H.J.M.Nouwen
CASE DEL PIME IN ITALIA
IL DONO DEL COMPIMENTO    PICCOLI GRANDI LIBRI
meditazione su come morire e aiutare a morire
quinta edizione
Editrice Queriniana

Ringraziamenti

Prologo: Farsi amica la morte.

Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza

Parte prima Morire bene

Parte seconda Aver cura degli altri

Vicino al cuore.

Al cuore della nostra umanità

1.Siamo figli di Dio

4. Sei un figlio di Dio

2. Siamo fratelli e sorelle l'uno per l'altro

5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri

3. Siamo padri e madri delle generazioni future

6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno

Scegliere una buona morte

La scelta di aver cura degli altri
Conclusione: la grazia della risurrezione

Epilogo: La morte: una perdita e un dono

parte seconda
AVER CURA DEGLI ALTRI

Al cuore della nostra umanità

Farsi amica la propria morte è un compito spirituale che dura tutta la vita, ma è un compito che con tutte le sue profonde sfumature influenza profondamente i nostri rapporti con gli altri esseri umani. Ogni passo che compiamo verso una più profonda comprensione di noi stessi ci porta più vicino a coloro con i quali condividiamo la nostra esistenza. Imparando a vivere nel corso del tempo la verità che la morte non ha un pungiglione troviamo dentro noi stessi il dono di condurre gli altri a scoprire la medesima verità. Non che facciamo prima una cosa e poi l'altra: farci amica la nostra morte e aiutare gli altri a farsi amica la loro sono due cose inseparabili. Nel campo dello Spirito di Dio vivere e aver cura degli altri sono una cosa sola.

Per la nostra società curarsi degli altri e vivere sono due cose completamente separate e l'assistenza agli altri spetta soprattutto ai professionisti che hanno ricevuto una formazione particolare. Certamente la formazione è importante e alcuni hanno bisogno di preparazione per praticare con competenza la loro professione; ma curarsi dell'altro è privilegio di ogni persona e sta al cuore della nostra umanità. Quando consideriamo il significato originale del termine professione, e ci rendiamo conto che il termine si riferisce prima di tutto al professare le nostre più profonde convinzioni, allora l'essenziale unità spirituale tra vivere e aver cura dell'altro diventa chiara.

I tre capitoli seguenti sono una riflessione sulla cura dei morenti. Considero la cura dei morenti essenzialmente come l'aiuto che diamo ai nostri compagni in umanità perché si facciano amica la propria morte. Spero che appaia chiaramente da queste riflessioni che nella misura in cui ci facciamo amica la nostra morte diventiamo delle persone veramente capaci di curarci degli altri. In parallelo con i primi tre capitoli di questo libro, intendo il prendersi cura degli altri come l'aiuto che offriamo loro perché possano far propria la verità spirituale che essi sono - come noi - figli di Dio, fratelli e sorelle 1'uno dell'altro e padri e madri delle generazioni che verranno.

4. Sei un figlio di Dio

Maurice Gould, che è morto dieci giorni prima che io cominciassi a scrivere questo libro, fu una delle prime persone che incontrai a Daybreak; era membro della «Green House», la casa dove ho trascorso la prima settimana. Moe era nato con la sindrome di Down e per molti anni aveva vissuto con i genitori e la sorella, che si erano presi cura di lui con amore. Quando compì i quarant' anni venne a Daybreak. Due anni fa Maurice ha cominciato a manifestare i sintomi del morbo di Alzheimer e da allora fino alla sua morte la comunità si è impegnata a prestargli le cure richieste da chi è colpito da quel genere di malattia. I dottori ci dissero che Maurice non avrebbe potuto vivere a lungo e che dovevamo preparare lui, e anche noi stessi, alla sua morte.

Per quelli che erano vicino a Moe - la sua famiglia, gli amici, e quelli che vivevano con lui nella Green House - prendersi cura di lui divenne una grande sfida, una sfida dolorosa e gioiosa a un tempo. Man mano che perdeva la memoria, la capacità di riconoscere le persone, il senso dell'orientamento e la capacità di nutrirsi da solo, Moe divenne sempre più ansioso e non pote più essere la persona allegra che era stata prima. Fu difficile vederlo scivolare in uno stato di completa dipendenza, bisognoso di maggiore aiuto di quanto noi potessimo dargli. Alla fine Moe fu ricoverato nel vicino ospedale, dove un personale efficiente, insieme con i membri della Green House, si prese cura di lui durante gli ultimi mesi della sua esistenza.

Tra le cose che più ricordo di Moe vi sono i suoi generosi slanci. Spesso camminava verso di me con le mani tese, pronto per un grande abbraccio, e mentre mi teneva stretto, mi mormorava all'orecchio, «Amazing Grace», grazia meravigliosa, il suo modo di suggerirmi che cantassimo insieme il suo inno prediletto. Mi ricordo anche il suo amore per la danza, per il cibo, e il suo amore per far ridere la gente con le sue imitazioni. Quando imitava me si metteva gli occhiali al contrario sul naso e faceva strani gesti.

Mentre me ne sto qui a Friburgo, lontano dalla mia comunità, e penso a Moe, mi rendo conto più che mai che Moe era, ed è diventato sempre di più, un figlio di Dio. Potendo stare così vicino alla sua «seconda infanzia», i suoi amici erano in grado di prendersi cura di lui con grande pazienza e prodiga generosità.

Le malattie di Moe - la sindrome di Down e il morbo di Alzheimer ci hanno indicato in modo drammatico il cammino che noi tutti, in qualche luogo, in qualche modo, dobbiamo percorrere; ma che cosa vediamo alla fine di questo cammino? Vediamo una persona che ha perso tutte le capacità umane ed è diventato un peso per tutti, oppure una persona che è diventata sempre più un figlio di Dio, un puro strumento di grazia? Non posso fare a meno di pensare alle innumerevoli volte in cui Moe mi ha fissato negli occhi e mi ha detto, «Amazing Grace». Non ero sempre disposto a cantare di nuovo con lui il vecchio inno, e spesso gli dicevo: «La prossima volta, Moe». Ora che Moe se ne è andato, continuo a sentire le parole insistenti -«Amazing Grace, Amazing Grace» - come il modo in cui Dio mi annuncia il mistero della vita di Moe e di tutti noi.

Molte delle persone ospiti di Daybreak non possono fare ciò che fa la maggior parte delle persone al di fuori della comunità. Alcuni non possono camminare, altri non possono parlare, altri non possono mangiare da soli, altri non possono leggere, altri non possono contare, altri non possono vestirsi da soli, e qualcuno non può fare nessuna di queste cose. Nessuno si aspetta la guarigione. Noi sappiamo soltanto che le cose peggioreranno man mano che l' età avanza e che le differenze tra le persone disabili e quelle non disabili diventeranno sempre meno visibili. Verso che cosa stiamo andando, in ultima analisi? Stiamo semplicemente diventando persone meno capaci, per restituire il nostro corpo alla polvere da cui è stato tratto, o cresciamo come indicatori viventi di quella grazia di cui Moe voleva sempre cantare?

Dobbiamo scegliere tra questi due punti di vista radicalmente diversi. La scelta di vedere le nostre declinanti capacità e quelle delle altre persone come l'ingresso verso la grazia di Dio è una scelta di fede. È una scelta fondata sulla convinzione che sulla croce non vediamo soltanto il fallimento di Gesù, ma anche la sua vittoria, non solo la distruzione, ma anche una nuova vita, non solo la spoliazione, ma anche la gloria. Quando Giovanni, il discepolo amato, guardò a Gesù e vide sangue e acqua fluire dal suo costato trafitto, vide qualcosa di diverso dalla prova che tutto era finito. Vide il compimento della profezia: «Guarderanno a colui che hanno trafitto», un barlume della vittoria di Dio sulla morte, e un segno della meravigliosa grazia di Dio. Giovanni scriveva: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35).

Questa è la scelta della fede. È la scelta che facciamo quando diciamo che Moe, col corpo e la mente distrutti dal morbo di Alzheimer, ci ha portato, at- traverso il suo morire e la sua morte, una grazia meravigliosa. È la scelta che facciamo quando ci prendiamo cura di chi muore con tutta la tenerezza e la bontà che meritano i diletti figli di Dio. È la scelta che ci consente di vedere il volto di Gesù nei poveri, nei drogati e in coloro che convivono con l' AIDS e con il cancro. È la scelta del cuore umano che è stato toccato dallo Spirito di Gesù e che è capace di riconoscere quello Spirito ovunque delle persone muoiono.

Ho partecipato di recente a un incontro dei dirigenti di alcune istituzioni cristiane responsabili della supervisione delle case per persone mentalmente disabili. Nella nostra economia di libero mercato, mi hanno detto, si parla delle cure umane in termini di domanda e di offerta. In questo contesto la persona sofferente diventa l'acquirente delle terapie e i professionisti dell'assistenza ne diventano i mercanti. Mi sembra che questo linguaggio e la visione che vi soggiace riduca la persona umana a null'altro che a una merce nel mondo competitivo dell'alta finanza. In questo linguaggio è stata scelta una visione che non c'incoraggia più a celebrare il morire e la morte delle persone come Maurice Gould. La «grazia meravigliosa» è stata sostituita da considerazioni commerciali, non così meravigliose !

La cura per gli altri, come la intendo qui, è l'attenzione amorevole prestata a un'altra persona: non perché quella persona ne abbia bisogno per rimanere viva, non perché quella persona o una compagnia di assicurazione paghi per questo, non perché l'assistenza provveda posti di lavoro, non perché la legge vieti di affrettare la morte, e non perché quella persona possa essere usata per la ricerca medica, ma perché quella persona è un figlio di Dio, proprio come noi.

Prendersi cura degli altri quando diventano più deboli e più vicini alla morte significa consentire loro di adempiere alla loro più profonda vocazione, quella di diventare sempre più pienamente ciò che già sono: figlie e figli di Dio. Significa aiutarli a proclamare, specialmente nell'ora della morte, la loro divina figliolanza e lasciare che lo Spirito di Dio gridi dal loro cuore: «Abbà, Padre» (GaI 4,9). Prendersi cura dei morenti significa continuare a dire: «Tu sei la diletta figlia di Dio, tu sei il diletto figlio di Dio».

Come lo diciamo? I modi sono innumerevoli: attraverso le parole, le preghiere, le benedizioni; attraverso un tocco amorevole e una stretta di mano; lavandoli e nutrendoli, ascoltandoli, o semplicemente essendo presenti. Alcune di queste forme di assistenza possono aiutare, altre no; ma sono tutti modi di esprimere la nostra fede che coloro di cui ci prendiamo cura sono preziosi agli occhi di Dio. Attraverso la sollecitudine di questa presenza noi continuiamo ad annunciare questa sacra verità: morire non è un evento dolce e sentimentale, è una grande lotta per la resa completa della nostra vita. Questa resa non è una risposta umana ovvia; al contrario, noi vogliamo rimanere attaccati a quanto ci rimane; ed è per questa ragione che i morenti provano tanta angoscia. Come Gesù, i morenti sperimentano troppo spesso la loro totale impotenza come reiezione e abbandono. Sovente il grido angoscioso: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,4) rende difficile dire: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito» (Lc 23,46 ).

A Moe non è stata risparmiata questa lotta. Man mano che il morbo di Alzheimer gli toglieva le capacità già così limitate dì tenere sotto controllo la sua vita, una grande angoscia cresceva in lui. Spesso gridava con angoscia e sperimentava la crescente paura della solìtudìne. Sovente, durante la notte, voleva alzarsì e andare a lavorare. Tra le ultime parole che poté dìre vi sono state queste: «Chiamami... Chiamami... Chiamami...

La paura dì Moe non era diversa dalla mia. Era la paura dì essere rìfìutato o lasciato solo; dì essere considerato un peso o una seccatura; dì essere deriso o considerato ìnutìle. Era la profonda paura dì non appartenere a nessuno, la paura della fine dì ogni comunìcazìone, dell'estremo abbandono. Più arrivo a conoscere ìntìmamente delle persone mentalmente dìsabìli, pìù mì convìnco che la loro sofferenza pìù profonda non è la loro ìncapacìtà dì leggere, dì stu- dìare, dì parlare o di camminare, ma, nella loro profonda paura del rìfìuto, dì essere un peso; a questo riguardo essi non sono dìversì da me. La nostra sofferenza più grande viene dal perdere contatto con la coscienza dì essere amati e dal pensare a noi stessi come a una presenza ìnutìle e ìndesìderatìl.

Prender sì cura degli altrì sìgnìfìca prìma dì tutto aìutarlì a superare l'ìmmensa tentazione del rìfìuto dì se: ricchi o poveri, famosi o sconosciuti, disabili o in piena forma, tutti noi condividiamo la paura di essere lasciati soli e abbandonati una paura che rimane nascosta sotto la superficie dell'autocontrollo. Ha radici molto più profonde della semplice possibilità di non piacere o di non essere amati dalla gente. La sua radice più profonda sta nella possibilità di non essere amati affatto, di non appartenere a nulla che duri, di essere inghiottiti da un oscuro nulla: sì, di essere abbandonati da Dio.

Prendersi cura delle persone significa quindi essere presenti mentre combattono questa estrema battaglia, una battaglia che diventa sempre più reale e intensa man mano che la morte si avvicina. Il morire e la morte richiamano sempre, con forza rinnovata, la paura di non essere amati e di essere ridotti, alla fine, in vana cenere. Prendersi cura di un morente significa stargli accanto come un segno vivente che quella persona è veramente il diletto figlio di Dio.

Maria sotto la croce è l'espressione più commovente di questa sollecitudine. Il figlio moriva nell'angoscia, e lei era là: senza parlare, senza lamentarsi, senza piangere. Era là, ricordando al figlio con la sua silenziosa presenza che lei non poteva tenerlo per se stessa, ma che la sua vera figliolanza apparteneva al Padre, che non l'avrebbe mai lasciato solo. Lo aiutava a ricordare le sue medesime parole: «Ecco verrà l'ora... in cui... mi lascerete solo. Ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16,32). Maria incoraggiava Gesù ad andare al di là della sua esperienza di abbandono e ad arrendersi all'abbraccio del Padre. Era là per fortificare la sua fede che anche in mezzo alle tenebre, dove non possiamo trovare altro che perdita e reiezione, egli rimane il Figlio diletto di Dio, che non lo lascerà mai solo. Fu questa sollecitudine materna che alla fine permise a Gesù di vincere la battaglia contro i poteri demoniaci della reiezione, di respingere la tentazione dell'abbandono e di arrendere il suo intero essere a Dio, con le parole: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito» (Lc 23,46).

Possiamo comportarci come Maria? Non credo che possiamo farlo da soli. Anche Maria non era sola. Giovanni, il discepolo amato, era con lei sotto la croce. Ricordare alle persone nella loro agonia la loro divina figliolanza non è qualcosa che possiamo fare da noi. I poteri delle tenebre sono forti e possiamo essere sospinti noi stessi nell'oscurità e precipitare in dubbi sconfinati. Stare presso una persona che muore significa partecipare alla immensa lotta della fede. È una lotta che nessuno può intraprendere da solo. Prima che ce ne rendiamo conto, l'angoscia dell'amico morente diventa la nostra angoscia e noi diventiamo vittima degli stessi poteri che il nostro amico combatte. Ci lasciamo sopraffare da sentimenti di impotenza, di solitudine, di dubbio e anche di colpa, legati al nostro desiderio spesso inconscio che tutto finisca presto.

No, non dobbiamo cercare di agire da soli. Il prendersi cura degli altri non è un test di sopportazione. Ogni volta che ciò è possibile, dobbiamo farlo insieme ad altri; È la cura della comunità che ricorda al morente di essere amato o amata. Sono Mary e John, Lori e Carlo, Loretta e David, Carol e Peter, Janice e Cheryl, Geoff e Carrie, Lorenzo e tanti altri che insieme possono stare ai piedi della croce e dire: «Tu sei il diletto figlio di Dio, ora e sempre». Questa cerchia di amore che circonda i nostri amici morenti ha il potere di scacciare i demoni del rifiuto di se e dell'abbandono e di portare luce nell'oscurità. L'ho visto accadere intorno a Moe, e lo vedo accadere nella comunità dei malati di AIDS e nella rete di sostegno dei malati di cancro. Insieme, come un corpo di amore, come una comunità sollecita, possiamo avvicinarci al morente e scoprirvi una nuova vita, una nuova forza di vivere. Possono esservi sorrisi e racconti, nuovi incontri e nuova sapienza nei modi di aiutare, nei momenti di silenzio e di preghiera. Insieme possiamo creare il luogo in cui i nostri amici morenti possono sentirsi al sicuro e possono a poco a poco abbandonarsi, e superare la soglia sapendo di essere amati.

Impegnarsi insieme è la base della vita comunitaria. Non ci ritroviamo insieme soltanto per consolarci l'un l'altro, o anche per sostenerci l'un l'altro: per quanto importanti siano queste cose, a lungo termine la vita comunitaria si apre a nuove dimensioni. Insieme andiamo verso gli altri, insieme volgiamo lo sguardo verso coloro che hanno bisogno delle nostre cure, insieme conduciamo i nostri fratelli e le nostre sorelle sofferenti verso il luogo del riposo, della guarigione e della sicurezza.

Mi ha sempre colpito il pensiero che una persona è disposta a impegnarsi verso l'altra soltanto quando non si concentra più sul rapporto reciproco, ma quando i due guardano insieme al mondo più vasto al di là di loro stessi. Innamorarsi significa guardarsi a vicenda con ammirazione e tenerezza. Impegnarsi 1'uno verso l'altro nell'amore ci fa guardare insieme verso coloro che hanno bisogno della nostra attenzione: il bambino, lo straniero, il povero, il morente. Questo impegno sta al centro di ogni comunità.

Quando rifletto sulla mia propria comunità, la Comunità Daybreak dell'Arche di Toronto, mi rendo sempre più conto che ciò che sostiene la nostra fedeltà reciproca è il nostro comune impegno a prenderci cura di persone che hanno disturbi mentali. Siamo chiamati a preoccuparcene insieme. Nessuno della nostra comunità potrebbe occuparsi da solo di uno dei nostri membri disabili; non soltanto sarebbe impossibile fisicamente, ma porterebbe rapidamente all'esaurimento emotivo e psicologico. Insieme possiamo invece creare uno spazio che è positivo non soltanto per quelli che ricevono le nostre cure, ma anche per chi le dispensa. In questo spazio il confine tra ricevere e dare svanisce e può cominciare a esistere la vera Comunità. È essenziale per i membri più deboli della Comunità che coloro che si occupano di loro lo facciano insieme. Questi membri ci dicono: «Perché io viva non dovete amare soltanto me, ma dovete anche amarvi l'un l'altro».

Quando rifletto sulla vita comunitaria attraverso il tempo vedo chiaramente che i momenti «alti» sono strettamente connessi all'intensità con cui agiamo insieme e i momenti «bassi» all'essere assorbiti da questioni interne. Anche la comunità più contemplativa e apparentemente nascosta ha potuto rimanere vivente e prosperare soltanto quando la sua vita è rimasta aperta al di là dei confini della comunità. Anche una vita consacrata alla meditazione e alla preghiera ha bisogno di mantenere la dimensione della preoccupazione comune per gli altri. Il mistero di questa attenzione comune è che non soltanto richiede la comunità, ma la crea.

Quelli che si sono presi cura di Moe hanno capito dopo la sua morte che egli li aveva resi più vicini di quanto fossero mai stati prima. Come il Gesù morente ha avvicinato Maria e Giovanni, dando ciascuno all'altro come madre e come figlio, così Moe ha portato i suoi amici più vicini gli uni agli altri come figli e figlie del medesimo Dio. Ogni vera cura per una persona morente porta con se una nuova coscienza dei legami che creano una comunità di amore.

I Flying Rodleighs sono dei trapezisti che si esibiscono nel circo tedesco Simoneit-Barum. Quando il circo è venuto a Friburgo, due anni fa, i miei amici Franz e Reny hanno invitato me e mio padre ad andare a vedere il loro spettacolo. Non dimenticherò mai il fascino da cui fui preso quando vidi per la prima volta i Rodleighs che si muovevano nel vuoto, volteggiando e afferrandosi come in una danza piena di eleganza. Il giorno successivo tornai al circo per vederli di nuovo e mi presentai esprimendo la mia grande ammirazione. Mi invitarono ad assistere alle loro prove, mi dettero dei biglietti gratis e mi invitarono a pranzo, proponendo che li accompagnassi in viaggio per una settimana di lì a breve tempo. Accettai e diventammo amici.

Un giorno, mentre stavo seduto con Rodleigh, il capo della troupe, nella sua roulotte e parlavamo del suo esercizio, lui mi disse: «Devo avere completa fiducia nel mio compagno, che mi deve afferrare al termine del mio volteggio. Il pubblico potrebbe pensare che io sia la grande stella del trapezio, ma la vera stella è il mio compagno, Joe. Lui deve essere pronto ad afferrarmi con precisione, spaccando il secondo, e deve acchiapparmi attraverso il vuoto quando io arrivo con la mia lunga rincorsa». «Come funziona?», chiesi. «II segreto», mi disse Rodleigh, «è che il trapezista che volteggia non fa nulla, mentre chi fa tutto è il compagno che lo afferra. Quando volo verso Joe devo semplicemente tendere le braccia e le mani e aspettare che lui mi afferri e mi tragga al sicuro sulla piattaforma dietro la sbarra».

«Lei non fa nulla!», dissi sorpreso. «Nulla», ripete:, Rodleigh. «La cosa peggiore che il trapezista possa fare nel suo volteggio è cercare di afferrare il compagno. Non è previsto che io afferri Joe, ma è compito di Joe afferrare me. Se afferrassi i polsi di Joe potrei spezzarglieli, o lui potrebbe spezzare i miei, e questo vorrebbe dire la fine per tutti e due. Uno deve volare e l'altro deve afferrare, e il primo deve avere fiducia, stendendo le braccia verso il compagno che è là pronto ad afferrarlo».

Mentre Rodleigh mi parlava con tanta convinzione, mi balenarono in mente le parole di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito». Morire significa avere fiducia in chi è pronto ad accoglierci, e aver cura del morente significa dirgli: «Non avere paura, ricordati che sei il figlio diletto di Dio ed egli sarà là quando farai il grande balzo. Non cercare di afferrarlo, lui afferrerà te. Stendi soltanto le braccia e le mani, e abbi fiducia, fiducia, fiducia».