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28 gennaio 2007
IV Domenica T. O. C
Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

NON TEMERE LA DIFFICOLTÀ

Due momenti importanti da sottolineare in questo brano di vangelo –importanti perché sono parte della vita di Gesù, ma anche parte della vita di ciascuno di noi che dal Cristo prendiamo il nome di ‘cristiani’-

E’, questo elemento della ‘difficoltà’ , tipico dell’evangelista Luca che vi mette l’accento fin dalla nascita di Gesù – la povertà della grotta- e dall’adolescenza –a 12 anni tra i dottori del tempio, fino all’inizio della predicazione, in casa sua, a Nazareth dove è vissuto per 30 anni e proprio qui non è capito.

È ammirato, ma è sfidato –" I prodigi che hai fatto a Cafarnao e nei piccoli villaggi qui attorno, adesso falli anche qui, a casa tua! " –

Ma Gesù si rifiuta, perché la sua missione non è quella di fare miracoli, ma di parlare del Padre e di ottenere che la gente accetti la sua parola. Quando fa dei miracoli lo fa sempre per dare una parola con i fatti: e la ‘parola dei fatti’ non è ricevere ammirazione, essere il liberatore: Libera dalla malattia – ma solo qualche ammalato – rende la vista ai ciechi – ma solo a qualcuno – E’ venuto non per essere ‘ il guaritore’, ma per parlare della salvezza eterna e dell’amore che Dio porta a ciascuno .

Dell’ammirazione e della lode per i prodigi non sa che farsene!

Così li sfida a pensare alle cose passate, ai profeti : quando un profeta predicava agli estranei faceva un miracolo, ma il miracolo non era per i suoi che già conoscevano la Scrittura, che erano in condizione di comprendere la sua predicazione, altrimenti il miracolo poteva essere scambiato per un ‘premio’ – "Credi?" Bene, allora ti premio!" oppure: "Credo, così ottengo il premio!"- Ma il premio non è quello ‘temporale’ che ci potremmo aspettare da un prodigio, bensì è la soddisfazione interiore del sapersi amati da Dio, l’impegno interno ed anche esterno di amare come ama lui, anche se non potremmo mai riuscirci completamente.

L’impegno degli evangelisti è proprio questo: narrare le cose fatte da Gesù e spiegarcele.

Eusebio, vescovo di Cesarea ai tempi di Costantino, ha scritto la prima storia della Chiesa e racconta che i primi tre evangelisti – Matteo. Marco, Luca – hanno raccontato i fatti di Gesù, l’uno copiando dall’altro ed aggiungendo qualcosa di proprio. Poi ci sono state le ‘lettere’, soprattutto quelle numerose di Paolo.

Verso la fine del primo secolo dopo Cristo, uno dei testimoni – Giovanni - il più giovane, pensa di completare quello che gli altri aveva descritto e compone il quarto vangelo: descrive pochissimi gesti di Gesù, ma li spiega e riferisce i lunghi discorsi di Gesù, che sono molto importanti, perché Gesù è venuto per essere parola, per spiegare, per convincere, non per essere ammirato: Attira parlando dell’amore di Dio, invitando a credere in lui, ad aderire alla sua attività.

E comincia nella difficoltà.

Vuole formare una famiglia –la famiglia del Padre.

Quanto è vicino a noi tutto questo: quante difficoltà incontriamo! Ma sono proprio le difficoltà che formano, che fanno sì che l’amore diventi qualcosa di concreto; è nelle difficoltà che emergono i difetti così che li possiamo correggere; è nelle difficoltà che si impara a donare; è nelle difficoltà che comprendiamo che l’amore è servizio, che amare vuol dire sperare, vuol dire impegno.

Una piccola parabola tolta dalle storie degli ebrei racconta che quando Dio ha creato Adamo lo ha fatto luminoso, splendente: guardando Adamo, Dio vedeva la sua stessa luce, la sua stessa bontà, la sua stessa capacità di capire e di amare e con Adamo che si faceva specchio illuminava tutte le creature che Dio prima di Adamo aveva creato. Ma il maligno rompe la luce di Adamo e manda lo specchio che si chiama Adamo in frantumi. "Dio ha fallito", sembra di poter dire, "ha fallito perchè ha creato un uomo perché rispecchiasse la sua luce, ma quest’uomo si è comportato male" –un altro modo per spiegare il peccato originale dell’uomo- .

Però Dio ha cambiato le cose: invece di creare esseri umani che riflettessero tutto di Dio ha creato esseri umani che riflettessero un pochino di Dio e tutti i pezzetti dello specchio andato in frantumi li ha messi nella coscienza di ogni persona umana.

Ognuno di noi è capace di poco, in ognuno di noi si trova qualcosa di rotto, ma non è un rottame, non è altro che una piccola parte della chiamata data da Dio.

Ognuno di noi deve fare qualche cosa, non siamo capaci a fare tutto, nessuno di noi è completo.

Ognuno di noi esperimenta le difficoltà nel voler bene, nell’impegnarsi, nell’essere a disposizione di Dio, però Dio con le sue parole ci aiuta.

C’è una differenza tra l’udire e l’ascoltare.

Udire la parola di Dio vuol dire lasciar corre, lo so, magari la conosco a memoria , ma intanto non l’afferro, non la faccio entrare nel cuore.

Ebbene Dio invece ti dice: ascolta. Quel poco che riesci ad afferrare, realizzalo, fallo vedere al mondo d’oggi che io ci sono e che sono in te.

C’è una differenza tra il vedere e l’osservare.

Adesso io vi vedo tutti ma non posso osservarvi, vi vedo così superficialmente, ma il Signore invece vuole che delle sue parole, dei suoi gesti io faccia una profonda osservazione, bisogna fermarsi e se io mi metto a contatto con uno singolo di voi allora, se voglio essere una persona intelligente e buona, devo osservare il suo viso, il suo modo di parlare, di essere. Allora sì che comunico veramente.

La parola di Dio deve essere ascoltata, la parola di Dio deve essere osservata e le cose di Dio io le devo fare mie con il mio piccolo essere, con la mia piccola capacità di diffondere nel mondo la sua luce, quella che sono capace a raccogliere. Per questo il Signore ci ha creati e a questo il Signore ci chiama.

passato in mezzo a loro e, mentre volevano buttarlo giù, ‘se ne va’.

Una specie di annuncio della risurrezione: è morto, è stato sepolto, qualcuno pensava che fosse tutto fallito, ma poi risorge.

Che capiti così anche a ciascuno di noi, che siamo capaci di passare attraverso le difficoltà contando su di lui per poter essere salvi, per poter essere sicuramente sempre ricchi della speranza e della bontà del Signore.