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22 gennaio 2006
III Domenica T.O. B
Gio 3,1-5.10  1Cor 7,29-31  Mc 1,14-20

  VIVERE INSIEME IL VANGELO

La prima lettura ci  presenta una delle più celebri pagine di conversione dell’Antico Testamento. Paolo invece ci parla della provvisorietà di questa nostra vita: non dimentichiamo che è solo un primo passo; la scena di questo mondo passerà. Il vangelo ci parla poi della chiamata dei discepoli. 

Ritorno al libro che sto leggendo e di cui vi ho fatto cenno già domenica scorsa “Non temiamo la storia” del Cardinal Martini per leggere la vita di questi tempi alla luce della pagina del vangelo. La Chiesa vive momenti di entusiasmo per un papa malato, per la morte di un papa, per giornate che raccolgono migliaia, milioni di persone; e poi vive dei momenti di passione, di sofferenza nel verificare i numeri delle persone impegnate, nel prendere atto della quantità di opere della Chiesa derise, disprezzate, nel rattristarsi per i pochissimi partecipanti alla messa domenica. Mi è capitato mercoledì scorso durante un incontro sulla storia della chiesa di fermarmi un momento per sentire le opinioni di qualcuno tra i presenti: tutti hanno parlato delle difficoltà della Chiesa di oggi, della solitudine delle persone impegnate, del silenzio di coloro che avrebbero il dovere di parlare, della difficoltà della manifestazione della propria fede, del silenzio nelle stesse liturgie abituali da parte della gente che vi partecipa soltanto per assolvere un dovere, non per sentirsi attivamente impegnati, dell’inutilità dei giornali cristiani che non sono letti. Riflettendo sulla vita di Gesù, penso all’entusiasmo della sua entrata in Gerusalemme: vicino a lui c’erano alcuni credenti che dopo 5 giorni quasi lo tradiscono, lo abbandonano completamente; gli altri che lo acclamano e stendono i loro tappeti ai piedi dell’asino che porta Gesù, dopo 5 giorni si riuniscono per urlare “crocifiggilo”.

La vita della Chiesa è fatta così, ad ondate: aumentano coloro che conoscono il Signore e aumentano contemporaneamente quelli che sono indifferenti. E allora dobbiamo avere paura della storia? La storia non è altro che il movimento delle persone che fanno gruppo, che danno un volto a qualche idea. Leggiamo noi le lettere che il Signore permette di scrivere in questo mondo? Scriviamo noi le lettere delle parole che ha detto il Signore in questo mondo? Nel Concilio è detto che tocca proprio ai cristiani che si impegnano nelle cose del mondo scrivere il vangelo sui muri di questa nostra città. Le scriviamo noi le parole del vangelo attraverso la nostra vita, attraverso il nostro pensiero tradotto in manifestazione? Io una soluzione ce l’ho: bisogna avere il vangelo nel cuore, bisogna sentirlo come qualcosa di vero, di comunicabile attraverso i nostri discorsi e la nostra vita, altrimenti resta come un libretto riposto accanto ad altri libri. E’ necessario che ogni giorno ci sia una conversione. Nei momenti di entusiasmo qualcosa dal nostro cuore esce sicuramente, ma non possiamo basarci solo sull’entusiasmo o sui propositi. Dobbiamo realizzare i propositi. Ecco allora il secondo punto importante:  vivere insieme il vangelo . Se la Chiesa è una realtà, non una semplice organizzazione, ma il Corpo di Cristo che continua oggi ad essere vivo, bisogna che questa chiesa sia vissuta da ciascuno di noi e ognuno deve sentirsi vicino agli altri, capace di ricevere e di dare in modo diverso. La manifestazione della nostra vita deve essere personale, vissuta secondo le diverse circostanze: Gesù deve essere visto in ogni lacrima, sentito e visto in ogni bacio, realizzato in ogni abbraccio, in ogni richiesta o proposta di aiuto.

All’inizio del suo vangelo Gesù ci dice: “Convertitevi” , “Non siate legati solo a voi stessi, guardatevi intorno”. La preghiera del mattino deve essere: “Grazie perché ci sono, perché conti su di me, fammi capire cosa oggi posso fare”. Ecco la nostra conversione quotidiana: dal pensiero di noi stessi, dall’esperienza di quello che siamo, dobbiamo passare alla comunità vissuta, proposta, o attesa, comunque a qualche cosa di concreto. Come? “Credete al vangelo” Il vangelo è proprio questo: chiamata stare insieme.

San Cirillo di Gerusalemme, forse il maggiore tra i catechisti dell’antichità dice che tra le parole più importanti dell’AT nelle prime pagine della Torah troviamo il Signore che dice a Mosè: “Io sono là dove tu convochi l’assemblea”. Chiesa vuol dire proprio: convocazione delle persone perché siano insieme in ascolto. In Deuteronomio al IV cap. e nelLevitico all’ VIII capitolo c’è proprio questa indicazione chiara: nella tenda nel deserto era conservata l’arca che conteneva i documenti più importanti per il popolo ebraico e che erano il segno della presenza di Jahvè in mezzo a loro; Intorno alla tenda bisognava fare assemblea, per guardarsi l’un l’altro. Come se qui dicessimo: più importante del tabernacolo che è il segno della presenza del Signore ci siamo noi, perché nel tabernacolo il Signore è muto, inattivo e ci dice: attivatevi voi, date voce a me, tu sei il corpo di Cristo, fatevi vivi”.

Gesù sulla croce –questo non  più Cirillo che lo dice, ma è tutto l’insieme del vangelo- ha allargato le braccia come se dalla croce voglia chiamare a sé, riunire tutte le genti: quelli che credono nella sua parola, e siamo noi; quelli che non credono alla sua parola ma hanno bisogno di cercare la verità nell’onestà,  nella coscienza e sono forse più numerosi di noi, coloro che cercano il bene  e non riescono ancora a sentirlo vivo nella parola del vangelo. Con le braccia allargate sembra che voglia dire a tutta la gente che cerca Dio nei segni, nel vento, nella bellezza, nell’amore, nella sincerità chiamandolo con nomi di versi, chiamandolo semplicemente natura, bene,libertà, pace, che è sempre lui che abbraccia tutti.

Chi dice con chiarezza che cosa egli vuole? Egli vuole che noi lavoriamo insieme. Il segno più semplice della riunione è quello che oggi viene chiamato parrocchia, ma poi dobbiamo trovarlo nella famiglia, nella vita vissuta, nel nostro lavoro, nella competenza che mettiamo nel realizzare il nostro dovere. Quanta gente che lavora per guadagnare! Il cristiano sa che al lavoro corrisponde un certo guadagno economico, ma sa anche che il lavoro è soprattutto la costruzione di questo nostro mondo. Quando non guadagneremo più, quando non ci saremo più, quello che avremo costruito facendo il bene sarà l’opera che resterà sulla terra e l’opera per cui noi saremo premiati e lodati nella gloria eterna.

Una leggenda: un tale si presenta al Signore: “Io ho le mani perfettamente pulite”, ma si sente dire “Vediamo: sono troppo pulite, non c’è un callo, un segno di fatica, il segno del sudore. Va, lavora, costruisci qualcosa di bene e poi vieni”

Lo sappiamo non è solo con le mani, è con la nostra volontà, con la nostra fatica, con il nostro impegno che possiamo veramente lasciare il segno del vangelo vissuto, della nostra conversione. Sono 5 parole: Convertitevi e credete al vangelo. Sia il segno della nostra adesione alla presenza di Gesù.