MISSIONE SPERANZA

NON SI PARTE MAI DA SOLI!    IL MANTELLO DI BEPO    QUARESIMA ECOLOGICA

Erano gli anni dell'immediato dopo guerra. Nel paese di alta montagna riprendeva lentamente la vita dopo paure, incubi, perdite di vite umane, distruzioni. Nel complesso la popolazione era sopravvissuta in mezzo agli stenti perché la maggior parte della gente lavorava i campi, possedeva qualche animale e si scambiava generosamente il frutto del suo lavoro. C'era però una fascia di indigenti che faticava ad arrivare, non alla fine del mese, ma alla fine della giornata. Il parroco conosceva molto bene la situazione ed essendo, almeno quanto il sindaco, punto di riferimento delle sue pecorelle, provvedeva a un'equa distribuzione dei beni di prima necessità.

Era vicino il Natale che, sia come solennità liturgica, sia come apice della manifestazione di fraternità tra quella gente, richiamava tutti, senza distinzione, al cuore del paese, la chiesa arroccata su un sperone di roccia. Le strade erano ghiacciate e non tutti riuscivano ad arrivare lassù su slitte trainate da cavalli. Ricordo persone che si arrampicavano su sentieri ripidi, aggrappandosi a delle funi provviste dal comune: chi scivolava finiva in genere in braccio a chi saliva dopo di lui. I giovani si divertivano a soccorrere e gli anziani sorridevano con gratitudine. Nessuno mancava al triduo di preparazione, anche perché il parroco aveva programmato segni particolari che dessero concretezza alla manifestazione di fede. Ognuno era invitato a portare in chiesa un dono di partecipazione alle necessità dei meno abbienti.

Alcuni canestri collocati davanti all'altare dovevano raccogliere i frutti della propria generosità. Man mano che i fedeli entravano in chiesa prendevano posto nella panche, ben stretti uno all'altro, per non disperdere calore. A quei tempi non c'era riscaldamento, neppure stufe a legna: anche se la chiesa era rivestita di legno, non bastava a mortificare il freddo rigido che sgusciava dalle fessure. Nei tempi antichi quel luogo era una postazione militare: allora ci si riparava con dei falò. Quando divenne chiesa, una fonte di calore potevano essere le numerose candele accese sugli altari.

"In questo tempo in cui facciamo memoria dell'amore di Dio che è venuto ad abitare in mezzo a noi, facciamo in modo che in mezzo a noi non manchino segni visibili di solidarietà verso chi tra noi è meno fortunato, senza pensare se si tratta di un parente o se chi è povero merita o meno di essere soccorso". Queste poche parole erano ripetute durante tutte le domeniche di Avvento. Il parroco non dubitava dell'efficacia del suo messaggio. "Segni visibili".

Il linguaggio era chiaro a tutti, anche a Bepo Polentina, che per la sua avanzata sordità si era fatto "tradurre" da qualche anima buona il messaggio del parroco. Bepo abitava in un ripostiglio povero ma decente provvisto dalla parrocchia. Nella sua lunga vita aveva fatto di tutto: fu ciabattino, carpentiere, mugnaio, saltimbanco, poi a causa del suo handicap si era chiuso nella solitudine. Era rispettato da tutti e i ragazzi lo incitavano a volte a esibire la sua perizia di giocoliere.

Quella sera di triduo stava anche lui in chiesa, all'ultimo banco, avvolto nel mantello, la pipa… spenta appollaiata sulle labbra. In sintonia con l'organo il parroco, con una voce potente da montanaro, intonò l' "adeste fideles", seguito dal coro di tutti i presenti.

Bepo interpretò quella voce come un invito: "adesso, fedeli!", il segnale di muoversi "adesso" verso l'altare a depositare il proprio dono per i poveri e si mosse per primo nel corridoio centrale della chiesa. Con meraviglia di tutti Bepo si tolse il mantello, sistemò la pipa in tasca e improvvisò una danza lenta e solenne, perfino graziosa, ondeggiando nello spazio tra i banchi. Il canto continuò ma si fece più smorzato: anche le canne dell'organo abbassarono il tono, come prese da misteriosa riverenza. Ormai l'unica musica che emergeva era lo scricchiolio delle assi di legno del pavimento sotto gli scarponi del danzatore e il fruscio del mantello sventolato da Bepo.

Nessuno commentò, gli occhi di tutti erano fissi su di lui con curiosità e compiacenza. Nessuno si mosse, se non il parroco che, vedendo anche lui lo spettacolo con stupore, corse in suo soccorso quando lo vide inciampare, ma non c'era bisogno. La danza si completò davanti all'altare, quando Bepo, ripiegato il mantello con cura, lo depose in uno dei canestri.

Scoppiò spontaneamente un applauso di approvazione e di commozione. La densità e il significato del gesto non avevano bisogno di spiegazioni: il parroco interpretò i sentimenti dei suoi parrocchiani, stringendo Bepo tra le braccia e ringraziandolo con un bacio. Quella sera Bepo gli aveva rubato la presidenza della cerimonia.

I canestri si riempirono delle donazioni e il canto proseguì per molti minuti in un'atmosfera di gioia, come se tutti si ritrovassero parenti, smantellando rancori, dispiaceri, differenze.

Bepo non rimase un solo giorno senza mantello: ne meritò altri, meno untuosi, senza rammendi e più caldi. Il parroco pensò di conservare l'originale da esporre negli anni seguenti in occasione del triduo di Natale.

P. Luciano Lazzeri