuta 35 anni circa dopo la morte di Cristo, quando l’esercito romano distruggerà la bellezza del tempio che Gesù stava contemplando e poi si parla della trasformazione del cosmo: tutto sarà distrutto, il mondo non sarà annullato, sarà cambiato, sarà trasformato. S. Pietro nella sua seconda lettera dice: "Ci saranno cieli nuove e terre nuove" non so come, ma cielo e terra saranno ancora rappresentati nell’eternità, che sarà basata su altre leggi che daranno gloria a Dio in modo più completo. Noi, piccola voce, diciamo: "Il Signore c’è".

In questi giorni è stato dibattuto sui maggiori quotidiani il tema della religione laica , come nuova religione, intesa come ‘impegno religioso’ non rivolto a Dio. Non si discute sulla fede in Dio o meno – quello è un fatto personale. Nell’agire, l’uomo deve rispondere alla propria coscienza e per sapere com’è la coscienza, in democrazia, si vota per cui la ‘coscienza’ è delineata secondo quello che pensa la maggioranza: dall’idea della democrazia si passa all’idea della religione fatta democratica. E Dio? Dio è un’altra cosa, è una verità, può darsi che sia scaduta l’idea di Dio.

Teniamo presente questo, perchè è la cultura dominante dei grandi informatori che attraverso i mezzi di comunicazione o con altre tecniche distruggono quel bene prezioso che è nelle coscienze. Ci fossero religiosi, anche non cristiani e non cattolici, che diffondano l’idea di Dio, sono da benedire, perché contribuiscono a lottare contro la tendenza a sostituire la religione con la religione laica.

L’impegno del cristiano è quello non solo di esserlo personalmente, ma anche quello di dirlo ad altri: c’è una legge di natura che Qualcuno ha messo nel cuore dell’uomo e questa non la possiamo conservare ‘votando’, la possiamo conservare studiando come siamo fatti fisicamente, intellettualmente ed a che cosa tendiamo, meditando sulla nostra sete di essere; se abbiamo bisogno di un aldilà, interroghiamo Colui che dell’aldilà ci ha parlato intensamente, sicuri che saremo perseguitati, sicuri che saremo derisi, sicuri che saremo traditi, odiati da tutti a causa del Suo nome che metteremo in evidenza.

Lui ci conosce, conosce anche i nostri capelli: è un modo di dire per significare che sono conosciute da Lui anche le cose piccole che facciamo per glorificare Dio, per portare pace nel mondo, pace che non è soltanto lottare contro chi spara, ma pace che è anche dare alla coscienza un fine per cui vivere.