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2 aprile 2006
V Domenica Quaresima B
Ger 31,31-34 Eb 5,7-9 Gv 12,20-33

ENTRARE NELLE PIAGHE DI GESÙ

La legge era scritta sulle pietre –le due tavole di Mosè- la legge era scritta nei rotoli della Bibbia: il profeta Geremia : Vi scriverò la legge nei cuori perché deve diventare legge d’amore. Chi ha nel cuore la legge d’amore è un innamorato, è uno che non ‘conta quanto gli costi’ obbedire alla legge!

Ci ricolleghiamo così a quello che si diceva domenica scorsa quando si parlava delle due categorie di cristiani: i cristiani economici e i cristiani innamorati.

Nella seconda lettura ci viene mostrato come lo stesso Dio diventato uomo abbia voluto imparare l’obbedienza, fino ad accettare innumerevoli sofferenze, fino ad accettare la croce, offrendo tutto al Padre per noi, rappresentando lui l’umanità e mostrando la paternità di Dio, mostrando cioè un Dio che ama, che dà la vita, che vuole continuare a mettere se stesso dentro il cuore dell’uomo, così come era stato detto dal profeta.

Gesù ha voluto ricordare tutto questo attraverso una delle ultime frasi riferite da Giovanni nel brano del vangelo di oggi: Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me – vale a dire: dalla croce salverò tutti. Tutti: poco prima, infatti, erano degli stranieri che volevano parlare con lui; si erano rivolti ai due discepoli che avevano un nome greco –Andrea, che vuol dire ‘uomo’ e Filippo che vuol dire ‘amico del cavallo’ – chiedendo di avvicinare Gesù e proprio questo crea sconforto in Gesù: lo cercano gli stranieri e non lo cercano i suoi, per i quali era venuto. Questi, che conoscevano le scritture e avrebbero dovuto sapere quale sarebbero stati i connotati del messia, aspettavano uno che con la spada cacciasse i romani, mentre in tanti passi dei profeti era stato detto chiaramente quale sarebbe stato il carattere del Salvatore: scriverò la legge nel vostro cuore, mettere un cuore di carne al posto di quello di pietra; ed ancora: i ciechi vedranno, i muti parleranno… Sono parole ascoltate mille volte, ma loro non lo riconoscono e Gesù non ne può più, perché gli ebrei sono duri di cuore, fanno festa quando fa un miracolo e se ne vanno quando comincia a predicare perché sentono le sue parole troppo dure e pesanti. Ma Gesù è venuto per predicare, per dare la verità e, di fronte alla reazione dei suoi, si scoraggia: "Padre, ti dico: liberami da quest’ora" Gesù si sente piccolo, debole, tradito, inutile, uno straccio. Ma subito dopo: "Ma è per questo che sono venuto. Padre, dà gloria al tuo nome." Come? Attraverso quello che continuerà a fare.

E’ un passo centrale. Ricordate la pecorella smarrita? E’ fuggita, si è impigliata in un cespuglio di spine e più si agita per uscirne, più il suo pelo si intrufola e lei rimane avviluppate nelle spine. Dovrà intervenire il pastore a tirarla fuori, anche a costo di strappare parte della sua lana. Pensiamo allora a quante volte anche noi rimaniamo prigionieri di noi stessi, delle nostre cattive abitudini, del ‘così fan tutti, per cui lo faccio anch’io…’ e più ci agitiamo, più il nostro ‘pelo’ ci tiene avviluppati nelle nostre spine. Eppure facciamo propositi, abbiamo buona volontà, ci piace la bontà, approviamo che ‘siamo tutti fratelli’, ma poi, in concreto…’con quelli lì non è proprio possibile …’ E’ il nostro pelo lungo che ci tiene attaccati alle spine.

Gesù è venuto a salvarci ed ci ha mostrato come abbia imparato l’obbedienza attraverso la sofferenza . Così anche io devo imparare attraverso la sofferenza, qualche volta facendo la brutta figura di fare diverso dagli altri, di dire "No, tu fai male a fare così", oppure, sentendomelo dire e cambiando, ma cambiando veramente. Gesù viene a salvarci, non nella favoletta della pecorella smarrita, ma nella realtà, mettendomi sulle sue spalle, tagliando il mio pelo impigliato nelle mie abitudini, strappandomelo anche se necessario, quando non ne posso più, ma vuole che anch’io come lui impari l’obbedienza attraverso la sofferenza.

San Pietro Crisologo in uno dei suoi discorsi –che possiamo trovare nella liturgia delle ore - dice che noi dobbiamo immergerci nelle piaghe del Signore, che sono ancora aperte. Il Signore nella sua gloria, quando nel giorno di Pasqua è apparso ai discepoli, ha mostrato le sue piaghe, dicendo: "Sono io, guardate le mie mani, i miei piedi; mettete la mano nel mio costato aperto" e Pietro Crisologo ci dice: "Iimmergiamoci nelle sue ferite e diventiamo noi un altare, offrendo al Signore le nostre sofferenze, le nostre ansie, la nostra fretta, il nostro avere troppo da fare". E questo, non trascurando il nostro dovere, ma chiedendo aiuto al Signore per poterlo fare bene. E quando attraverso i nostri propositi, attraverso le nostre rinunce, le nostre sofferenze, ci sentiremo un pochino più puliti ci ‘immergeremo’ nelle sue piaghe e potremo sperimentare la bellezza di poter dire: "Signore, anch’io ti porto avanti".

Il racconto della Sua tentazione, di quella Sua mancanza di voglia, della Sua stanchezza ci serve, perché qualche volta anche noi siamo stufi di fare il bene, di sentire le prediche, di pregare sempre! Noi dobbiamo guardare a Lui: Lui ha imparato e anche noi dobbiamo imparare e riuscire a dire: "Padre, glorifica il tuo nome; dà gloria anche attraverso le mie azioni, anche attraverso quel cambiamento che io voglio finalmente fare"

"Tutto è compiuto" ha detto Gesù al Padre. Anche per noi verrà quel momento. Avete paura della morte? Abituiamoci a pensare a quel momento: abbiamo tolto la morte dal nostro linguaggio: "è mancato, non c’è più, ha raggiunto il bene totale". La parola morte non l’usiamo più.

"Vado a prepararvi un posto" ha detto Gesù nella cena; ma lo ha fatto passando attraverso il calvario, attraverso la croce, attraverso le piaghe. Ed è per questo che vuole che noi entriamo nelle sue piaghe per poter andare con Lui.

Allora questa vita di Gesù di 2000 anni fa non è ancora finita, deve oggi continuare attraverso l’offerta della nostra vita.

Siete ancora cristiani economici o cristiani innamorati?