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9 settembre 2007
XXIII DOMENICA T. O. C
Sap 9,13-18 Fm 1,9-10.12-17 Lc 14,25-33

VUOI ESSERE MIO DISCEPOLO?

Il brano di Vangelo di oggi inizia mostrandoci Gesù che, seguito da molte persone, è in viaggio lungo quella strada che dalla Galilea lo sta portando in Giudea sino a Gerusalemme. "Molta gente andava con Lui. Gesù si voltò". Ad un tratto si ferma perché vuole insegnare a quelli che lo seguono ad essere veramente suoi seguaci. – Voi mi seguite, ma siete davvero capaci a seguirmi come discepoli?

Le condizioni che egli pone sembrano troppo dure, troppo difficili. Bisogna fare qualche precisazione sul significato di alcune parole, per capire meglio ciò che Gesù vuol dire.

- Se volete essere miei discepoli, prendete la vostra CROCE e seguitemi – dice Gesù. Sembra strano che Gesù parli già di "croce". La croce verrà dopo, per lui. Ora sta soltanto andando verso la croce. Ma era noto il fatto che normalmente gli ebrei, se condannati dai romani, erano condannati alla morte di croce. Quando il Vangelo è stato scritto, quindici anni e più dopo la morte di Gesù, gli apostoli hanno riferito le parole di Gesù usando quei termini che meglio potevano servire per far capire. Se Gesù ha voluto parlare di "difficoltà", colui che ha scritto ha usato il termine forte, ha scritto "croce".

Oggi non si tratta di portare una croce di legno, e neppure, tante volte, di soffrire: Gesù vuole che il suo discepolo lo segua in maniera totale, con tutto se stesso.

- Ci sono altri due termini che vanno chiariti, perché sono termini della lingua ebraica e gli evangelisti le hanno tradotte come suonavano, senza usare quelle parole che potevano servire per determinarne il reale significato.

"Se uno viene dietro a me e non ODIA suo padre, sua madre… non è mio discepolo" dice Gesù. Ma odiare il padre e la madre è esattamente il contrario del comandamento che dice di amare il padre e la madre...

Il fatto è che la lingua ebraica è una lingua povera e certe parole vengono espresse in modo sempre forte. ODIARE vuol dire volere il male, desiderare il male, ma vuol dire anche "NON PREFERIRE", "mettere qualcun altro prima". Quel qualcun altro che va messo prima di tutti gli altri affetti, anche quelli naturali, non è una persona qualunque, è Gesù Cristo stesso.

L’amore che portiamo ai nostri genitori e ai membri della nostra famiglia, scelti o trovati, deve essere una parte dell’Amore che portiamo a Dio. Solo così possiamo essere veri discepoli.

Alla fine di questo brano di Vangelo c’è un altro termine che va spiegato: "…chi di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo" dice Gesù. Rinunciare a tutto contrasta con il concetto che i doni di Dio vanno usati e accettati. La parola ebraica sembra drastica, ma qui "rinunziare" ha significato più ampio.

Rinunziare significa mettere le cose che hai, sotto lo sguardo di Dio. Usa le cose che il Signore ti ha concesso di avere: sono occasioni che Dio ha messo nelle tue mani. Usale, ma usale secondo quello che Dio ti propone.

Rinunziare significa anche essere disposti a lasciare, quando Dio lo chiede. Tutto, anche la propria vita. Pensiamo ai tanti martiri, veri discepoli di Cristo, che hanno preferito e preferiscono lasciare la vita, in nome di Gesù…

Come è possibile questo?

Inoltriamoci un po’ nella comprensione di ciò che il Signore ci chiede: portare la propria croce; amare lui al di sopra di tutti gli altri amori; scegliere Gesù Cristo come colui che ci guida, che è la nostra strada…

I primi discepoli venivano chiamati "seguaci": coloro che seguivano la "via", cioè Gesù Cristo stesso. Egli non ha dettato comandamenti, ha indicato se stesso. – Seguitemi, venite con me. Ha detto anche: - Io sono in voi e , in voi, io porto veramente avanti la vostra vita. Seguitemi.

Gesù Cristo è l’immagine completa di Dio e noi pian piano, seguendo lui, abitati da lui, dobbiamo acquistare la capacità di imitarlo, crescendo sempre più nella somiglianza con Dio.

Uno dei grandi padri dei primi tempi della Chiesa, S. Gregorio Nisseno – è citato nelle letture della Liturgia delle Ore – dice che la perfezione del cristiano consiste nel considerare Gesù Cristo come la fonte di tutto il bene che noi riusciamo ad avere. Una fonte si dirama in diversi ruscelli e noi dalla fonte o dai ruscelli possiamo avere la nostra piccola brocca di quell’acqua che il Signore mette a nostra disposizione per avere la sua somiglianza.

"Chi attinge e deriva da lui – dice Gregorio Nisseno – come da una sorgente pura e incorrotta, i sentimenti e gli affetti del suo cuore, presenterà con il suo principio e la sua origine tale somiglianza quale può aver con la sua sorgente l’acqua che scorre nel ruscello o brilla nell’anfora".

Allora il nostro pensiero dovrebbe essere sempre confrontato con il pensiero di Dio. I nostri sentimenti (entusiasmo, tristezza, volontà di aderire a lui) dovrebbero avere sempre l’impronta della sensibilità che Dio stesso ci mette in cuore. Così ad un certo punto, il nostro lavoro, le nostre decisioni, i nostri atti di volontà dovrebbero arrivare ad avere questa coscienza: E’ Dio che lo vuole, è Gesù che mi guida.

Pensate a Madre Teresa di Calcutta, ora beatificata. Tutti la ricordano sempre al servizio dei più poveri, dei più abbandonati. Quando era in vita spesso veniva presentato il suo operato, il suo esempio. E’ una di quelle persone che hanno deciso di mettere totalmente la loro vita al servizio del Signore negli altri, pensando come lui avrebbe pensato, facendo le cose pratiche che lui avrebbe fatto.

Chi vedeva Madre Teresa china e sorridente sui moribondi della strada, poteva pensare che lei fosse costantemente trascinata dall’entusiasmo. Invece da lettere scritte al suo confessore e da pagine di diario che ha lasciato, oggi si viene a sapere che, nel corso della sua lunga vita, forse solo per due anni Dio l’ha gratificata ed entusiasmata. Sembra invece che tutta la sua vita di fatica e di lavoro si sia svolta nell’aridità, ma sapendo che stava compiendo il proprio dovere; sapendo che anche se Dio si manifestava a lei solo nei poveri, stava facendo ciò che Dio voleva da lei.

Ci vuole la capacità di servizio.

Anche oggi prendo in mano la lettera dei vescovi, di cui ogni settimana vi presento qualche riga. Al n°26 i vescovi ci invitano ad "accelerare l’ora dei laici". Sono i laici che devono diffondere nel mondo la Parola di Dio. Dicono i vescovi: "diventa essenziale accelerare questa ora, rilanciando l’impegno ecclesiale e secolare perché nel contesto della vita quotidiana dobbiamo inserire la Parola del Cristo".

Non è facile, ma l’esperienza della vita quotidiana deve far trovare parole che diano fiducia e speranza, deve saper dare, anche con il silenzio della vita vissuta, esempi di forza e sicurezza.

Il filosofo moderno Bergson aveva una espressione che ripeteva frequentemente: "l’élan vitale", cioè lo slancio, il respiro che dà vita e che il cristiano deve avere sempre in sé. A volte lo si sente, a volte no, ma il cristiano deve sempre andare avanti con lo "slancio di vita".

Hai l’entusiasmo? Va’ avanti con l’entusiasmo. Non ce l’hai? Segui Cristo, mettiti dietro a lui, ma continua a camminare. Se sei davvero un cristiano, devi essere capace ogni giorno di dire: Con il mio segno di croce, Signore, voglio imitare te. Dammi la possibilità di gioire nel sentirmi vicino a te.