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5 ottobre 2008
XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Is 5,1-7 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43

"FATE COME HO FATTO IO"

Le forti parole usate da Gesù "uccidere, gettare fuori, maltrattare totalmente" erano quelle del tempo, per cui generalmente non le teniamo in gran conto ed andiamo al messaggio centrale della parabola: il popolo incaricato di aspettare il Messia e avrebbe dovuto godere della sua presenza, attraverso i suoi capi non lo ha accolto e lo ha ucciso - succederà di lì a poco. Quel popolo resterà tale –lo è ancora dopo 2000 anni- ma ci sarà un altro popolo che ne prenderà il posto –siamo noi.

Ancora oggi –è storia attuale in Orissa al nord dell’India e non solo lì- che qualcuno di questo ‘nuovo popolo’ venga perseguitato ed ucciso. Comunque la vigna del Signore va avanti e ci sono alcuni incaricati di portarla avanti.

Lascio stare questa meditazione sul vangelo e la continuo commentando San Paolo che nella sua lettera ai Filippesi dà il senso della nostra chiara responsabilità: "Non angustiatevi" "Non preoccupatevi" Lo ha detto allora e lo continua a dire oggi, ma non nel senso di non preoccuparci perché quanto succede è lontano da noi –tutt’altro : oggi è lontano domani potrebbe essere vicino, basti pensare che i martiri dell’Orissa sono in una parte del paese di Gandhi, di colui che ha seminato il senso della pace assoluta, che ha predicato ed ha messo in pratica la non violenza. Basti pensare in quanti altri posti c’è violenza, non solo contro i cristiani, ma contro il bene, contro il cittadino ordinario. Nonostante questo non ci dobbiamo lasciar prendere dalla tristezza, non ci dobbiamo sentire o –angustia vuol dire stretto’- .

Non angustiatevi –dice Paolo. I cristiani dei tempi del suo tempo stavano per subire una persecuzione. Paolo stesso ha subito condanne, è stato in carcere molte volte, alla fine anch’egli come Gesù Cristo, come i 12, è stato martirizzato con il taglio della testa a Roma nella località Tre Fontane che ancora oggi ricorda quel martirio con il suo sepolcro.

C’è da angustiarsi? Guardando i tempi moderni vediamo che la vigna del Signore si è estesa –ricordate la prima lettura? "Ha esteso i suoi rami da per tutto sulla terra" – adesso sta ritirandosi: c’è uno studio preciso che ci dice quanti siamo, basta contarci la domenica intorno alla Mensa Eucaristica, che è il centro della vita della Chiesa, che è la fonte che da bere tutto quello che poi serve per vivere –Cristo Gesù, la preghiera, la comunione.

"In ogni necessità –ci dice Paolo- esponete le vostre preghiere, i vostri ringraziamenti".

Su questi fermiamoci:

Noi preghiamo? Sì. Noi chiediamo? Sì.

Ma preghiamo davvero con tutto il nostro vivere? La nostra vita è veramente una risposta di ringraziamento a Dio?

Per i primi cristiani c’erano delle norme precise sul digiuno:

chi doveva essere battezzato, doveva digiunare il giorno precedente ed anche chi doveva impartire il battesimo era ‘invitat’ –non era un obbligo- a digiunare. In altri periodi dell’anno ed in alcuni giorni della settimana si doveva osservare il digiuno. Ai nostri giorni molto poco è rimasto come obbligo, ma quando io prego, quando chiedo insistentemente qualcosa al Signore digiuno? Cioè prego con il mio corpo?

Pregare vuol dire rivolgersi al Signore e dirgli "Io dono. Tu dona" Non è un contratto, ma un atto d’amore. Quando si vuol bene ad una persona e le si dicono due parole non lo si fa per sentirsene dire altre due. Quando qualcuno fa un dono non lo fa per avere altrettanto –quante volte abbiamo rovinato il senso del dono…-tramutandolo in un ‘pagamento’.

Sono io il dono del Padre ed io cosa gli dono? Soltanto un pezzetto? Gli devo donare tutto. Gesù Cristo per far vedere cosa dona ha dovuto morire – ha completato il suo dono di se stesso Parola facendo vedere alla fine che dona il suo sangue, il suo corpo. Anzi proprio in questo dono ha lasciato a noi la sua eredità –sull’altare c’è un calice che sarà riempito del suo sangue; c’è un piatto che sarà riempito del suo corpo e tutti noi se lo vogliamo andiamo ed accettiamo che sia là in atteggiamento di dono perché noi diciamo "Padre ti doniamo Lui e noi".

Qualche volta sarà pur necessario che noi accompagniamo la nostra preghiera con un dono: non siamo capaci qualche volta a donare anche il digiuno? Ricordatevi che la preghiera intensa è il tutto messo a disposizione di Dio, un’autentica offerta.

Il grande teologo Von Balthassar disse che se noi pensiamo alla luna sappiamo che è fatta di materiale freddo, però se la guardiamo vediamo che riflette tutta la luce del sole. Chi è il nostro sole? Il nostro sole è Gesù Cristo e noi dovremmo essere capaci a riflettere.

E da qui una seconda osservazione: dovremmo riflettere veramente la Parola, l’azione di Gesù, quella che è la missione di Gesù, che tocca a ciascuno di noi.

Noi non possiamo fare tutto quello che Gesù ci ha detto, ma quello che facciamo deve essere fatto ‘come Lui’.

Ci ha detto "Fate come io ho fatto" .

Quando preghiamo diciamo "come in cielo, così in terra – a me- sia fatta la tua volontà" Quando voglio grazie da Lui dico" Dammi il tuo perdono come io son capace a perdonare" Qualcuno ha riferito le parole di Gesù precise e ha detto "Amate" come? Superando il precetto contenuto nel vecchio testamento ‘come ami te stesso’ – per aggiungere che c’è di meglio perché Gesù poi ha detto "come io vi ho amato, amate anche voi" e Lui ha amato donando se stesso.

Tocca a me donare il mio perdono, la mia attenzione, il mio lavoro, il mio esempio: Come? Come ha fatto lui! Senza se e senza ma.

"Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre".

"Siate perfetti come il Padre" E’ troppo? Sii un pezzetto di Dio che vuol dire ‘costruisci la chiesa’ proseguendo l’incarico di Gesù nel tempo, nel tempo che è dato a ciascuno di noi e non da per tutto, soltanto nel posto dove Dio ci ha messo.

Tocca a tutti fare in modo che Gesù sia presente.

Che impegno! Allora se vedo che la Chiesa fa male, se vedo che nella Chiesa c’è troppa organizzazione… "Tu fa quello che ti tocca fare".

Qualche volta i nostri dirigenti ci sembra scrivano o facciano troppo. Fanno troppo perché io faccio troppo poco: loro lo fanno per tutti. A me tocca parlare da qui e lo faccio nel luogo dove sono.

E a te che cosa ti è stato dato da fare?". Fa altrettanto.

San Benedetto il fondatore dell’ordine che in tutta Europa hanno insegnato a recuperare la civiltà che era stata quasi distrutta dai barbari dice nella sua Regola, valida per i suoi monaci ma anche per tutti i cristiani, che se vogliamo costruire veramente dobbiamo essere molto umili (indica 12 scalini dell’umiltà) perché diventando più piccoli e dando meno importanza possibile alla nostra personalità alle nostre qualità e mettendole a disposizione noi possiamo salire verso Dio: quanto più si è piccoli, tanto più si diventa grandi collaboratori di Dio.

La grandezza vera sarà poi vissuta quando saremo nella Casa del Padre.