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 8 agosto 2004  
XIX Domenica T.O
. C
 
Sap 18,3.6-9  Eb 11,1-2.8-19  Lc 12,32-48

 IL  PERCHE’  DELL’ITINERARIO DI SERVIZO

            Tutti e tre i passi della Sacra Scrittura ci parlano di un fine: Il popolo iniziato dal suo fondatore; il regno di Dio iniziato con chiarezza da Gesù che andrà per poi tornare: quando il padrone di casa tornerà dalle nozze ci sarà l’incontro con tutti i suoi servi ed egli stesso si farà servo[1].  Le nozze saranno complete solo quando sarà raggiunta l’ultima persona che fa parte della Chiesa. Paolo lo diceva: “Sono lieto di completare con le mie azioni, ed anche con le mie pene, ciò che manca ancora all’azione di redenzione di Gesù Cristo”. Gesù ha vissuto nel tempo per soli trenta anni e poi se ne è andato, ma la fondazione del regno è sempre in atto, per cui le nozze del Cristo che vuole unirsi con la Chiesa sua sposa continuano, dal momento della sua passione, morte e resurrezione fino alla fine del mondo. Soltanto quando tutti saremo là, l’unione con la Chiesa, l’unione con l’umanità che fa parte di questa Chiesa sarà completa, definitiva,  celebrata: per il momento al Cristo manca ancora la nostra partecipazione.

Come si fa a partecipare? Con il servizio.

Gesù stesso ha iniziato il servizio: servizio al Padre, al prossimo e a se stesso: ha pregato, ha pianto, ha riso, si è messo a disposizione degli altri, si è, per certi versi, perfezionato, ma soprattutto ha dato gloria al Padre.

Questo è l’itinerario di servizio al quale siamo chiamati tutti noi. L’itinerario lo sappiamo, ma è il perché di tutto questo che cerchiamo di non vedere, anche se è proprio lo scopo per cui dobbiamo operare. E’ un discorso già fatto molte volte: qualsiasi azione, anche la migliore che noi facciamo, se non l’abbiamo unita a Cristo, o singolarmente, o attraverso un affidamento completo di tutto il nostro operare, finisce al tramonto di ogni giorno. Soltanto ciò che avrò messo nelle mani Dio sentendomi suo strumento sarà spedito nell’eternità: io me ne potrò anche dimenticare, ma in me è cresciuta la partecipazione a quello che Paolo chiama il ‘corpo di Cristo’ o a quello che Giovanni chiama ‘la carità’ l’amore di Dio, o a quello che Gesù stesso chiamo ‘la linfa vitale’ che ci fa partecipare a quella vite a cui noi come tralci portiamo frutto. Le immagini sono diverse, ma la realtà è sempre quella: vita di Dio in noi, vita che non sempre percepiamo, che a volte ci fa entusiasmare, ma che sempre crediamo: “Per fede - diceva il brano della Sapienza - Abramo ha lavorato” e chissà quanto avrà sofferto, quando si è sentito impegnato, secondo la tradizione, a offrire suo figlio: il primogenito veniva posto sotto le mura della nuova città e lui, fondatore di un popolo, doveva sacrificare suo figlio. “No, Abramo fermati!” dice la mano di Dio, che gli fa trovare un’altra offerta. Abramo era convinto di dover raggiungere il suo scopo, ed anche noi lo siamo, soltanto che quando pensiamo al momento in cui lo raggiungeremo, ci rattristiamo, perché siamo pieni di contraddizioni.  

Un apologo ci può aiutare: Era appena morta la moglie, quando l’uomo si mette a cercare in fondo ai cassetti dell’armadio quella cosa bella, comprata subito dopo le nozze: “Sarebbe servita per un momento speciale” – si era detto quando insieme si era comprata: era un bellissimo foulard! Adesso è arrivata quell’occasione speciale: servirà per coprire le spalle della moglie, composta nella camera mortuaria dell’ospedale. La grande circostanza della vita è arrivata! Ha ornato un momento triste, ma ugualmente importante.

Certamente era un uomo di fede! Noi, invece, vediamo quel momento importante sempre con tristezza, perché pensiamo alle persone e alle abitudine che dovremo lasciare, per cui cerchiamo sempre di ‘distrarre’ la nostra attenzione.

A questo proposito, mi piace leggere un brano di  Luciano De Crescenzo, che non cito certo come insegnamento cristiano, ma che mi pare abbastanza chiaro. E’ il professor Bellavista[2] che parla e che risponde alla domanda dell’amico su che cosa è la distrazione: “Secondo te, perché mia e tua moglie giocano tutti i pomeriggi a bridge? Per distrarsi. Perché tuo genero va a vedere le partite di calcio? Per distrarsi. Perché un politico si dà alla vita politica? Per distrarsi. Perché tanti italiani alla sera si mettono davanti alla Tv e restano immobili finchè il sonno non se ne impossessa? Sempre per distrarsi. Le carte, lo sport, il cruciverba, la musica e tutte le loro varianti sono sempre tentativi per distrarsi, altrimenti si pensa alla vita che va avanti e poi finisce.”

 

Ma finisce questa vita - e il Bellavista di De Crescenzo non dice - finisce questa vita fatta di passaggi, di momenti, ma comincia l’altra vita: è come una porta nell’ombra che quando si apre dà tutta la luce; è una luce che non vedo, ma che posso immaginare, che forse qualche volta in preghiera può venire davanti agli occhi, è la luce di Dio, è la vera partecipazione alla famiglia alla quale io già appartengo, ma della quale io avvertirò sensibilmente la presenza solo quando Dio mi chiamerà.

Ecco l’incontro.

La parabola di Gesù parla del padrone di casa che viene incontro e fa capire che sei uno di casa se sei al servizio, se ci stai pensando, se stai andando avanti per migliorarti, per servire gli altri, per lodare Dio. Se Gesù ti trova così, fa come ha cominciato a fare nel momento della sua pasqua,  continua il suo servizio:  allora sei veramente fratello di Cristo, allora sei in Cristo figlio dello stesso Padre.

S. Cipriano, vescovo di Cartagine, aveva esortato i suoi al martirio, durante la  persecuzione di Decio. Nel 250, finita la persecuzione, comincia una terribile peste. I cristiani sono spaventati perché temono di morire tutti. Cipriano li incoraggia, ricordando loro come durante la persecuzione erano entusiasti del martiro, per cui anche adesso non dovevano temere la morte, che sicuramente coglierà tutti[3], ma affrontarla sempre con entusiasmo. Per incoraggiarli, alla conclusione del suo piccolo trattato “De mortalitate” sulla morte e sulla peste farà questo esempio: se al termine di un viaggio durante il quale avete fatto tante conquiste e avete conosciuto tanti amici decidete di tornare a casa, certamente vi assalirà la tristezza al pensiero che non vedrete mai più quelle persone, ma se invece pensate che al ritorno a casa ritroverete i vostri parenti, le vostre cose e i vostri vecchi amici, certo non vedrete l’ora di imbarcavi e sperate che la naei vi porti a vele spiegate al più presto a casa e che il viaggio sia facile e veloce.

 

Il nostro arrivare alla fine della vita deve essere la gioia di aver concluso il viaggio. Dobbiamo preparaci a questo momento, probabilmente lo vedremo anche con tristezza, ma soprattutto lo dobbiamo vedere come il momento in cui la gioia sarà piena.

Cerchiamo di pensarlo così, mettiamoci tutto il nostro impegno, consapevoli sempre che il Signore ci dice che noi siamo incaricati di servire per potere costruire il suo corpo.

Pietro chiede: “E’ fatto per noi o anche per tutti?” E’ fatto per te che hai capito, ma è fatto anche per altri se tu riesci a spiegarlo agli altri. Tutti siamo impegnati a costruire il corpo di Cristo: con la propria attività, convincendo altri a fare altrettanto.

Alla fine potremo dire: “Signore sono arrivato. Sei contento?”



[1] Evidentemente la parabola tiene conto dell’eternità, dove non c’è né un prima, né un dopo, perché l’ atto di  ‘farsi servo’ Gesù l’ha già compiuto.
[2] Il professor Bellavista è  la figura che de Crescenzo usa di solito quando vuole presentare se stesso.
[3] Cipriano non morirà di peste, ma sarà martirizzato durante la seconda persecuzione che inizierà due anni dopo