PRECEDENTE  LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI  SEGUENTE

23 settembre 2007
XXV Domenica del Tempo Ordinario C
Am 8,4-7 1Tm 2,1-8 Lc 16,1-13

CAPACITÀ DI RELAZIONE

La parabola, isolata dal contesto, può apparire strana con il suo invito ad essere scaltri e furbi, ma esaminata nel suo complesso contiene l’invito ad agire secondo i propri principi e quindi di darsi grandi principi: se crediamo in Dio, operiamo secondo Dio; se crediamo che Dio è e noi siamo incamminati verso di lui, facciamo in modo di camminare veramente verso di lui; se Dio ci ha dato le creature perché le usassimo, usiamole pure ma senza farci dominare da esse. Colui che pensa a sé ed è disonesto con il proprio padrone, colui che pensa a sé a danno del datore di lavoro e poi peggio ancora a danno della coscienza di coloro che sono debitori, non agisce secondo i principi di Dio ma secondo i propri. "A chi volete servire?" -ci dice il Signore- "a Dio o a voi stessi?" Agire disonestamente, secondo il proprio comodo significa mettere noi stessi al centro – questo si chiama egoismo- agire secondo i principi di Dio ci porta ad avere delle buone relazioni.

Io vorrei insistere su questo modo di pensare: è importante avere delle buone relazioni. Ci è stato suggerito da Paolo: buone relazioni con Dio e buone relazioni con gli altri. Nella parabola ci si dice: agite bene affinché gli amici che vi fate adesso possano servirvi anche nell’aldilà; addirittura, siccome si è parlato di denaro, agite bene perché anche con il vostro danaro possiate nell’aldilà essere aiutati, essere accompagnati.

Io penso che il dono dell’amicizia sia tra i doni più belli del Signore. Il tentativo dovrebbe essere quello di essere amici di tutti; non è possibile, ci sono delle gradazioni, però tutti dovrebbero essere trattati come possibili amici. Nel lungo discorso della cena, alla conclusione della sua vita, Gesù ha detto: "Voi siete mie amici. Io vi ho trattato da amici perchè le cose che il Padre mi ha rivelato, io ve le ho rivelate."

Riflettiamo sul mondo d’oggi: tutto serve per ‘apparire’. Anche stamani per radio ho sentito che il presidente della Repubblica ha invitato gli uomini politici ad apparire meno alla televisione per dedicarsi maggiormente al servizio per cui sono stati eletti.

Non voglio parlare degli altri, parliamo di noi stessi. Io spesso vi dico che nella Chiesa, cioè nella comunità, ognuno di noi dovrebbe avere il suo posto. Certi posti sono con ‘etichetta’ –il mio per esempio in questo momento, in quanto sono chiamato ad essere il pastore della gente che mi sta ad ascoltare- ma ve ne sono altri piccoli o grandi (anche quello della pulizia della chiesa o del lettore nell’ambito della messa sono posti con ‘etichetta’), ognuno deve trovare il suo.Qualcuno dice: "Cosa posso fare? io non so fare niente. Dico il rosario, può servire?" Eccome! Rispondo io "Stai pregando per tutti –ce lo diceva Paolo-" Con il rosario si invoca continuamente la Madonna, per duecento volte di seguito, pensando al vangelo, pensando a Gesù che è venuto e ha chiesto a Maria di aprirgli la porta per potere entrare nel mondo da uomo, pensando a Gesù che sta predicando, che manda lo Spirito perché nella Chiesa ci possa essere sempre la sua assistenza."Con il rosario reciti parole del vangelo e lo fai a vantaggio della popolazione cristiana nella quale tu vivi: questo è un servizio".

Oggi c’è una grande arroganza nell’apparire, oggi c’è un’assenza della cultura del bene comune. Il mio bene è mio, i miei beni sono i miei, cosa c’entri tu? E non si pensa che i beni che noi abbiamo li abbiamo per amministrarli, ma sono i beni che Dio mette a disposizione di tutti. Ognuno deve avere la propria parte, ed usarli: possono essere i soldi, l’intelligenza, il buon esempio. Ci dovrebbe essere una danza etica, una danza che fa vedere al mondo che tutti siamo impegnati. Io lo chiamo volontariato: con i vicini di casa, con le persone che incontri che sono più deboli, e poi il volontariato vero e proprio che consiste nel mettere parte del proprio tempo libero a servizio di chi ne ha bisogno.

E’ necessario un codice morale, non scritto, ma stampato nel cuore. Il Signore aveva già detto nell’antico testamento: "Vi cambierò il cuore, da cuore di pietra lo farò diventare un cuore di carne, un cuore vivo, palpitante". Mi pare che sia questo quello che il Signore veramente vuole da noi.

Un autore dei primi anni del dopoguerra di tendenza marxista Garaudy scrive "Il progetto speranza": è il titolo di un libro piccolo ma fondamentale. Senza il principio di Dio, dice che l’uomo vive di speranza e per potere coltivare la sua speranza deve potere essere in relazione con gli altri dando e ricevendo sicurezza. Dice che la capacità di essere in relazione l’ha inventata il cristianesimo – io non lo so se è vero, però so che questo concetto è presente fin dai primi Padri della Chiesa: ad esempio Gregorio Nazianseno dice che la relazione è tutto quello che noi possiamo avere da Dio. Se Dio non avesse un Figlio non sarebbe Padre e noi invece lo chiamiamo Padre nostro che sei nei cieli. Se il Verbo eterno non avesse un Padre non potrebbe insegnare a noi la paternità di Dio. Se il Padre e il Figlio eterni -che sono lo stesso Dio- non si amassero reciprocamente non ci sarebbe la capacità loro di amarsi, di guardarsi, di interpretarsi e allora noi non conosceremmo lo Spirito di relazione – schesis- e allora noi non possiamo fare altro, se vogliamo imitare Dio, che metterci in relazione.

L’imitazione di Dio è essere capaci di avere amici. L’imitazione di Dio è essere capaci a stare vicino agli altri. L’imitazione di Dio è la capacità di essere aperti, di attendere altri che a te chiedono qualcosa e aperti agli altri chiedendo loro qualcos’altro.

Vado nei musei di archeologia a guardare un pochino le cose antiche. Mi restano sempre negli occhi quegli scheletri che nel museo di Pegli o nel museo più ricco di Finale mi fanno vedere come la gente di 50 mila o di 8 mila anni fa usava amare i propri morti. Pensate che 50 mila anni fa li seppellivano coricati. A Pegli ci sono i resti di un bambino con sul cranio i resti di una cuffia che gli scendeva sulle spalle. Si intuisce che doveva essere una cuffia fatta con le pelli di scoiattoli perché sono rimasti tanti piccoli ossicini, le vertebre delle code. Guardando penso all’amore dei genitori, a quanto attenzione, a che manifestazione ricca di affetto nei confronti di quel bimbo e di chissà quanti altri bimbi di cui non sono arrivati fino a noi i resti. Un’altra caratteristica di queste sepolture è questa: prima mettevano i morti coricati, poi, quando si è cominciato a coltivare la terra, per cui la terra ha acquistato un’importanza fondamentale per la sopravvivenza si è cambiato il modo di sepoltura: non più sdraiati, ma rannicchiati come nel grembo materno, a rappresentare un il grembo della madre terra. E’ un segno di attesa della risurrezione? Non lo so, forse è esagerato. Che noi risorgeremo ce l’ha detto con certezza Gesù Cristo, gli egiziani aspettavano coltivando la devozione verso Iside ed Osiride una risurrezione, come testimoniato dalle loro tombe. Comunque, il fatto di mettere i loro defunti a dormire perché possano rinascere o perché come sono usciti dal seno della madre ora possano rientrare nel seno di una madre molto più grande, molto più capace, direi molto più generosa, mi parla di capacità di relazione.

Il grande teologo U.H. von Balthasar mi dice che quello che è veramente importante è che il tu di Dio possa diventare anche il tu umano. Dio mi dà del tu e mi viene incontro ed io devo essere capace a dare del tu a Dio, ma devo essere capace a dare del tu agli altri. Devo essere disponibile a farmi dare del tu dagli altri.

"Tu, voi, lei", non ha importanza la forma grammaticale, l’importante è essere capaci di comunicare, allora al centro non mettiamo più noi stessi singoli, ma l’umanità e come scopo di vita dell’umanità ci mettiamo colui che l’umanità prima ha creato, e poi ha voluto salvare indicando una strada di speranza, di sicurezza.

I nostri vescovi nel documento di cui ogni domenica leggo una frase scrivono: "all’annuncio evangelico si accompagna sempre l’opera dei credenti impegnati ad adattare i percorsi educativi e a potenziare la cooperazione e la solidarietà".

Se vogliamo educare, dobbiamo educare alla solidarietà, se vogliamo dare buon esempio dobbiamo essere capaci a far vedere che siamo in atteggiamento di comunione con gli altri.

La Chiesa è la riunione in comunione con Dio di tutti coloro che credono in lui.

Che il Signore ci aiuti ad essere in autentica e completa comunione tra noi.