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7 ottobre 2007
XXVII Domenica del Tempo Ordinario C
Ab 1,2-3;2,2-4 2Tm 1,6-8.13-14 Lc 17,5-10

FEDE E SPERANZA

Nel brano del vangelo si parla del lavoro in un modo che non è certo consono ai nostri giorni, ma sappiamo che Gesù nelle sue parabole si rifaceva all’ambiente in cui viveva perché chi lo ascoltava capisse quello che voleva dire. Compito nostro è quello di riportare il suo insegnamento all’oggi. E Gesù voleva dire che noi siamo i lavoratori di Dio e che se crediamo nella sua completa bontà, nella sua totale provvidenza, non possiamo fare a meno di lui, per cui dobbiamo metterci nelle sue mani.

Gesù ci dice: la vita che conta veramente non è quella che inizia il giorno della vostra nascita e finisce quello della vostra morte; la vita è quella che il Padre vi ha dato e durerà per l’eternità. E’ lui stesso che vive in voi, attraverso la sua buona volontà, attraverso quello che noi chiamiamo la provvidenza, l’amore di Dio, la divinità messa in ciascuno di noi.

Se è così è, viviamo con questa coscienza e indirizziamo le nostre azioni in questo modo; non si tratta di lasciare le cose normali del mondo, ma si tratta di vivere la vita normale alla sua luce, sapendo che la nostra vita non termina con il giorno della nostra chiusura totale del respiro e degli occhi, che la nostra vita di adesso è solo una parte.

Per poter vivere così ci vuole fede.

Aumenta la nostra fede, Signore; fai in modo che noi la possiamo vivere veramente.

Come ogni domenica, leggiamo una frase dei nostri vescovi: Capitolo 4 : "Il primato di Dio nella vita e nell’azione della Chiesa con la fede in Cristo risorto: questo è il nostro impegno di lavoro: il primato di Dio nella vita, come forza di trasformazione dell’uomo"

Vogliamo essere trasformati? Vogliamo trasformare coloro che ci sono vicini? Mettiamo sempre Dio al primo posto. Non è un quadretto messo in alto nel nostro ambiente di vita, non è un’attesa qualunque e non è neanche una dispersione della nostra personalità.

Nell’antichità c’era una religione chiamata platonica (dal filosofo Platone): l’ideale è lui – non veniva chiamato Dio, veniva chiamato l’ideale, o l’idea- in ciascuno di noi c’è una piccola parte di questa idea. Agendo bene, curando bene la bellezza, l’ordine delle nostre idee, l’ammirazione per il mondo, la poesia, la musica, la relazione con gli altri ci si perfeziona fino al momento in cui perdendo le nostre caratteristiche personali ci si disperderà di nuovo nell’ideale, nell’idea.

L’ideale è vivere bene adesso nella sottigliezza, nella gentilezza, nella poesia per potersi poi immergere totalmente perdendo le nostre caratteristiche.

Il cristiano da Gesù è invitato a pensare invece a se stesso, alla propria consistenza, alla propria personalità, non a perdere la propria personalità, non a disperdersi.

C’è una religione più antica ancora di quella di Platone, in oriente che è viva ancora oggi,–buddsimo si chiama- che dice: Se tu, piano piano, gradualmente, perdi tutti i tuoi desideri, rinunzi a tutto quello che sei e non vivi più di quello che è tuo, ma accetti tutto senza desiderare niente, ti disperderai in quello che viene chiamato "il tutto" oppure "il niente", "il nirvana". Se quando morirai ci sarà ancora qualcosa del tuo desiderio, il peso della tua esistenza ti porterà a una nuova esistenza per essere ancora messo alla prova.

Anche in questo caso devi diventare niente di te stesso per immergerti nel tutto come una goccia d’acqua immersa nel fiume, (non è più la goccia, ma l’acqua).

Io invece sono una goccia e Gesù Cristo è venuto a dirci: tu sei un seme pieno di vita e non ti perderai anche quando si svilupperà al massimo la tua esistenza perché Dio in te ti renderà grande, non egoisticamente, ma grande quanto è grande il suo amore che ti riempirà completamente.

Le prime due idee, che sono abbastanza frequenti anche nel nostro mondo di oggi, sono ben rappresentate da una specie di cerchio: tu giri, giri, giri, ma un certo punto ti perderai completamente quando sarai diventato te stesso secondo l’ideale.

Gesù Cristo invece ci dice: noi siamo come una linea retta posata qui da Dio per diventare sempre più divini, sempre più pieni di lui, sempre più simili a lui.

Sembra un sogno quello di rimanere noi stessi, di poter riconoscere gli altri che sono ancora meglio di noi stessi e poter godere per sempre della grandezza di Dio. Gesù ha detto che è amore, che è venuto ad insegnarci ad amare completamente, non a fare dei saggi di generosità, ma ad essere piano piano trasformati in amore che accetta, che dona, che capisce, che si corregge.

Il nostro mondo non ci insegna questo? Sì, ci insegna anche questo e ci ammirerebbe se fossimo veramente capaci a realizzarci così, piano piano. Un seme non si realizza a scatti, ma crescendo pian piano, quando la terra è favorevole, quando l’acqua è abbondante, quando il sole è caldo.

Allora lasciamoci aiutare da Dio, invochiamo Dio che ci doni veramente la sua forza, facciamo in modo di realizzarci.

Il maggiore tra i teologi dei decenni scorsi. U.Von Balthassar dice che "La verità è sinfonica" –è il titolo di un suo breve ma profondo libro- nel quale conclude dicendo che: il fattore speranza è l’ideale della nostra vita. Dobbiamo spaccare i nostri confini, superarli completamente .

Signore insegnaci come si fa a vivere la tua vita. Aumenta la nostra fede.

Capite il brano del vangelo? Se voi diceste con tanta fede a un gelso di andare nel mare, ci andrebbe. E’ una cosa inutile, ma il gelso -ci dice un grande padre della Chiesa, Ambrogio, è ricchissimo di frutto e quindi di nutrimento.

Sant’Agostino dice all’inizio della sua grande opera "Le confessioni": Signore il nostro cuore è inquieto finchè non riposa in te.

Signore, diciamo noi, non è possibile che riusciamo a capire tutto. Aumenta la fede. Sappiamo però che siamo indirizzati verso di te e che abbiamo bisogno in ogni momento di essere illuminati da te. I tuoi principi non sono un codice, ma l’attesa di essere protetti.

Il salmo diceva: non siate come hanno fatto gli ebrei che nel deserto si sono abbandonati a me ma poi quando sono rimasti senz’acqua non hanno aspettato che venisse l’acqua da me, ma si sono ribellati e volevano tornare indietro. Avete mancato, non avete avuto fiducia. Io vi ho dimostrato che vi mando avanti con fiducia.

Il loro ideale era quello di arrivare nella terra promessa attraverso il difficile transito nel deserto. Anche noi dobbiamo arrivare alla terra promessa. In questo caso la virtù che si presenta al primo sguardo è proprio la speranza: noi viviamo di speranza.

La fede, la fiducia in Dio ci dice: aspetta, ma non aspettare il "caso", aspetta la certezza della presenza di Dio , aspetta quello che si chiama la "provvidenza": Dio provvede.

Vi ricordo la tavoletta dell’innamorata che riceve un regalo dal suo innamorato: è brutta la carta che lo avvolge. Lei la strappa, quasi delusa, ma tolta la carta appare una scatoletta d’argento. Dentro contiene una scatoletta d’oro. La apre e dentro c’è un biglietto. Lo svolge e lo legge: "Ti voglio bene" c’è scritto. E questo è il vero regalo, la cosa più importante di tutto.

A volte ci si presenta qualcosa di brutto e di pesante:è la croce. A volte viviamo momenti belli e gioiosi, che sono però destinati a finire presto. Su tutto c’è però una sicurezza: Dio ci vuole bene.

Siamo capaci noi a voler bene a Dio?