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12 febbraio 2006
VI Domenica T.O. B
Lv 13,1-2.45-46 1Cor 10,31-11,1 Mc 1,40-45

GESÙ CHE TOCCA

Come sempre, due note sulla pagina letta e poi il tentativo di applicarla a noi, oggi.

Ai tempi di Gesù il lebbroso era messo fuori dalla comunità. Come risulta dalla prima lettura, era lui stesso che doveva mettere in evidenza la separazione, avvertendo "immondo, immondo" .

Siamo all’inizio del vangelo dei Marco e non è stata ancora detta neanche una parola sull’insegnamento di Gesù; soltanto "Convertitevi e credete al vangelo", ma quale è l’annuncio al quale credere?

Gesù vuole annunciare parlando personalmente, da qui l’ordine: "Non raccontare". Ordine che però non può essere osservato: infatti, anche in questo caso, come in altri, "cominciò a proclamare e a divulgare". Da questo Gesù ne ha un danno, perché sarà considerato ‘impuro’ come il lebbroso e non potrà, per lo meno per quaranta giorni, entrare nei villaggi. Sarà la gente che andrà da Lui, ma forse era proprio questo che Gesù voleva:

Qual è allora l’applicazione ai giorni nostri?

Il vangelo di oggi ci insegna che dobbiamo toccare la persona debole e accoglierla, così come a nostra volta dobbiamo sentirci deboli e piccoli lasciandoci avvicinare e toccare da chi ci può aiutare e darci la salvezza.

Itala Mela era nata alla Spezia, aveva insegnato nelle scuole superiori a Milano, dove è morta una cinquantina di anni fa. Ha lasciato un centinaio di pagine scritte –anche se non pubblicate- che adesso sono esaminate dalla Congregazione per la proclamazione dei santi, che sta studiando la sua vita esemplare. Tra i suoi scritti c’è una preghiera: "Ricordami, Signore che io sono la bambola di cartapesta, ma fa che, sentendomi tale, non dimentichi che la tua mano onnipotente mi ha tuttavia rivestita di abiti regali. Aiutami a camminare i miei piccoli passi dietro a te che sei gigante, che sei venuto impetuosamente verso di me e se incespico, prendimi tra le tue braccia". Noi valiamo con la nostra debolezza quello che il Signore ci permette di valere, ma il nostro valere, se è dentro, deve essere manifestato fuori.

Mi piace l’immagine degli abiti: la liturgia del battesimo ce lo dice fin dall’inizio della nostra vita cristiana "Ricevi la veste candida e conservala immacolata fino all’incontro con il tuo Dio" - forse qualcuno dei più giovani ha ancora in casa l’abitino donato dal sacerdote nel momento del battesimo - quando si fa la prima comunione sembra che quell’abitino si sia trasformato di misura per potere presentare ancora noi al Signore simboleggiando la grazia, il dono di Dio che deve essere manifestato esternamente.

Il nostro segno di cristianesimo non è qualche gesto, ma è il nostro essere, il nostro modo di fare, la nostra manifestazione, i nostri abiti regali, che sono il dono di Dio che si deve mettere a disposizione degli altri: Perdonami come io sono capace a perdonare; rimetti i mie debiti come io sono capace a rimettere i debiti degli altri –come io sono capace ad accogliere. Accogli me, Signore.

Nelle pagine antiche dei predicatori dei primi tempi trovo San Basilio, il grande vescovo di Cesarea, che nel suo terzo Discorso sulla carità scrive: "Noi dobbiamo celebrare le nostre liturgie come coloro che credono nelle cose del mondo celebrano le loro liturgie". Le liturgie del mondo sono gli spettacoli, il teatro, l’arena, lo stadio (non sono solo di allora, ma anche di oggi): alla base delle liturgie ci sono i soldi,spesi a bizzeffe per poterne ricavare altri o per poter ambiziosamente fare delle belle figure, con spreco di sostanze ed energie. Anche noi cristiani abbiamo le nostre liturgie. "Non accontentatevi - dice Basilio - delle liturgie di preghiera, ci sono anche le liturgie di azione, nelle quali mettiamo a disposizione le nostre sostanze: i vostri soldi devono servire per dar da mangiare, per consolare, per sostenere, per dare coraggio –trovate voi il modo- ma fate in modo che i vostri soldi possano servire e non marcire nelle vostre casseforti".

Oltre ai soldi, ci sono le idee: anche queste vanno messe a disposizione. Datevi da fare. Oggi si chiama volontariato questo modo di essere e di fare. Non sprecate le vostre iniziative per avere ‘soddisfazione’: la vostra ambizione deve essere quella di mettervi a disposizione del Signore. Queste cose toccano la mente, a volte, il portafoglio, a volte, il nostro tempo ed è proprio questo che insegna il toccare di Gesù: Gesù toccava con la sua mano onnipotente, e noi possiamo toccare con la nostra mano, il nostro tempo, il nostro modo di fare e di essere.

Ma bisogna impegnarci insieme: ecco una vera liturgia. Liturgia vuol dire: opera pubblica –dal greco: leitòn= popolo e erga=opera- l’opera del popolo o l’opera per il popolo. Ciascuno di noi deve costruire la sua liturgia pubblica, la sua azione pubblica, mettendosi insieme: ecco il volontariato, il servizio.

Gesù fa questo anche in modo sacro donandoci i sacramenti: egli vuole toccarci ancora. Quando faremo la comunione verrà in noi e ci toccherà e permetterà a noi di toccare lui. Venerdì ho portato l’unzione degli infermi ad un’ammalata, dopo aver fatto la santa unzione, l’accarezzavo sul viso, ma lei si scostava perché avevo la mano fredda. Le ho preso allora le mani e anche lei mi ha stretto la mano: voleva essere toccata di più.

Il Signore ci tocca proprio così: usa olio, acqua, pane, vino per toccarci, per fare in modo che noi possiamo sentirci toccati.

Anche adesso forse due parole potrebbero toccarci; qualche idea nostra potrebbe lasciare in noi il segno del proposito di essere coloro che manifestano Gesù che tocca, Gesù che si fa sentire, Gesù che parla.