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30 settembre 2007
XXVI Domenica del Tempo Ordinario C
Am 6,1a. 4-7 1Tm 6,11-16 Lc 16,19-31

LE QUATTRO MANI DEL PADRE

Gesù, come spesso durante il suo viaggio verso Gerusalemme, si ferma e racconta: ogni tappa un insegnamento.

Questa volta si sta rivolgendo a gente che probabilmente non sapeva niente del regno di Dio che lui aveva già predicato. Lo si deduce dal modo con cui racconta, dai termini e dalle figure che usa che sono prorpi della cultura ebraica fondata sulla Scrittura: Non parla del padre, ma di Abramo e per indicare l’eternità parla del ‘seno di Abramo’. Usa il termine ‘inferi’, secondo il pensare tipico degli ebrei. Ma c’è un particolare importante : il ricco è un uomo; il povero è nominato - si chiama Lazzaro – ha un nome. Gesù verso quell’uomo ha un’attenzione particolare; del ricco dice che ‘mangia, beve, fa festa’. Del povero dice che neanche riusciva a scacciare i cani che gli leccavano le piaghe. E lui bramava di nutrirsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco, ma non cadeva niente per lui da quella mensa!

E’ terribile. Gesù ci rappresenta la scena proprio perché ci possa impressionare.

Praticamente il povero non sa che c’è il ricco, o se lo sa non assaggia niente del ricco: c’è una separazione totale, è un mondo diverso.

Per indicare quelli veramente poveri del mondo noi usiamo parlare del ‘terzo mondo’, un altro mondo –il primo mondo siamo noi, il secondo sono quelli che stanno sui nostri marciapiedi a chiedere l’elemosina, il terzo è quello lontano, aldilà della nostra mentalità.

In questi anni si parla molto di globalizzazione, il merito purtroppo non è della carità, è della tecnica che ci ha insegnato a fotografare e a vedere. Noi la usiamo piuttosto male: cosa stiamo vedendo adesso? Gente che prega per la strada e gente che scappa, gente che scappa e gente che rincorre, scarpe che restano per terra.. avete visto le ciabatte? Forse vedendo tanto i piccoli particolari sfuggono, ma come Gesù racconta delle piaghe di quel povero, io sono impressionato dalle ciabatte di quelli che scappano. Il mondo sta facendo grandi riunioni, tra poco deciderà –speriamo di no- di andare là a sparare, perché generalmente si prendono queste decisioni; i poveri si aiutano così, ammazzando metà poveri e metà ricchi, ma ammazzando. Terribile.

Non sono queste le armi che devono servire per combattere. Il Signore ci dice di usare altre armi.

Nelle domeniche scorse vi ho già parlato di Dio Padre che ha due mani –una mano si chiama Gesù Cristo, l’altra si chiama Spirito Santo. Io dico che ce ne sono quattro di mani: una mano siamo noi che dobbiamo, spinti dallo Spirito Santo, metterci finalmente a lavorare secondo quello che vuole Dio e un’altra mano è il povero che tende verso di noi la mano a cercare la nostra. Ecco quando io con la mia mano vado verso la mano tesa del povero allora il sistema del vangelo è a posto. Ma, attenti è a posto non perché io do qualche cosa, non perché il povero allunga la mano, ma perché c’è la mano di Dio o ci sono le mani di Dio che vengono nel mio cuore e mi lavorano.

Quando Maria si è mossa per andare da Elisabetta, è andata per aiutare una donna che, nonostante l’età avanzata stava diventando mamma, e lo ha fatto portando Gesù nel cuore: l’evangelista Luca racconta che quando le due donne si sono incontrate, Gesù e Giovanni, nel seno delle due donne hanno ‘esultato’ ed Elisabbetta, prima ancora di dire ‘grazie’ per l’aiuto che maria le stava portando, ha detto ‘Beata te che hai creduto’ e Maria, prima di chiedere ad Elisabetta ‘come stava’ ha ringraziato il Signore :‘L’anima mia magnifica il Signore’.

Capite il mistero della fede di cui vivono queste due donne? Il loro amore, la loro carità reciproca, il loro aiutarsi è basato soprattutto sulla fede.

Ecco perché le mani del Padre sono Gesù che ci ha insegnato, lo Spirito Santo che ci spinge, ma le mani complete poi siamo noi che dobbiamo fare quello che ci viene raccontato e un’altra mano è quello del povero.

"Beati i poveri" dice Gesù, "Beati" l’abbiamo cantato nel salmo, perché sono beati anche loro perché sanno dire: io vivo con poco; tu dammi una mano; ma anche tu accontentati di poco; fa qualche sacrificio. Ma non si tratta soltanto di un problema di ‘soldi’ , impariamo piuttosto ad andare incontro alle persone.

La gente ha bisogno di essere incontrata, ha bisogno di incontrare.

Prendendo il solito documento dei vescovi, trovo alla fine del capitolo 18 che: la carità si articola in diverse forme e mantiene uno stretto legame con la evangelizzazione. La carità, che è il modo di amare, è legata al vangelo proclamato, costituisce non solo una risposta ai bisogni delle persone, della loro integralità, ma anche il segno della progressiva assimilazione della nostra vita all’amore di Cristo.

Parole difficile da capire se lette così, ma stanno a significare che la nostra carità deve essere piena di Gesù Cristo.

Che cosa devo fare? Ce lo dicono i Padri della Chiesa –ho riempito diverse pagine di frasi dei Padri della Chiesa che parlano della carità . Ve ne leggo solo 4:

Clemente Alessandrino nel ‘Pedagogo’ dice: Ricchezza è come una serpe che se non la si sa prendere per la coda si avvinghia e morde. Si avvinghia alla tua mano, su se stessa. Ci vuole un bastone che è la tua fede.

Cipriano, vescovo di Cartagine morto martire: Chi prepara spettacoli per personaggi, chi va agli spettacoli per godere, quanto più è grande il personaggio spende (si spende per fare spettacolo, si spende per andare allo spettacolo). Tu cristiano ti prepari per presentare te stesso al cospetto dello stesso grande Iddio. Questo deve essere lo spettacolo, preparati, spendi! Spendi per preaparti allo spettacolo del Signore che ti giudicherà insieme a tutti gli altri.

San Basilio, il grande vescovo di Cesarea: Gli avari bevono l’acqua dei pozzi putridi perché non vengono mai usati. I generosi invece sono quelli che bevono l’acqua della sorgente . La ricchezza accumulata, tenuta lì, è roba marcia, (non marcisce la ricchezza, marcisci tu, dentro la ricchezza).

Giovanni Crisostomo di cui ha parlato mercoledì il papa nella sua catechesi, dice: Non vi proibisco di dare doni alla Chiesa. Nessuno è mai stato condannato perché non ha fatto doni alla Chiesa, ma sarete condannati se non fate doni ai poveri. Gesù Cristo, se non lo vestite con l’oro e con le tovaglie, non soffre, ma soffre alla porta se non gli date il vestito. Gesù Cristo non si sfama nei patti dorati che voi mettete sull’altare, ma chi ha la mano vuota ha bisogno che voi la riempiate con un piatto pieno.

Qualcuno dei grandi Padri della Chiesa ha venduto i calici per metterne uno soltanto per pagare dopo una grande battaglia dove moltissimi erano stati fatti prigionieri il riscatto dai barbari che li avevano fatti schiavi. Tutte le chiese di Milano, siamo negli anni 390 circa, con S.Ambrogio hanno dovuto dare al vescovo i loro calici che sono stati poi fusi per potere comperare schiavi cristiani e liberarli.

Bisogna saper usare le nostre ricchezze. Le parole che dicevano gli antichi bisogna tradurle in parole nostre, ma bisogna essere capaci.

Ebbene, io non dico che cosa dovete fare, siamo noi che dobbiamo capirlo. La mano dello Spirito Santo deve lavorarci dentro, infastidirci un po’, ma abbiamo veramente bisogno. Domenica prossima faremo la raccolta per Kikolo, può darsi che queste omelie possano servire per domenica.

Il Signore ci lavori dentro. E ci aiuti a capirlo.