PRECEDENTE  LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI   SEGUENTE

4 luglio 2004
XIV Domenica T.O. C

Is 66,10-14 Gal 6,14-18 Lc 10,1-12.17-20

DIAMO VOCE AL SIGNORE

Nel 1628 in questo oratorio alla "Confraternita di S.Erasmo" se ne è aggiunta una seconda – la "Confraternita dei settantadoi" – dei settantadue, seconda la lingua di quel tempo.

Il termine "settandoi" era proprio usato con riferimento ai settantadue discepoli di cui parla Luca. Tanti erano, infatti, gli amici di Gesù che, all’inizio del viaggio verso Gerusalemme, erano passati dalla Galilea alla Samaria per seguirlo e salutarlo.

A questi Gesù impartisce il primo grande insegnamento: chi mi vuole veramente seguire deve andare ed annunciare che io sono colui che porta il premio di Dio. Quindi, detta le norme, che non sono vere norme giuridiche, ma inviti, quasi generici: Quando annunciate il suo regno, fidatevi di Dio, non attaccatevi alle cose, non contate sulla vittoria immediata, che spesso non c’è, perchè a fronte di chi vi accoglie, ci sarà qualcuno che vi respinge: rimanete con chi vi accoglie e lasciate stare chi vi respinge, dicendogli però chiaramente che anche voi non volete ricevere nulla da lui, neanche la sua polvere deve rimanere attaccata alle suole delle vostre scarpe, perché non dovete fare alcun compromesso, ma neanche esprimere alcuna condanna. Non portate la borraccia, perché nel Signore solo è la vostra sicurezza.

Nella prima lettura Paolo ci ricorda la tenerezza di Dio. Quando Paolo VI aveva detto che Dio non è solo padre, ma anche madre, i giornali gridarono allo scandalo perché il papa aveva osato parlare di Dio come di una femmina. Non aveva fatto altro invece che sottolineare quanto era già detto nella Sacra Scrittura e quanto Gesù stesso aveva ripetuto ancora con maggiore chiarezza: il Padre è anche madre e sa trattare teneramente, perchè ha un bisogno viscerale di voler bene ai suoi figli. Allora, se ci ha fatti figli, si interesserà di noi - non sempre secondo i nostri bisogni momentanei, secondo i nostri desideri che qualche volta sono solo capricci, ma sempre ci aiuta, ci consola, ci incoraggia, perché possiamo arrivare alla fine.

Perché questo? La risposta semplice e chiara la troviamo nelle parole di Paolo appena lette: "Il Signore vi chiama anche attraverso la croce e dalla croce - dice Paolo- io ho imparato che cosa è il regno di Dio; attraverso la croce io ho ricevuto il mio vanto; per mezzo della croce Cristo mi salva e allora io voglio veramente accettare la croce di Cristo". Non siamo noi che ci salviamo, non siamo noi che con le nostre parole o con i nostri esempi diamo salvezza agli altri; è Cristo che ci salva. Il Padre l’ha mandato proprio per questo.

Mi piace ricordare unla bella immagine delle religioni orientali: la tigre e la scimmia salvano i loro piccoli dal pericolo in modo diverso. La tigre li prende ad uno ad uno con la bocca per il collo e li conduce lontano, mentre la scimmia si mette sopra di loro permettendo loro di aggrapparsi ai suoi peli e li conduce lontano. I piccoli della scimmia usano la loro stessa forza per raggiungere la salvezza, mentre i piccoli della tigre si lasciano salvare dalla madre. Questo secondo è il modo in cui ci salva Dio: è Dio che ci vuole salvi, è lui che prende l’iniziativa e ci porta sulla via della salvezza; dopo tocca a noi essere suoi collaboratori.

San Gregorio Magno, nella omelia sui vangeli n. 17, dice: "Coloro che seguono il Signore gli donano la loro voce, come se il Signore non avesse voce: si fida di voi e attraverso la vostra voce vuole diffondere il suo regno".

A volte sento qualche genitore che si lamenta dei propri figli: li abbiamo educati, cercando di trasmettere loro la fede in Gesù, ma adesso che sono cresciuti non ci danno più retta ed hanno smesso di frequentare la Chiesa. Cosa dobbiamo fare? Io rispondo: continuate a seminare per quanto vi è possibile; il piccolo seme si interra e sparisce, sembra che non conti più niente, sembra una cosa morta, ma, lo ha detto anche Gesù, se il seme non muore, non germoglia; ci vuole del tempo, il clima, l’umidità, il calore giusto, ma poi spunta un puntino verde, poi due o tre foglioline, e ci si accorge che il seme era vivo. Abbiate fiducia, ma seminate: dalla terra arida non esce niente, soltanto se è stato seminato qualcosa, al tempo opportuno viene fuori.

Come si fa a seminare? Si parla di Dio, si dà il buon esempio, si mette la propria lingua a disposizione del Signore, allora le cose vengono fuori, lo Spirito parla e ciò che è detto dal Signore diventa parola vivente.

In questo piccolo ma fondamentale episodio del vangelo il Signore ci dice: Voi andate ed annunciate che il risultato è sicuro.

Splendido è quello che avviene quando i 72 discepoli ritornano e raccontano a Gesù le meraviglie del loro piccolo viaggio: "Anche il demonio fuggiva di fronte alle nostre parole", ma Gesù: "Non sono le vostre parole, sono le parole di Dio. Voi avete prestato la vostra voce, ma le parole di Dio hanno portato effetto".

Allora c’è la gioia, anche se il risultato non è pieno, la gioia che è sicurezza che Dio è con noi, la gioia che ci garantisce che il demonio se ne è andato, che il male non ha vinto, che il Signore veramente ha voluto dare anche a noi la soddisfazione che ha operato, se ci siamo lasciati salvare e se abbiamo chiesto al Signore di pensarci lui, mettendo però le nostre capacità a sua disposizione.

Un semplice fatto preso dai padri del deserto: un monaco giovanissimo non riesce a trovare la propria strada, non sa che cosa deve fare, né che cosa deve dire. Prende in mano il vangelo, va dal grande maestro e dice: "Maestro, il vangelo racconta delle cose molto belle, ma io, qui nel deserto, non riesco a realizzarle". " Io pregherò per te, ma tu torna domani con il tuo vangelo e una mela". Il giorno dopo il discepolo si presenta con il vangelo e la mela. Fa per porgere il vangelo al maestro, quando quello "No, tieni tu il vangelo e dà a me la mela" Prende la mela, le dà un morso, mastica un poco, poi sputa sulla mano quanto ha masticato e lo offre al discepolo. "Oh, no, maestro, la mela so mangiarla da solo". "Bene – risponde il maestro- fa lo stesso anche con il vangelo: masticalo, fallo tuo, pensaci su, chiedi aiuto a Dio ed il Signore stesso, nella tua libertà, ti suggerirà che cosa tu potrai fare".

S.Paolo ci dice che noi siamo liberi, ma della libertà dei figli di Dio, siamo liberi di seguire la sua volontà, il suo amore, siamo liberi di farci amare da lui. Certo, se siamo deboli, piccoli, se non sappiamo prendere le nostre decisioni, avremo sempre bisogno di prescrizioni, di comandamenti, di codici perché non siamo capaci a masticare il vangelo, non siamo capaci a farlo diventare nostro.

Facciamolo diventare nostro, viviamo nella famiglia dei figli di Dio, facciamo le cose che sono l’interesse di Dio. Pensiamoci sù. Certo che non posso sempre dire "Dio dimmi cosa devo fare adesso". Debbo vivere pensando: ma le mie azioni sono degne di Dio? Ma Gesù Cristo se fosse adesso vivo nella mia famiglia, nel mio lavoro, nel gruppo dei miei amici, cosa direbbe, cosa farebbe? Allora non con una legge, ma con lo Spirito di Dio che vive in noi riusciremmo ad operare qualche cosa di vero.

Nell’ elenco dei santi dell’oriente cristiano c’è un santo dell’800, Serafino il quale scrive: Quando lo Spirito divino discende sull’uomo e lo illumina con la sua pienezza, con la pienezza delle sue effusioni, allora l’anima dell’uomo si colma di una gioia ineffabile: è la gioia che provano i 72 discepoli quando ritornano da Gesù. Sono riusciti in parte, non in totale, ma di fatto lo Spirito ha lavorato con loro.

Se il vangelo lo facciamo nostro, se lo facciamo la norma della nostra vita non abbiamo bisogno di conoscere il primo, il quinto o il settimo capitolo, abbiamo bisogno di sentirci figli di Dio, di accogliere lo Spirito, e noi saremo accolti anche dal Padre, dal Padre che teneramente come una madre ci abbraccerà e ci darà la consolazione gioiosa di avere veramente messo se stesso a nostra disposizione, la soddisfazione di poter sapere che le parole di Dio sono diventate le nostre parole, le abbiamo dette ad altri e abbiamo collaborato alla diffusione del regno di Dio.

Gesù è venuto per questo, è per questo che Gesù ci chiama fratelli: se operiamo le sue stesse opere, se diciamo le sue stesse parole nella nostra vita, nelle circostanze che egli ci presenta, con il nostro carattere, con le nostre capacità.