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23 aprile 2006
II Domenica di Pasqua B
At 4,32-35 1Gv 5,1-6 Gv 20,19-31

RICEVERE E DARE MISERICORDIA

L’impressione che resta dopo la lettura di questo brano di vangelo è riferita a Tommaso, che non crede, ma quando si sente personalmente chiamato, è l’unico che fa un’affermazione di fede "Signore mio e Dio mio"!

Oggi però vorrei mettere da parte Tommaso: è uno dei tanti discepoli, è uno di cui è stata messa in evidenza la debolezza iniziale, la sua separatezza, è uno che voleva verificare personalmente quello che gli altri raccontavano, ma è uno che appena ha ricevuto una chiamata personale, ha aderito totalmente, senza riserve. Una settimana prima una donna aveva vissuto la stessa situazione: era andata al sepolcro a cercare un morto e all’ortolano che si è trovata davanti gli ha chiesto dove era stato messo il corpo del suo Signore: non aveva riconosciuto il volto, né la voce. Ma appena si è sentita chiamare "Maria", non ha avuto più dubbi!

Il Signore risorto è lo stesso, ma è diverso –è lo stesso perché continua i discorsi che aveva fatto prima, ma la sua presenza è diversa. Adesso è chiara la sua funzione: portare salvezza.

Salvezza è una parola astratta: Lui è venuto per indicarci il modo di vivere, il modo di pensare per raggiungere il Padre. E’ come una scala che porta alle stelle e che ciascuno di noi deve salire: un gradino ogni giorno. Questa scala è Gesù: ogni giorno un gradino con le proprie forze e con la Sua chiamata; ogni giorno un gradino con la propria volontà e con la sua attività di salvatore.

Domenica scorsa vi ho parlato di un vescovo di Sardi, Melitone, il quale visse ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio, imperatore pio, pio verso i suoi dei, ma persecutore dei cristiani che volevano proporre al mondo un nuovo dio, unico e veramente salvatore. Ebbene, Melitone di Sardi nella più antica omelia sulla pasqua che possediamo, dice che Gesù risuscitò e, risuscitato, ha gridato: "Genti tutte oppresse dal peccato, ricevete il perdono". Questa è la salvezza. "Io sono il vostro perdono e risusciterò anche voi e vi farò vedere il Padre"

Ecco la scala, ecco l’attività a cui dovremo aderire: accettare Gesù che è il perdono, non chiedergli perdono –questa è un’ attività nostra – ma accogliere il perdono e poi a nostra volta dare il perdono.

Gesù in questo brano di vangelo ai suoi discepoli promette lo Spirito santo "Vi dò lo Spirito Santo " e fa un gesto - soffia, alita su di loro - è un sacramento, un gesto che è efficace, un segno che produce quello che indica.

Nel secondo racconto della creazione, nelle prime pagine della Bibbia, c’è qualcosa di analogo: Dio ha plasmato l’essere umano, ma non aveva vitalità. Allora ha soffiato nelle narici. E’ un racconto che serve per far capire una grande verità- non so come possa soffiare un dio che non ha un corpo mano, ma indica chiaramente: la vitalità di Dio: il respiro di Dio viene passato all’uomo e l’uomo allora vive una parte della vita divina. Poi la perde, ma la storia è stata raccontata proprio per far capire che noi siamo attaccati a troppe cose che non sono dio. Ecco allora il secondo atto: viene Gesù a ridarci non solo un soffio, ma se stesso e perché possa essere attuale questo essere presente, lascia lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, lo Spirito suo, lo Spirito del Padre, il respiro di Dio, l’attività divina, perchè noi possiamo viverla, ognuno a modo suo, non contro gli altri, ma donando e ricevendo questa misericordia.

Misericordia vuol dire: mettere il cuore vicino al misero. Dio mette il suo cuore, il suo modo di vedere, il suo modo di pensare vicino a noi miseri.

Melitone faceva dire al Signore: "Io vengo a salvarvi perché siete oppressi dal peccato". Le altre cose passano, il peccato ha rovinato la nostra debolezza sta rovinando la nostra realtà, con il tenerci attaccati a realtà o a ideali che non sono il Signore Dio. Lui viene a liberarci e lo grida, e ce lo garantisce con la risurrezione . In attesa del momento in cui anche voi risorgerete, vivete di misericordia".

La misericordia è mettere il cuore vicino a colui che soffre, a colui che è solo –consolare vuol dire mettersi con colui che è solo- vicino a colui che è malato, a colui che è senza speranza, a colui che è capace ad odiare.

Bisogna imparare a superare queste nostre effettive, reali e ripetute tentazioni. Gesù è la misericordia e vuole che anche noi in qualche modo la realizziamo.

Nel salmo 144 è detto:"Voglio esaltarti, Signore perché sei grande. Tu sei paziente e misericordioso, lento all’ira, grande nell’amore, la tua tenerezza si espande ad ogni generazione"

Io posso dire che Dio è grande perché ha creato, ma io tocco questa grandezza quando io mi sento amato da lui, quando sento che lui nonostante la sua grandezza e la sua perfezione mi si avvicina e mi garantisce il perdono.

E’ veramente un cuore ed io devo imparare a mettere a mia disposizione questo suo cuore, questa sua misericordia; devo pensarci, silenziosamente, devo sentirmi amato e poi esercitare questo amore.

Devo allora pensare a quanto sono capace io a donare il mio tempo, le mie cose, la mia attenzione, la mia disponibilità, quanto sono capace a sentire gli altri come sento me stesso, a pensare dentro a loro –empatia- ad entrare nella loro sofferenza, nel loro bisogno, nella loro differenza.

Devo riflettere su quanto sono capace io di misericordia, di essere vicino a colui che è misero. come il Signore è vicino a me nei momenti di maggiore solitudine, nei momenti più imbarazzanti, più difficili, nei miei ricordi, nella mia indagine su me stesso.

Se Lui è, io voglio essere.

Se Lui viene, io voglio aprirmi.

Se Lui mi accetta, io voglio accettarlo: "Signore mio e Dio mio".

Tommaso mi ritorna, perché è proprio colui che ha saputo accettare. Forse è un po’ difficile pensare a un Dio che si muove dal cielo proprio per venire incontro a ciascuno di noi, ma se riusciamo a sentirlo e a viverlo realmente, allora saremo veramente capaci a portare il Signore nel mondo: gli altri lo vedranno e il Signore ci ringrazierà per la collaborazione.