H.J.M.Nouwen
CASE DEL PIME IN ITALIA
IL DONO DEL COMPIMENTO    PICCOLI GRANDI LIBRI
meditazione su come morire e aiutare a morire

quinta edizione
Editrice Queriniana

Ringraziamenti

Prologo: Farsi amica la morte.

Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza

Parte prima Morire bene

Parte seconda Aver cura degli altri

Vicino al cuore.

Al cuore della nostra umanità

1.Siamo figli di Dio

4. Sei un figlio di Dio

2. Siamo fratelli e sorelle l'uno per l'altro

5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri

3. Siamo padri e madri delle generazioni future

6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno

Scegliere una buona morte

La scelta di aver cura degli altri
Conclusione: la grazia della risurrezione

Epilogo: La morte: una perdita e un dono

5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri

Un giorno Sally, una mia buona amica, mi ha detto: «Sono cinque anni che Bob, mio marito, è morto e vorrei visitare la sua tomba con i bambini. Ci accompagneresti?». Quando io dissi: «Ma certo, con grande piacere», lei mi raccontò quello che era accaduto. Bob era morto improvvisamente per un attacco di cuore e lei si era trovata tutto a un tratto di fronte al difficile compito di aiutare i suoi bambini, Mitchell e Lindsay, che a quel tempo avevano quattro e cinque anni, a far fronte alla morte del padre. Allora aveva ritenuto che sarebbe stato troppo difficile per i suoi figli vedere seppellire il padre sotto la terra e la sua bara ricoperta di sabbia: «Sono troppo giovani per capire», aveva pensato. Per Sally, Lindsay e Mitchell il cimitero era diventato col passare degli anni un luogo di paure e Sally intuiva che c'era in questo qualcosa che non andava. ( Per questo mi aveva invitato ad andare con lei alla tomba di Bob.

Per Lindsay sarebbe stata un'esperienza ancora troppo inquietante, perché aveva dei ricordi molto concreti di Bob, così venne soltanto Mitchell.

Era una bella giornata di sole e trovammo presto la tomba di Bob: una semplice pietra su cui erano incise le parole: «Un uomo buono e gentile». Ci sedemmo sull'erba intorno alla lapide e Sally e Mitchell si misero a raccontare episodi della loro vita con Bob. Mitchell si rammentava che il papà aveva giocato a palla con lui, e quando i suoi ricordi diventavano confusi Sally riempiva i vuoti. Io mi limitai a fare delle domande.

Cominciando a sentirci più a nostro agio, io dissi: «Non sarebbe bello fare un picnic qui? Forse un giorno potremmo tornare qui tutti insieme, portare con noi da mangiare e da bere, e celebrare la vita di Bob proprio qui, su questa tomba. Potremmo mangiare insieme in memoria di lui». Sulle prime Sally e Mitchell furono sconcertati da questa idea, ma poi Mitchell disse: «Sì, perché no? Sono sicuro che verrà anche Lindsay».

Quando Sally e Mitchell tornarono a casa dissero a Lindsay che non era stato per niente triste e che tutto era andato bene. Pochi giorni dopo Lindsay chiese a Sally di condurla alla tomba del padre, e infatti vi andarono e parlarono insieme di Bob. A poco a poco Bob divenne meno un estraneo e sempre più un nuovo amico, e fare un picnic sulla sua tomba sembrava un'ottima idea. Dopo tutto, anche Gesù aveva chiesto ai suoi amici di ricordarlo mangiando insieme. Questo racconto mostra quanto facilmente prendiamo le distanze da coloro che sono morti e li trattiamo come estranei di cui aver paura, che ci rammentano cose che non vorremmo ricordare, specialmente la nostra mortalità. Ma mostra anche quanto è facile riportare coloro che sono morti nella cerchia dei viventi e farne dei buoni amici che possono aiutarci ad affrontare la nostra propria morte.

Quanto spesso vediamo qualcuno morire? Quanto spesso vediamo una persona morta? Quanto spesso gettiamo una manciata di sabbia su una bara calata nella tomba? Quanto spesso andiamo in un cimitero e rimaniamo inginocchiati o seduti di fronte al luogo in cui il nostro coniuge, i nostri genitori, fratelli, sorelle, zie e zii, o amici sono stati sepolti? Siamo ancora in contatto con coloro che sono morti, o viviamo la nostra vita come se quelli che hanno vissuto prima di noi non fossero mai realmente esistiti?

A Geysteren, il piccolo villaggio dove vive mio padre, nel sud dell'Olanda, i morti fanno ancora parte della vita quotidiana della gente. Il cimitero, vicino alla piazza del villaggio, è un giardino ben curato, il cancello è dipinto di fresco, le siepi sono ben potate, i sentieri sono ben tenuti e ogni tomba è accudita con cura. Molte delle croci e delle pietre sono decorate con fiori freschi e piante sempre verdi. Il cimitero appare un luogo dove i visitatori sono benvenuti e dove è cosa buona sostare.

Gli abitanti del villaggio amano il loro cimitero, vi vanno spesso per pregare e per ritrovarsi con i familiari e gli amici che li hanno lasciati. Durante i servizi religiosi nella chiesa del villaggio «quelli che riposano nel cimitero» sono sempre ricordati e inclusi nelle preghiere della comunità.

Quando visito mio padre a Geysteren vado sempre in quel piccolo cimitero. Vicino all'ingresso, a sinistra, c'è la tomba di mia madre, segnata con una semplice croce di legno scuro, su cui sono dipinte in bianco le date della nascita e della morte. Di fronte alla croce delle piante sempreverdi delimitano il luogo in cui giacciono le sue spoglie e al centro vi sono delle viole piantate di recente. Quando sto dinanzi a questa semplice tomba, guardo la croce e ascolto il vento che stormisce tra le fronde dei grandi pioppi che circondano il cimitero, so di non essere solo. Mia madre è qui e mi parla. Non vi sono apparizioni, ne voci misteriose, ma vi è la semplice consapevolezza interiore che colei che è morta quattordici anni fa è ancora con me. Circondato dalla solitudine del bel cimitero, sento la sua voce dirmi che devo essere fedele al mio cammino e di non aver paura di riunirmi un giorno con lei nella morte.

Mentre sto dinanzi alla tomba di mia madre, la cerchia dei morti che mi circonda si allarga sempre più. Sono circondato non soltanto dagli abitanti del villaggio sepolti qui, ma anche dai familiari e dagli amici. Ancora più vasta è la cerchia di coloro che con le loro azioni hanno influenzato la mia vita e i miei pensieri. Al di là di questa vi è la cerchia degli innumerevoli uomini e donne di cui non conosco il nome, ma che nella loro maniera unica hanno compiuto il mio stesso cammino e hanno condiviso i dolori e le gioie dell'esistenza umana.

I pioppi del piccolo cimitero di Geysteren mormorarono il loro canto per tutte queste persone sepolte all'intorno. Alcuni sono stati sepolti dolcemente come mia madre, altri semplicemente messi lì e dimenticati, altri ancora gettati in fosse comuni di cui pochi conoscono il luogo e dove nessuno viene mai a pregare. Per tutta questa gente cantano i pioppi e stando in quel cimitero io provo riconoscenza perché sono umano, come sono state umane tutte queste persone, e perché sono chiamato a morire come loro.

Quale dono sapere nel profondo di noi stessi che siamo tutti fratelli e sorelle di un'unica famiglia umana, e che pur essendo diversi per cultura, lingua, religione, stile di vita o lavoro, siamo tutti esseri mortali, chiamati a rimettere la nostra vita nelle mani di un Dio d' amore. Quale dono sentirsi legati ai tanti che sono morti e scoprire la gioia e la pace che scaturiscono da questo legame. Sperimentando questo dono comprendo in modo nuovo che cosa significhi prendersi cura dei morenti: significa collegarli ai tanti che sono morenti o sono morti e far loro scoprire l'intimo legame che va molto al di là dei confini della nostra breve vita.

Andare con Sally e Mitchell alla tomba di Bob o sostare in silenzio nel cimitero di Geysteren, di fronte al luogo in cui è sepolta mia madre, ha reso più forte la mia convinzione che tutti quelli che stanno morendo dovrebbero essere a conoscenza della profonda comunione tra tutti gli uomini e le donne di questo pianeta. Noi esseri umani ci apparteniamo a vicenda, sia che viviamo adesso o che siamo vissuti tanto tempo fa, che viviamo vicino o lontano, che abbiamo o meno legami biologici tra di noi. Siamo fratelli e sorelle, e il nostro morire è veramente un morire in una comunione reciproca.

Ma quando guardiamo al mondo intorno a noi sorge la domanda: viviamo veramente come fratelli e sorelle? Ogni giorno i giornali e la televisione ci ricordano che gli esseri umani si combattono tra loro, si torturano e si uccidono a vicenda. In tutto il mondo vi sono vittime della persecuzione, della guerra, della fame. In tutto il mondo c' è odio, violenza, abusi. Abbiamo vissuto per qualche tempo nell'illusione che l'epoca dei campi di concentramento fosse dietro le nostre spalle, che un olocausto come quello avvenuto durante la seconda guerra mondiale non sarebbe più stato umanamente possibile; ma ciò che accade oggi mostra quanto poco abbiamo imparato. Il vero peccato dell'umanità è che uomini e donne creati per essere fratelli e sorelle diventino sempre di nuovo nemici uno dell'altro, pronti a distruggere la vita dell'altro.

Dio ha inviato Gesù per ristabilire il vero ordine umano. Gesù è chiamato il Redentore; egli è venuto per redimerci dai nostri peccati e per ricordarci la verità che siamo figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle gli uni degli altri. In che modo Gesù ci ha redento dai nostri peccati? Diventando uno di noi: nascendo come noi nasciamo, vivendo come noi viviamo, soffrendo come noi soffriamo, e morendo come noi moriamo. Gesù è diventato veramente nostro fratello, il «Dio con noi». Quando l'angelo di Dio è venuto a Nazareth e ha parlato a Giuseppe in sogno, ha detto: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». 1'evangelista Matteo, che così scriveva, aggiungeva: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa 'Dio con noi '» (Mt 1,20-23). Dio è divenuto «Dio con noi», nostro fratello, affinché noi potessimo reclamare per noi stessi la fratellanza e la sorellanza con tutti. Questa è la storia di Gesù, la storia della nostra redenzione. Il fulcro di quella storia è che in Gesù e attraverso di lui Dio ha voluto condividere non soltanto la nostra vita, ma anche la nostra morte. La morte di Gesù è l'espressione più radicale del desiderio di Dio di essere «Dio con noi».

Nulla rende così simili l'uno all'altro gli esseri umani quanto la loro mortalità. La nostra comune mortalità smaschera l'illusione delle nostre differenze, la falsità delle molte divisioni tra noi e i peccati della nostra reciproca inimicizia. Morendo con noi e per noi, Gesù ha voluto disperdere le nostre illusioni, guarire le nostre divisioni e perdonare i nostri peccati, affinché potessimo riscoprire che siamo fratelli e sorelle l'uno dell'altro. Divenendo nostro fratello Gesù ha voluto che diventassimo ancora una volta fratelli e sorelle 1'uno per l'altro. In nulla, se non nel peccato, egli ha voluto essere diverso da noi. Per questo è morto per noi. Come uno che era mortale come noi, Gesù ci ha chiamati a cessare di vivere nella paura l'uno dell'altro e a cominciare ad amarci a vicenda. E questo era qualcosa di più di un suo desiderio: era il suo comandamento, perché appartiene all'essenza del nostro essere umani. Gesù disse: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre 1'ho fatto conoscere a voi... Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15,12-17).

Il grande mistero di Dio che diviene «Dio con noi» ha conseguenze radicali per il modo in cui ci occupiamo dei morenti.
Se Dio vuole morire con noi e per noi, anche noi dobbiamo morire con l'altro e per l'altro. È tragico che pensiamo invece alla morte soprattutto come a un evento che ci separa dagli altri: significa partire, significa lasciarsi dietro gli altri, è la fine di preziosi rapporti, l'inizio della solitudine. Per noi la morte è veramente prima di tutto una separazione e, peggio ancora, una separazione irreversibile.

Ma Gesù è morto per noi affinché la nostra morte non debba più essere soltanto separazione. La sua morte ci ha aperto la possibilità di rendere la nostra morte una via all'unione e alla comunione. È questa la svolta radicale che la nostra fede ci permette di compiere, ma questo non accade spontaneamente: richiede un' attenzione particolare.

Prendersi cura dei morenti significa aiutarli a vivere il loro morire come un modo per raccogliere intorno a se non soltanto quelli che vengono a visitarli, non soltanto i familiari e gli amici, ma tutta l'umanità, sia i vivi che i morti. Quando diciamo che non è bene per un essere umano morire solo, noi tocchiamo un profondo mistero. Nella nostra morte, più che mai, abbiamo bisogno di essere in comunione con gli altri. Il transito da questa nostra vita è il passaggio che ha bisogno, più di ogni altro, di essere compiuto con altri.

Vi è qualcosa di così ovvio in questo che nessuno metterebbe in dubbio l'importanza di essere presenti nel momento in cui qualcuno muore. Una delle nostre peggiori paure riguardo al morire è che potrebbe accadere senza che nessuno sia al nostro fianco. Vogliamo che qualcuno ci tenga per mano, ci tocchi e ci parli dolcemente, preghi con noi. Ed è questo che vogliamo fare per gli altri.

Ma vi è qualcosa di più - molto di più - e che è meno ovvio. Prendersene cura significa anche incoraggiare dolcemente 1'amico morente a morire con gli altri e per gli altri. In qualche modo noi che lo assistiamo dobbiamo avere il coraggio di portare insieme intorno ai nostri amici morenti i santi e i peccatori di tutti i tempi: i bambini che muoiono di fame, i prigionieri torturati, i senza casa, i vagabondi, i malati di AIDS e i milioni di persone che sono morte o stanno morendo. Sulle prime questo può sembrare duro, persino crudele, ma è vero il contrario: toglie i nostri amici morenti dal loro isolamento e li rende partecipi del più umano di tutti gli eventi umani. Quando coloro che stanno morendo cominciano a rendersi conto che ciò che stanno sperimentando, per quanto doloroso, li unisce alla famiglia vecchia di secoli dell'umanità in tutto il mondo, essi possono a poco a poco abbandonarsi e lasciare che la famiglia umana li conduca attraverso le porte della morte.

Per questa ragione i morenti, lungo il corso della storia cristiana, sono stati invitati a contemplare la croce. Nel famoso Altare Isenheimer del sedicesimo secolo a Colmar, in Francia, Cristo è ritratto appeso alla croce in una indicibile agonia; il suo corpo è ricoperto delle ulceri provocate dalla peste nera.

Quando coloro- che morivano di peste guardavano quel Cristo sofferente, essi vedevano non soltanto Gesù, che era morto per loro e con loro tanto tempo fa, ma anche tutti i loro fratelli e sorelle morenti, e vi trovavano consolazione, comprendendo che come Cristo era morto per loro, essi anche potevano morire per i loro fratelli e sorelle, e fare così del loro morire un atto di solidarietà umana.

Ho visto di recente a San Francisco una croce sul- la quale Gesù moriva di AIDS. Anche qui erano raffigurati tutti gli uomini, le donne e i bambini del mondo malati di AIDS, ma per offrire speranza. La gente che muore nel nostro secolo può contemplare questa croce e trovare speranza.

Prendersi cura dei morenti è quindi diverso dal proteggerli perché non vedano un quadro più ampio. Al contrario, significa aiutare queste persone a crescere nella consapevolezza che la loro dolorosa condizione individuale è inserita nella condizione fondamentale della mortalità umana e, come tale, può essere vissuta in comunione con gli altri.

Si può constatare questo tipo di attenzione in molte comunità di malati di AIDS. Nelle città nordamericane dei giovani si sostengono a vicenda, vivendo la loro malattia in solidarietà tra loro e con gli altri che stanno morendo. Forse penseranno raramente a questa solidarietà e ne parleranno raramente come di un'espressione della solidarietà di Dio con noi, ma anche così si aiutano l'un l'altro a morire nel medesimo spirito in cui Gesù è morto, lo spirito della comunione con la più ampia famiglia umana.

Ha un qualche senso concreto parlare in questa prospettiva della cura dei morenti? Forse soltanto che i morenti possono affrontare molto meglio la realtà della vita di quanto coloro che li assistono spesso immaginano. Abbiamo la tendenza a tenere nascoste le «cattive notizie» del nostro mondo a coloro che muoiono. Vogliamo offrire a queste persone una fine tranquilla, senza turbamenti, «pacifica», e per farlo tendiamo a evitare di parlare loro di altre persone che sono malate o che muoiono, o delle vittime della guerra e della fame in altri luoghi del mondo. Vogliamo tenerli separati dalle terribili realtà della vita. Ma, così facendo, rendiamo loro un servizio? O invece gli impediamo di vivere la loro malattia in solidarietà con i loro compagni in umanità e di fare della loro morte una morte con gli altri e per gli altri?

La malattia, e specialmente una malattia terminale, tende a restringere le prospettive della persona, perché questa tende rapidamente a preoccuparsi degli alti e bassi della malattia e degli eventi quotidiani connessi alla propria salute. La domanda spesso ripetuta: «Come stai?» incoraggia la gente adire e ridire la propria storia, spesso contro il proprio desiderio.

Penso che molti desiderino rimanere partecipi del mondo più ampio e sarebbero contenti di ascoltare e parlare a proposito delle cose che avvengono al di fuori della loro casa o dell'ospedale.

Ricordo vivamente quanto mi sentissi riconoscente, durante il soggiorno in ospedale dopo il mio incidente, perché i visitatori non chiedevano e non parlavano di me, ma attiravano la mia attenzione su qualcosa al di là di me. Ero davvero grato di non essere separato dal mondo; mi sentivo incoraggiato e fortificato dal presupposto dei miei amici che la mia malattia non mi impedisse di essere veramente interessato alle lotte degli altri. n fatto di sentirmi costantemente richiamato e ricollegato alle sofferenze più ampie dei miei fratelli e sorelle della famiglia umana non mi paralizzava; al contrario, questo legame aveva un effetto ristoratore. La guarigione non è venuta dal fatto di essere trattato come un bambino, ma come un adulto maturo, capace di vivere il dolore insieme con gli altri.

Non propongo che ci curiamo dei morenti semplicemente parlando loro di tutte le miserie del mondo; sarebbe poco saggio e inutile. Non intendo dire che dobbiamo causare ansietà ai nostri amici morenti per le sofferenze degli altri: ma intendo dire che quando ci saremo noi stessi fatta amica la nostra mortalità non avremo più bisogno di isolare i nostri amici morenti e sapremo per intuito come mantenere la comunione con la più ampia e sofferente famiglia umana. Quando noi che ci curiamo dei morenti non abbiamo paura di morire, siamo meglio in grado di preparare il morente alla morte e di approfondire la sua comunione con gli altri, anziché separarlo da loro.

Qualche anno fa la IMAX ha prodotto un breve film dal titolo The Blue Planet (Il pianeta azzurro), ripreso da una navetta spaziale. La parte più notevole di questo film è che essa ci consente di vedere ciò che vedono gli astronauti: il nostro pianeta. Per la prima volta nella storia umana possiamo vedere la terra da lontano. Contemplando la nostra terra ci rendiamo conto che la bella sfera azzurra che si muove nell'universo è la nostra casa. Possiamo dire: «Guarda ! È qui che viviamo, qui che lavoriamo, che abbiamo la nostra famiglia. È questa la nostra casa. Non è forse un bel luogo dove vivere?».

Guardando a quel pianeta azzurro, nella sua maestosità e bellezza, come alla nostra casa, abbiamo improvvisamente una nuova comprensione della parola nostro. Nostro significa di tutti, di ogni continente, di ogni colore, religione, razza ed età. Viste dalla navetta spaziale, le molte differenze tra la gente, che causano odio, violenza, guerra, oppressione, fame e reciproca distruzione, sembrano ridicole. Dalla distanza della navetta spaziale è chiaro come il sole che abbiamo la medesima casa, ci apparteniamo a vicenda, dobbiamo prenderci cura insieme del nostro bel pianeta azzurro per potervi vivere, non soltanto oggi, ma nel lontano futuro. L'era dello spazio ha reso possibile la crescita in noi di una nuova coscienza della fondamentale unità di tutti gli esseri umani sulla terra e della comune responsabilità di tutti di prendersi cura l'uno dell'altro e, insieme, della nostra casa.

Vedendo da lontano il nostro pianeta azzurro possiamo dire in modo nuovo: «Siamo veramente fratelli e sorelle, come Gesù ci ha detto tanto tempo fa. Siamo tutti nati come esseri fragili; morremo tutti come esseri fragili. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro e della nostra casa così ben fatta, per vivere bene e morire bene».

La visione a distanza della nostra casa può aiutarci a vivere e a morire con una più profonda coscienza del nostro essere figli dell'unico Dio e fratelli e sorelle gli uni degli altri, e a saperci curare veramente degli altri.