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DAL CAMEROUN, P. MARCO PAGANI

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Una giornata "sulla strada"...

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Yaoundé, martedì 1 giugno 2004

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Carissimi, 
vi scrivo dopo circa un mese dall'ultima lettera, per raccontarvi quello che mi è successo ieri sera.
Esco con l'auto di Maurizio verso le 17. È lunedì, ed è il mio turno di presenza nella "strada", accanto ai ragazzi che lì vivono e lavorano. 
Prima che venga buio, però, passo al Centro Sociale Edimar, che è un po' la nostra "base", e soprattutto è quella dei ragazzi. Nel cortile interno al centro, che si trova proprio davanti alla stazione, si sta svolgendo una delle innumerevoli partite a calcetto. 
Il treno, l'unico che sale al nord del Paese, a Ngaounderé, non è ancora partito. Ci metterà tutta la notte a percorrere i circa 600 chilometri, prima in foresta e poi negli altipiani centrali. Se non deraglia. Anche oggi è in ritardo.
La notte è gia arrivata veloce. Sono le 18.45 quando esco dal centro sociale: fa buio come a mezzanotte. 
Siamo in due, al lunedì. Mi accompagna Bali, un ex-ragazzo di strada che ora lavora con noi come educatore. Iniziamo il nostro giro. 
Ci sono dei posti ben precisi dove andare. All'Avenue Kennedy, in centro, è la nostra prima tappa. Lì ci sono i "laveur", quelli cioè che lavano le auto. Si guadagnano la vita così. Siccome le strade non sono perfettamente asfaltate ed è il periodo delle piccole piogge (ma piove tantissimo), c'è un sacco di fango. Allora la gente ed in particolar modo i taxisti, prima di rientrare a casa o lasciare l'auto in deposito, la fanno lavare. Le auto accostano, clacsonano, i ragazzi riconoscono i loro clienti, quelli che pagano di più e quelli di meno, e se li dividono. Per ognuno c'è un commento da fare. Conoscono tanti particolari della vita di questi autisti, che non farebbero lavare la loro auto ad altri: il prezzo del lavaggio, qui, non ha rivali. 
Da qualche tempo a questa parte, però, la polizia ha iniziato a prendere di mira questo luogo. Hanno aperto un posto di polizia volante vicino ad un supermercato non molto distante, così spesso ci sono retate o cose simili. E basta poco per finire dentro.
Stiamo lì circa un'ora e passa, parliamo dei preparativi per metter su un'equipe di calcio (ci tengono molto a parole, ma poi nessuno viene agli allenamenti!) e poi ci salutiamo. Riprendiamo l'auto e ci spostiamo in un'altra zona. Lasciamo l'auto e giriamo a piedi. Passiamo vicino all'ambasciata USA, un vero fortino nel centro della città. Strade sbarrate, non ci si può avvicinare che a piedi, illuminata a giorno sempre, guardie armate agli angoli.
Passiamo oltre, verso un gruppo di nostri ragazzi che sono fermi vicino ad una donna che ha improvvisato un piccolo ristoro con una sedia e un tavolino, illuminato dalla lampada a petrolio. 
Per pochi soldi comperate qualcosa per tappare lo stomaco e tirare tutta notte, fino all'indomani. 
Si ride e si scherza, ci conosciamo da tanti anni. Li avevo lasciati piccoli, ora sono dei giovanotti possenti. 
Ad un certo punto, dalla strada che costeggia l'ambasciata USA, arriva uno in giacca e cravatta, seguito da un poliziotto in uniforme. Ci interpella. Chiede la carta d'identità nazionale. Io ho la ricevuta del mio permesso di soggiorno. Sono in regola. Bali ha la sua carta d'identità, ma i ragazzi, figuriamoci! Sono in strada da dieci anni, le famiglie chissà dove sono. Se si ricordano il giorno del loro compleanno, è già qualcosa. Mentre presento la mia ricevuta all'uomo in giacca e cravatta che è evidentemente in stato di ubriachezza , quello che è alla mia destra, se ne va piano piano, ingoiato dal buio della strada non illuminata. Nel mio cuore gioisco per lui. Ma l'altro alla mia sinistra ha problemi. Non riesce ad andarsene. Farfuglia, cerca di dire che lui non ha i soldi per la carta d'identità. Parte un insulto da parte del sedicente poliziotto... Poi un pugno in faccia, strattoni. Quello in divisa interviene anche lui, cerca di acchiappare il ragazzo che si divincola. Cerchiamo di intervenire a parole, ma figuriamoci! Passa un altro poliziotto in borghese, ubriaco pure questo, e inizia a dare cazzotti anche lui al ragazzo. Mi guarda e mi chiede, con un po' di arroganza: chi è questo bianco? Prete, dico io. Gli basta per non interessarsi più a me, e continuare a strattonare il ragazzino. 
Passa un giovanotto camerunese, interviene, libera il ragazzo dalle mani dei poliziotti e fa fuggire il ragazzino, ormai senza abiti. Prendono lui, che li interroga chiedendo perché brutalizzassero il ragazzo, e lo portano in commissariato, uno di quelli che conosco bene, perché andavo due volte la settimana a curare i prigionieri dalle piaghe e dalle botte.
Mentre lo portano via, penso al suo coraggio e a che cosa gli accadrà ora. Dal buio escono tutti i ragazzi che si erano nascosti. Vi lascio immaginare i discorsi di odio nei confronti della polizia! Le promesse di vendetta. Li capisco anche. Tutti i giorni succedono così. E a un certo punto uno non ne può più. Scendiamo lungo la strada che porta al commissariato. C'è un cinema, e un gruppo di nostri ragazzini, più piccoli, fanno i posteggiatori (abusivi, che diamine! O meglio, si potrebbe chiamare "iniziativa privata!"). 
Siamo lì da mezz'ora, quando ricompare il giovane che era stato portato via. A mia grande sorpresa è sorridente, non gli avevano fatto nulla, anzi! 
Racconta che sua moglie è ufficiale di polizia, e suo suocero un pezzo grosso delle forze dell'ordine. Ci dice che l'uomo in giacca e cravatta non era nessuno, e si faceva spacciare per ufficiale, ma era stato smascherato al commissariato, dove non era conosciuto, da altri poliziotti. Quindi il poliziotto vero, quello in divisa, lo aveva appoggiato così, senza sapere nulla! 
L'altro in borghese, ubriaco pure lui, era uno vicino alla pensione: insomma, un racconto di teatro di Ionesco, teatro dell'assurdo.
L'unica cosa che è rimasta sono le botte che il ragazzino ha preso, i suoi abiti strappati (e non ne aveva altri a portata di mano!) e la rabbia tra i ragazzi.
Cose così ne succedono ogni giorno. 
Qui, basta che uno abbia una divisa, o un piccolo potere da esercitare, e se può schiaccerà gli altri. Succede ad ogni livello, nelle famiglie, nelle parrocchie: chissà quanti odi che non conosciamo, quante vendette che aspettano solo il momento buono per uscire allo scoperto. Mi veniva in mente la situazione della Costa d'Avorio. Chi l'avrebbe mai detto che sarebbe caduta in una crisi così grave e lunga? Ma qui non sarebbe diverso. Chi conosce un po' l'Africa di qui, sa che è possibile, purtroppo. 
Vi ho raccontato questo fatto perché innanzitutto preghiate che il clima umano non si degradi del tutto, e che il nostro lavoro sappia portare anche nella "strada" l'umanità di Gesù, il suo sguardo che abbraccia l'uomo tutto intero, anche nelle sue debolezze. 
Un grande abbraccio a tutti!
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P. Marco Pagani

(sito internet: www.padremarco.com)